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Bad Boys for Life (2020): un altro Family Day organizzato da Will Smith

Un giorno riuscirò a scoprire a chi ha pestato i piedi ad Hollywood Joe Carnahan. Anche se ho una mia teoria in merito, parliamo di uno che sembrava avere tutto per portare avanti la tradizione dei film d’azione diretti con il cuore dal lato giusto, ma che in carriera ha più progetti sfumati di quelli davvero portati a termine. VI avviso, nel post ci sono vaghi e moderati SPOILER.

Basta dire che è stato il primo a proporre l’idea di un film su Daredevil ispirato (e ambientato) alle pellicole degli anni ’70, come “Taxi Driver” (1976), molto tempo prima che diventasse una moda. Essendo cresciuto alla scuola dello Scott giusto, Carnahan è stato anche l’unico che alla morte di Tony non ha esitato a disperarsi per la perdita di quello che lui ha definito senza mezzi termini un genio. Evidentemente l’essersi schierato sulla riva opposta del divino Ridley ha posto su Joe la lettera scarlatta, infatti in questo “Bad Boys for Life” s’intravedono i tratti del progetto che avrebbe potuto essere, se il film fosse uscito nel 2009, solo che il tempo è passato, le riscritture si sono succedute e questo terzo capitolo dei due ragazzi di Miami esce solo oggi, nel 2020, peraltro con un titolo che sarebbe stato perfetto per un quarto capitolo piuttosto che per un terzo, giusto a confermare che fin dal titolo in questo film parecchie cose stridono.

Regola Aykroyd: Trovati un compare più basso e chiatto di te, e sembrerai slanciato tutta la vita.

“Bad Boys for Life” è un film che dalle mie parti chiameremmo “gnecco”, come i grissini vecchi di qualche giorno, è indubbiamente il più moscio della trilogia, non tutto è da buttare, badate bene, ma resta un progetto talmente in ansia di assecondare vari punti da risultare abbastanza efficace in alcuni momenti, ma in generale fiacco. Anche perché, parliamoci chiaro, il primo Bad Boys non era nemmeno un film d’azione, era una commedia degli equivoci in cui ogni tanto partiva fortissimo il Bayhem, il secondo, invece, era Michael Bay al massimo della sua arrogante strapotenza visiva, applicato alla stessa trama da nulla, quindi la domanda a cui questo terzo capitolo era chiamato a rispondere era molto semplice: può esistere un “Bad Boys” senza quel ragazzaccio di Michael Bay? La risposta è sì, se al cinema vi piace annoiarvi con una minestra riscaldata.

Sullo stesso principio per cui per tanti cinefili Bumblebee è il miglior film della saga dei “Transformers” solo per il fatto che NON è stato diretto da Michael Bay, anche questo “Bad Boys for Bumblebee” è stato salutato con lo stesso giubilo da molta critica professionista (traduzione: pagata per scrivere di cinema. E con la pipa e gli occhiali). Sarà, ma io che tutto questo lo faccio “Never for money, always for love” per dirla come avrebbero fatto i Talking Heads, davanti a questa operazione nostalgia sono rimasto abbastanza freddino e per lunghi tratti, anche annoiato.

Ci terrei a far notare che per sostituire Bay, ci sono voluti DUE registi.

Sì, è vero, Michael Bay fa un piccolo cameo nel film nella scena del matrimonio e i due nuovi arrivati, i registi belgi Adil El Arbi e Bilall Fallah lo inquadrano scimmiottando la sua inquadratura a girare per omaggiarlo, ma quello che manca a questo film è proprio uno con la personalità di Bay, qualcuno che copra il ruolo di “maschio dominante” (passatemi il termine) dando una direzione al tutto. Adil El Arbi e Bilall Fallah s’impegnano tantissimo e a tratti fanno anche un buon lavoro, ma se per una buona metà di film il ruolo di leader di tutta questa operazione è un trono vacante, ad un certo punto il vuoto di potere viene colmato dall’unico che sente di avere abbastanza peso politico per farlo, quando Will Smith sale in cattedra, il film finisce e nel modo peggiore possibile, ma andiamo per gradi.

L’operazione nostalgia parte fin dai titoli di testa che sfoggiano ancora il vecchio logo Don Simpson/Jerry Bruckheimer che ci ha regalato tanti bei ricordi in passato e continua con una corsa dei due protagonisti (Martin Lawrence più tondo che in “Big Mama” e Will Smith che sembra magro solo per confronto diretto) su una Panamera sgommante, il tutto per raggiungere l’ospedale, perché Marcus è ufficialmente diventato nonno e se v’interessa saperlo, il suo genero è Reggie che torna in scena con la stessa inquadratura di Bad Boy II, perché Adil El Arbi e Bilall Fallah sono qui per garantirsi una carriera ad Hollywood e non vogliono mica finire come Joe Carnahan, quindi sotto con omaggi e riverenze a Michael Bay!

Inquadrature che strizzano l’occhio al passato, ma sono più fiacche dei due protagonisti.

