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Bad to the bone: Chucky – La bambola assassina

Non sono solo i buoni a fare la storia del cinema, molto
spesso i cattivi sono altrettanto iconici, e questa rubrica è tutta per loro,
quei fantastici bastardi che amiamo odiare, cattivi fino al midollo:
B-b-b-b-b-b-b-bad, bad to the bone!

Nome: Chucky

Ha “fatto brutto” in: nei film della saga “La bambola assassina”

Amiamo odiarlo perché: ha confermato a tutti che nulla di buono può arrivare da una salopette, inoltre non serve essere alti per essere delle icone horror.

Aggiungo solo un estratto dai miei commenti vai vari film con Chucky, iniziamo dal primo film.

La bambola assassina (1988)

L’idea originale di Don Mancini, bisogna dirlo, era un pochino diversa, una satira che utilizzava il commercio di giocattoli per farsi beffe del consumismo spietato, ma in corso d’opera la sceneggiatura cambiò molte volte ed insieme a lei la lunghezza totale del film che secondo la prima stesura sarebbe dovuto durare più di due ore. Tra le cosette tagliate anche la morte della babysitter del piccolo Andy scena che, però, è stata poi portata in scena del quarto film della saga “La sposa di Chucky” (1998), ma anche il titolo di lavorazione del film è cambiato varie volte, pare che il primo fosse “Blood Buddy” modificato al volo perché ricordava davvero troppo il pupazzo venduto dalla Hasbro, My Buddy toy che, per altro, vestiva con una maglia a righe e una salopette, proprio come Chucky. Voi non avete idea di quanto io sia stato felice negli anni ’90 di veder tramontare la moda della salopette, una gioia non potete capire!

Con quella sua adorabile faccetta in stile, lunedì mattina al lavoro.

Eppure, tutti questi rimaneggiamenti nel film non si notano affatto, la durata finale di 87 minuti è quella giusta per una storia che, come capita spesso con gli Slasher (ad Halloween viene mossa la stessa tipologia di accusa), risulta scontata, ma solo perché il film ha saputo aprire la strada a tutti (tanti!) quelli che dopo l’hanno seguita. Per quanto mi riguarda “Child’s Play”, da noi adattato con il ben più diretto “La bambola assassina” funziona alla perfezione, ha un ottimo ritmo e sembra la classica storia che funziona per contrasti, cos’hanno in comune un adorabile bambolotto con i capelli color carota e il famigerato strangolatore del lago che terrorizza la zona di Chicago? Niente vero? Ma quando due idee opposte trovano un punto di contatto, di solito nascono le buone storie, in questo caso di paura.

La bambola assassina 2 (1990)

Sì, perché Chucky, molto più astuto di tutti gli adulti del film messi insieme, trova subito il nuovo indirizzo di casa di Andy e sostituendosi alla bambola “Tipo Bello” di casa, inizia a torturare psicologicamente (ma non solo) il bambino, mentre, ovviamente, nessuno crede alla sua storiella sul ritorno del pestifero assassino in salopette. “Child’s Play 2” non è affatto un brutto film, gioca spesso nel campo del già visto e i giochetti mentali di Chucky non hanno tutti la stessa grazia del primo film, ma tra l’ottimo lavoro vocale di Brad Dourif e gli effetti speciali (rigorosamente vecchia scuola e, infatti, invecchiati piuttosto bene) di Jason Newton, Chucky ruba la scena più volte.

Chucky applica la sua personale versione del metodo Montessori.

L’altro momento davvero memorabile di “La bambola assassina 2” che Mancini è andato a ripescare dal cestino della carta straccia e delle idee inutilizzate è, ovviamente, la fabbrica di bambole “Good guy”, dov’è ambientato tutto il lungo finale del film. Eliminati dall’equazione gli inutili adulti, Andy e Kyle devono vedersela con Chucky andando a giocare sul SUO campo da gioco!

La bambola assassina 3 (1991)

Messo alle strette, Don Mancini s’inventa che sono passati otto anni dalla fine del capitolo precedente, Andy Barclay è cresciuto e dopo aver cambiato più case famiglia che paia di calzini è finito all’accademia militare. Questo vuol dire due cose: che malgrado sia uscito solo nove mesi dopo in sala, “La bambola assassina 3” è ambientato nel 1998 che poi è l’anno che tutti i fan di Chucky hanno dovuto attendere per poter rivedere quel bastardello pel di carota in un nuovo film, ma soprattutto che “Child’s Play 3”, si mette in scia a tutti quei film con giovani protagonisti all’accademia militare che va da roba dal tono più serio tipo “Taps – Squilli di rivolta” (1981), per passare a roba decisamente meno seria come “Quelli dell’accademia militare” (1986, in cui la parte migliore erano le locandine italiane disegnate dal Maestro Enzo Sciotti), fino a quell’adorabile puttanata che mi esaltava tanto da ragazzino, ovvero “Scuola di eroi” (1991), insomma un filone ancora abbastanza popolare nei primi anni ’90.

I want you for U.S. Chucky Army.

Ma prima bisogna trovare un modo per far tornare Chucky, ridotto ad una sanguinante massa di plastica informe alla fine del capitolo precedente. Come fare? Don Mancini con il fiatone ripesca l’idea della scena tagliata alla fine del secondo film, nella fabbrica distrutta dopo lo scontro tra Chucky ed Andy, il bambolotto squagliato come lo squacquerone di Nonno Nanni, viene ritrovato e una goccia del sangue dell’originale Chucky finisce nel pentolone della plastica usata per sfornare le nuove bambole modello “Tipo Bello” e per una forma di Karma (o di pigrizia da parte di Don Mancini), proprio la prima bambola della nuova serie finisce a casa del presidente della “Play Pals Toy Company” (che, per altro, somiglia sinistramente al capo della OCP di Robocop) che ha appena deciso di rimettere sul mercato la bambola modello “Good Guy”, malgrado le polemiche sollevate proprio dal piccolo Andy Barclay, perché si sa che, in fondo, anche la cattiva pubblicità, è sempre pubblicità, no? Time Out Cassidy!

Polemiche legate ai bambini («I bambini! Perché nessuno pensa ai bambini!» cit.), una società pagante che vuole far tornare Chucky a tutti i costi, vuoi vedere che Don Mancini si è ispirato alla realtà per scrivere questo film? Fine Time Out Cassidy!
Don Mancini ha l’intuizione giusta: invece di ostinarsi per cercare di rendere nuovamente Chucky minaccioso, perché non accentuare il suo lato comico e grottesco? Andiamo, abbiamo un terribile serial killer dentro il corpo di una bambola in salopette, è una cosa che fa ridere, quindi rendiamola divertente! Risultato finale: uno degli horror più divertenti degli anni ’90, una commedia horror riuscitissima in cui si ride molto, il sangue non manca mai e anche a livello di incassi, pareggia con il capostipite diventato uno dei migliori capitoli di tutta la saga.

Riportare in vita una saga horror che sembrava morta (for dummies).

Il che non è affatto un traguardo da poco, ci sono secondi capitoli che riescono ad essere belli quanto il primo, ma numeri quattro? Beh, inizia già difficile trovarne qualcuno, forse l’unico film che somiglia nello spirito a questo “La sposa di Chucky” è “Rocky IV” (1985), entrambi alzano il volume della radio cambiando di parecchio il tono rispetto al film originale, ma sono riusciti a diventare mitici creando iconografia e nel suo piccolo Chucky non è secondo a nessuno, con questa rubrica dovrebbe essere chiaro che è meglio non sottovalutarlo!

Don Mancini alza di parecchio il volume della radio e trova nel regista di Hong Kong Ronny Yu (lo stesso di “Freddy vs Jason” del 2003) il migliore alleato possibile, “La sposa di Chucky” introduce un personaggio nuovo che diventerà subito fondamentale, ovvero Tiffany, interpretata dalla burrosa Jennifer Tilly che magari ricorderete in “Bound – Torbido inganno” (1996), oppure stropicciatissima in Tideland di Terry Gilliam. Tiffany con il suo neo disegnato e i capelli biondo platino è la storica fidanzata di Charles Lee Ray e se non ne avete mai sentito parlare, è solo perché Don Mancini se l’è inventa in questo quarto capitolo presentandola come un personaggio storico della saga e la ragazza anche se è al suo esordio, monopolizza tutto l’inizio del film.

Che sia la moglie di Chucky o di Frankenstein, tuoni e fulmini non possono mancare.

Dopo aver cercato in lungo e in largo il suo Chucky, collezionando bambole di ogni tipo, Tiffany corrompe un poliziotto per convincerlo a trafugare dal reparto prove del distretto di polizia i resti del povero Chucky, fatto a pezzi nel capitolo precedente. Con amorevole cura ricuce insieme il bambolotto regalandogli la sua iconica cicatrice lungo il volto e invocato il solito Damballa per riportarlo in vita, ma non dopo aver eliminato per sempre lo sbirro, in modo da non avere testimoni scomodi.