“Bad Boys for Bumblebee Life” ci mette tantissimo ad ingranare perché prima deve aggiornarci sui protagonisti che sono sempre gli stessi (solo più paffuti), Marcus  (Martin Lawrence) è pronto ad andare in pensione strizzando l’occhio ai Roger Murtaugh che furono, mentre Mike (Will Smith) non si rassegna, nemmeno ai peli bianchi del pizzetto, ma occhio perché è uno specchietto per le allodole, secondo voi il Will Smith dell’anno 2020, può davvero interpretare ancora lo sciupafemmine impunito dei suoi primi film? Di quando, insomma, sfoggiava ancora un po’ di voglia di vivere?

Le tracce del fatto che “Bad Boys for Bumblebee Life” è l’ennesima operazione pilotata dietro le quinte dagli accordi raggiunti tra la produzione e l’agente di Will Smith inizia ad intravedersi quando entrano in scena i cattivacci di turno. Una pericolosa criminale messicana interpretata da Kate del Castillo (sì, proprio l’attrice di soap opera che ha fatto beccare Joaquín “El Chapo” Guzmán) e da suo figlio, una sorta di Genny Savastano con meno cresta (e carboidrati) con l’obbiettivo di vendicare la madre finita al gabbio. Tra i responsabili dell’arresto anche Mike che su indicazioni materne dev’essere l’ultimo a venire ucciso, infatti, Genny a bordo della sua motoretta sgomma ad ammazzarlo per primo. Forse, dopo tanto tempo passato negli Stati Uniti, il ragazzo non parla più benissimo lo spagnolo materno come una volta.

‘Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’ 

Mike antiproiettile perde il suo soprannome e quasi ci resta secco, in una scena che Michael Bay avrebbe sicuramente reso più frenetica e con stacchi di montaggio da sangue al naso, ma anche più emotiva di quello che riescono a fare Adil El Arbi e Bilall Fallah. Però oh! Ora l’azione è fluida e chiara (perché prima non lo era? Vabbè) e i cinefili colti, con la pipa e gli occhiali che pensano che Michele Baia sia il MALE, sono felici, quindi va bene così.

Per assurdo, chi riesce a metterci un minimo di emotività è il più improbabile di tutti, Martin Lawrence sorvolando sulla gag della sua lacrima facile, fa quasi una figura migliore rispetto ai primi due “Bad Boys”, il suo personaggio con tanta voglia di pensione (infatti nel soggiorno di casa ha la maglia numero 3 di Dwyane Wade appesa, a proposito di vecchie glorie di Miami ritirate), alla fine riesce ad essere quasi la coscienza del (non più tanto) dinamico duo. Le sue istanze di pacifismo sono più credibili qui che nei due film precedenti, questo va detto.

Ma siccome “Bad Boys for Bumblebee Life” è l’ennesima operazione a tavolino studiata per piacere a tutti, bisogna metterci dentro parti uguali di vecchio e di nuovo, quindi si segue la traccia dei proiettili speciali sparati contri Mike (chi ha detto pallottole ammazza sbirri come in “Arma Letale 3”? Chi? Chi!?), però, ehi! Bisogna pensare alle nuove generazioni, quindi di colpo ci troviamo di fronte a “Bad Boys for Bumblebee Life: Il risveglio delle Forze di polizia” perché Mike, in cerca di vendetta, verrà affiancato ai membri della nuova squadra speciale, chiamata AMMO. Che è sicuramente l’acronico di qualcosa, perché sono americani e persino il loro Paese lo chiamano usando un acronimo, quindi mai farsene mancare uno!

«Potremmo chiamarli Ammo», «Ammo come?», «Ammo… Skywalker»

I poliziotti dell’immaginario di Miami sono sempre stati ben rappresentati fin dai tempi di Sonny Crockett e Rico Tubbs, quindi, se i piani sono quelli di portare avanti “Bad Boys” con protagonisti più giovani (ideona che ha già dimostrato essere senza futuro) la squadra AMMO ha una bella responsabilità, ma il risultato sono un gruppetto più tamarro e meno credibile dell’indimenticato (dai suoi cultori) Horatio Caine di “CSI: Miami”.

«Welcome to Miami, Bienvenidos a Mia…», «Faceva già schifo nel 1998 questa canzone dacci un taglio!»

AMMO pare una banda di modelli di Abercrombie caratterizzati in modo da chiamarsi proprio gli schiaffi a mano aperta sul coppino. Si passa dalla carina con il broncetto, per passare all’hacker palestrato meno credibile della storia (che mi auguro almeno essere un omaggio a Michael Mann) per concludere con il tipo che si spara le pose e non riesce a mandare a segno nemmeno una battuta simpatica, tutti comandati da una sprecatissima Paola Núñez, la sua Rita è tanto bella quanto inutile nel ruolo della quasi ex fiamma di Mike e poco altro. E visto che l’ho citato, parliamo dell’umorismo del film.