Sì, perché se i primi cinque minuti di “Il figlio di Chucky” sono la prova che Mancini quando vuole è un regista capace, gli altri 80 minuti del film sono la dimostrazione che a Don Mancini importa principalmente di fare un gran casino, divertirsi con ogni genere di scemenza che gli passa per la testa e qualche omicidio qua e là.
Infatti, “Seed of Chucky” diventa un discreto casino a partire proprio dal protagonista, il titolo del film annuncia a lettere cubitali che qui vedere “Il figlio di Chucky” che poi, purtroppo, si perde per strada. Questo ragazzino di plastica che di se stesso sa solo di essere orfano, di essere uno sgorbio e di esser giapponese, è un personaggio con cui è facile provare empatia, anche se è brutto come il lunedì mattina al lavoro. L’idea di un personaggio buono che a contatto con la sua vera famiglia, non solo si fa venire un vistoso tick alla palpebra (come lo capisco!), ma diventa progressivamente malvagio, è molto interessante, peccato che Mancini per lui (o lei) abbia altre idee.

“Vorrei vedere voi con due serial killer come genitori!”.

Tipo renderlo un personaggio sessualmente confuso che, con tanto di citazione (vi avevo detto che in questo film sarebbero state tante, no?), si fa chiamare sia Glen che Glenda, strizzando l’occhio al film omonimo di Edward D. Wood del 1953. Ma diciamo che l’ormone libero è un po’ la caratteristica di questo capitolo, perché dopo aver momentaneamente perso di vista il personaggio di Glen/Glenda, Mancini decide che Chucky deve figliare a tutti i costi, in modo che tutti insieme, Chucky, Tiffany e il loro figliolo sessualmente confuso, possano prendere possesso dei corpi di Jennifer Tilly, Redman e del figlio nato dall’attrice una volta inseminata con… Beh, diciamo i protagonisti dei titoli di testa del film, gentilmente offerti da Chucky.

La baby sitter sexy, la sorella arpia, la nipotina adorabile che perde la testa per quella bambola con la salopette e i capelli rossi che continua a teletrasportarsi da una parte all’altra della casa, sembrerebbe tutto pronto per imboccare la strada del già visto, invece la parte iniziale di “Curse of Chucky” riserva qualche sorpresa nelle dinamiche tra i personaggi che vi lascio scoprire e Don Mancini si diverte a mettere su una partita a Cluedo, con lo zampino di Chucky. Ad esempio, il chili cucinato da Nica, con l’aggiunta di un non richiesto aiuto da parte della nostra bambola assassina preferita, trasforma una scena in un momento in cui, da spettatori, è impossibile non provare ad indovinare quale dei commensali ci lascerà le penne, forse la scena viene tirata avanti fin troppo a lungo (è pur sempre un DTV con un budget risicato), ma vi assicuro che funziona, non dico proprio “Signori, il delitto è servito” (1985) in salsa horror, comunque un risultato più che decente.

“Questo piatto fa schifo, vuoi che io muoro?” (Cit.)

Mancini si conferma un dritto, l’idea di sfruttare una casa che sembra un maniero come quelli che potreste trovare in un vecchio film della Hammer o della Universal è davvero ottima, ne fa, purtroppo, le spese Chucky che nella prima parte del film rappresenta l’elemento sovrannaturale, che in un horror gotico avrebbe potuto essere un fantasma, ad esempio. Questo spiega come mai Chucky che di solito si mangia ogni scena in cui compare con il suo carisma e il turpiloquio da camionista imbottigliato nel traffico con la sempre azzeccatissima voce di quel mito di Brad Dourif, qui è stranamente silenzioso, impegnato a comparire, scomparire, uccidere con buone dosi di emoglobina sempre mostrandosi molto poco in scena.

Don Mancini è il primo a divertirsi con i personaggi, ad esempio se ambienti la tua storia in un manicomio, vuoi non toglierti lo sfizio di affiancare alla tua protagonista qualche pazzerello degno di nota? Il ragazzo che pensa di essere prima Michael Phelps e poi Mark Zuckerberg direi che copre egregiamente il ruolo.

Chucky è pronto ad operare, l’anestesia non servirà.

Non manca nemmeno la presenza fissa di Jennifer Tilly sempre più scatenata nel ruolo di Tiffany, ma è il mattatore Don Mancini a tenere banco, sfruttando alla grande il bianco delle candide pareti del manicomio e dei suoi lunghi corridoi, ma anche della neve che avvolge la struttura… Lo sapete no che il rosso sangue sul bianco spicca anche meglio, dai!