Cosa ti ha colpito del film? Cosa ti ricorderai del film? Una sola risposta: Paola Núñez

Quello che per me era IL punto debole dei primi due Bad Boys (e forse di tutta la filmografia di Michael Bay) era la sua (a tratti imbarazzante) idea di umorismo, spesso grossolano, il più delle molte molto sboccacciato tipo bambino delle elementari che ripete senza sosta l’ultima parolaccia captata per caso. Ecco, se riesci a risultare meno divertente della stramba idea di umorismo di Bay, vuol dire che cari Adil El Arbi e Bilall Fallah avete un problema e anche abbastanza grosso. Basta dire che il livello di turpiloquio del film si assesta sui canoni moderni del PG-13, mossa che contribuisce a moderare l’umorismo cretino a cui ci aveva abituato Bay, ma ha come effetto collaterale la noia totale, credo che non ricorderò nemmeno mezza battuta a distanza di tempo, anzi già ora fatico a ricordarne qualcosa di veramente memorabile. Ci aggiungerei anche che il cattivo di turno ha il solito problema degli antagonisti moderni, non deve rubare la scena, dev’essere cattivo sì, ma non troppo da turbare il pubblico, il risultato è che davvero viene da rimpiangere il nostrano Genny Savastano che almeno quando c’è da sparare, lo fa senza farsi tanti scrupoli.

«Siete maleducati, questo è un film d’azione non si spara, potreste fare male a qualcuno!»

Sì, perché “Bad Boys for Bumblebee Life” fa venire spesso voglia di guardare l’orologio, proprio per via del suo infinito ciarlare che ammazza il brio che, invece, Bay sapeva dare ai precedenti capitoli, anche nelle parti che al regista interessavano meno, ovvero quelle tra un’esplosione e l’altra. Però, devo anche riconoscere i meriti di Adil El Arbi e Bilall Fallah che almeno nella parte iniziale del film quando devono affrontare l’azione, lo fanno anche benino, malgrado il messaggio antiviolenza di Marcuss (e quindi del film), faccia un po’ a pugni con l’abbondante utilizzo di sangue in CGI della pellicola.

Alcune coreografie sono ben curate, nel tentativo di aggiungere dinamismo attorno a due protagonisti ormai di una certa età, i due registi s’inventano inquadrature ricercate molto pregevoli, dimostrazione di un talento visivo niente male, non ho ben capito come mai nell’inseguimento in moto a metà film (in side-car per la precisione) abbiano deciso di prendere in prestito la palette cromatica acida di Batman Forever, ma forse con tutte quelle moto e luci al neon, volevano rendere omaggio a Joel Schumacher.

La scena delle motociclette di Batman & Robin, uguale.

Nel terzo atto, quando dovrebbe esplodere in tutta la sua potenza, “Bad Boys for Bumblebee Life” si affloscia su un finale di plastica pieno di personaggi che abbattono colonne portanti a spallate e salvano amici da cadute nel vuoto, utilizzando un lingua cinematografico più vicina a quella dei film di supereroi contemporanei che ai film di Strambi Sbirri di cui, in teoria, questo film dovrebbe fare parte.

Non voglio rivelarvi troppo sulla trama, ma sappiate che procede per trovate classiche prese dal grande libro delle svolte consolidate di Hollywood. Ci vuole la morte di un personaggio, necessaria a motivare i protagonisti? Eccola che arriva puntualissima! Vogliamo negarci il momento dello “Spiegone che altera tutto il passato non raccontato di uno dei protagonisti”? Ma va! Ed è proprio qui che Will Smith alla fine cala la maschera e manda a segno l’ennesimo film sull’importanza della famiglia, in cui ricopre ancora una volta l’unico ruolo che ormai ripete in carriera, mandano giù per il cesso la caratterizzazione di Mike Lowrey. In pratica la svolta famigliare di “Arma Letale 4”, con un terzo del divertimento e l’aurea di Will “Family Day” Smith a rendere tutto fiacco e già visto.

«Chi è il più bravo padre del mondo? Sei tu il più bravo padre del mondo!», «Puoi dirlo forte cocco»

La verità è che “Bad Boys for Bumblebee Life” è l’estremo tentativo di Will Smith di giocarsi uno dei suoi vecchi successi per provare a restare a galla, anche se ormai vista l’ossessiva tematica che porta avanti in TUTTI i suoi film, lo vedo pronto ad abbracciare il ruolo di attore feticcio di Gabriele Muccino a tempo pieno, anche perché un “Bad Boys 4” (auguri a trovare il titolo, visto che ormai “Bad Boys 4 life” ve lo siete giocato male) con Smith a dominare tutta la trama, circondato dai personaggi fantoccio più giovani partoriti da questo film e un Martin Lawrence sempre più grasso in ombra, m’interessa più o meno come il nuovo film di Muccino, forse anche meno.

La verità è che Michael Bay ci ha visto lungo, sfilandosi in tempo da questa operazione per poter devastare la Toscana a suo piacimento, alla fine quelli che ne escono meglio da tutta questa fiacca operazione sono Adil El Arbi e Bilall Fallah, loro due hanno dimostrato talento e timbrato il cartellino, ora li attende la regia del prossimo capitolo di Beverly Hills Cop che, poi, è l’avanzamento di carriera inevitabile che li aspetta, se sono riusciti con Martin Lawrence (55 anni) e Will Smith (52 anni) possono passare direttamente a dirigere Eddie Murphy (59 anni): Old Boys for life!

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