“Cult of Chucky” non è probabilmente il capitolo della saga con maggior numero di budella esposte e omicidi ricercati, ma quello con maggior numero di allucinazioni, l’omicidio più spettacolare ha la ricercatezza barocca del già citato Hannibal, ma allo stesso tempo mi è sembrato un omaggio a Suspiria di Dario Argento, non aggiungo altro per non rovinarvi la visione.

“Non giudicarmi per i miei capelli rossi, giudicami perché sono un bambolotto psicopatico!”.

Ma non manca nemmeno una scena da “Thriller” in cui Mancini gioca a fare il Brian De Palma della situazione dividendo in due lo schermo con la tecnica dello split-screen, mentre Chucky più banalmente si diverte a squartare in due i pazienti dell’ospedale. Lo fa alla solita maniera, ad un certo punto del film Tiffany dice che i classici non passano mai di moda, sembra proprio così per il bambolotto più famoso del cinema Horror che fa battutacce, strizza l’occhio allo spettatore con riferimenti alla cultura pop e non lascia indietro una vittima che sia una.

La Kaslan, multinazionale del settore che spazia dai robot per la pulizia del pavimento ai dispostivi a cui chiedere un po’ di musica, vende piuttosto bene con la bambola modello “Buddi”, un’intelligenza artificiale totalmente sicura che con tanto di dito luminoso (alla E.T.) può connettersi a tutta la tecnologia di casa via Internet, imparando e assorbendo informazioni come una spugna per garantire un totale divertimento in sicurezza ai vostri figli. Ora, tutto avrei mai pensato, ma mai di vedere Skynet indossare una salopette!

“Solo per curiosità caro bambolotto, dove ti trovavi il 29 agosto del 1997?”

Aubrey Plaza ha un età per cui per interpretare la parte della mamma single spiantata che lavora in un cento commerciale e amoreggia con uno stronzo (pardon con uno “Stronzo vero”) come il rosso Shane, deve sottolineare che suo figlio Andy (Gabriel Bateman) è nato quando lei aveva sedici anni per risultare credibile nel ruolo, ma trattandosi di Aubrey Plaza nei panni della mamma, vi chiedo di andarci piano con un certo acronimo a cui state tutti pensando (sporcaccioni!), facciamo finta di averlo detto e andiamo avanti, ok?

“Oddio sono diventata una MILF!”

Andy non è un bambino, inizia ad essere un po’ grandicello per una bambola Tipo Bello Buddi, vorrebbe un cellulare nuovo, ma tocca accontentarsi di uno di quei bambolotti restituiti al negozio dove lavora mammà, perché difettoso e anche perché tanto, tra pochi giorni uscirà il nuovo modello e tutti quelli che non sono già in fila per un nuovo i-Telefono, stanno aspettando un “Buddi 2”.

Mettici poi che la famiglia Barclay vive in un postaccio dove per strada il meno losco spaccia e nel palazzo anche il tipo che si occupa della manutenzione ha la faccia di un maniaco sessuale capace di nascondere videocamere ovunque per spiare Aubrey Plaza mentre fa la doccia (SPOILER: non si vede nulla, non vi agitate!), forse giocare con questa bambola è un’alternativa migliore.
Si parlava di anime per Chucky, il primo film nasceva come critica satirica al Consumismo salvo, poi, diventare in corsa uno ottimo slasher grazie alla regia di Tom Holland. Il nuovo “La bambola assassina” si gioca il MacGuffin di un programmatore vietnamita, vessato e licenziato dal campo che pensa bene di cambiare la programmazione di una bambola, prima di suicidarsi, dopodiché con un software senza protezioni a fare quello che una volta faceva il Voodooo, il film si concentra tutto su Andy e il suo nuovo tecnologico amico e riesce a farlo anche piuttosto bene.

Va bene che sei giovane, ma non si fa giocare a Risiko un’intelligenza artificiale, non lo hai visto “Wargames”!?

Non lo avrei mai detto, perché del regista Lars Klevberg avevo visto solo il recente “Polaroid” (2019) un orroricchio adolescenziale fuori tempo massimo (basta il titolo per capire quanto) talmente scontato da non meritarsi più di queste due righe di commento. Eppure, se l’originale Chucky era un piccolo Terminator inarrestabile, la nuova versione è più che altro un programma che al pari di un bambino non capisce nulla, nemmeno la satira e che impara tutto per emulazione, seguendo meno direttive primarie di quante ne aveva Robocop (che ad un certo punto nel film viene anche citato, forse perché anche questa pellicola è prodotta dalla Orion), la sua unica missione è rendere felice Andy, costi quel che costi.

Vi ricordo lo speciale dedicato a Chucky della Bara Volante!

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