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Bad to the bone: Cobra Kai

Non sono solo i buoni a fare la storia del cinema, molto
spesso i cattivi sono altrettanto iconici, e questa rubrica è tutta per loro,
quei fantastici bastardi che amiamo odiare, cattivi fino al midollo:
B-b-b-b-b-b-b-bad, bad to the bone! 

Nome: Cobra Kai

Ha “fatto brutto” in: i film della saga Karate Kid e la serie tv omonima.

Amiamo odiarli perché:

La quinta essenza dei bulli, oppure ragazzi che hanno
seguito un cattivo Maestro, ognuno nella vita ha affrontato il proprio Cobra Kai.

Aggiungo solo alcuni estratti dai miei commenti ai vari film:

Per vincere domani – The Karate Kid (1984)

John G. Avildsen fa valere la sua esperienza con “Rocky”, dimostrando che la musica nei film è fondamentale, infatti sottolinea il ritorno a scuola di Daniel – con occhiali da sole per coprire l’occhio nero – utilizzando “Cruel Summer”. Mentre tutti a scuola coglionano il protagonista etichettandolo con il soprannome di “Karate Kid” dopo la sua figura barbina, è chiaro per noi spettatori che per Daniel quella che lo attende sarà davvero un’estate crudele e il pezzo delle Bananarama diventa una specie di campana a morto per il disagio del protagonista.

Ogni adolescenza coincide con la guerra (cit.)

Che, però, come detto, è abbastanza ardimentoso (e cretino) da continuare a stuzzicare i suoi aguzzini, quindi tutta la prima parte del film è un lungo tira e molla tra Daniel e i membri del Cobra Kai che il più delle volte esagerano (l’inseguimento impari, moto contro bicicletta) e in altri momenti, quando sembra si siano dimenticati di lui, si beccano una doccia d’acqua da un LaRusso travestito da doccia (Miglior. Travestimento. EVAH!). Già il Cobra Kai! Metà del mito di questo film arriva dai cattivi della pellicola.

Bisogna ammetterlo però, come travestimento è geniale.

No, sul serio, ora ditemelo: quando guardavate questo film da bambini, autoconvincendovi che bastassero due mossettine per diventare un campione di Karate, da chi avreste voluto impararlo? Da un tizio di Okinawa che parlava per ambigui enigmi («Per fare miele giovane ape ha bisogno di fiore fresco, non di vecchia prugna» oggi ti becchi una denuncia per molestie per molto meno caro Miyagi!), oppure da quei tamarri con kimono fighissimo del Cobra Kai? No, sul serio, a fine film si ricorda in parti uguali il «Dài la cera, togli la cera», ma anche il «Esiste la paura in questo dojo?!», «NO! SENSEI!».

“Il dolore esiste in questa Bara Volante?”, “NO! SENSEI!”

Certo, poi se uno ragiona a mente fredda, diventa più facile fidarsi di un ambiguo, ma equilibrato maestro Miyagi, piuttosto che un mitomane paramilitare come il Sensei John Kreese, anche perché se i membri del Cobra Kai sono in perenne equilibrio tra i bulli di professione e i ragazzi con una pessima guida, la colpa è tutta sua (la serie tv “Cobra Kai” su questo punto é stata chiarissima). Martin Kove è talmente cattivo da togliere ogni dubbio, l’attore avrà anche recitato in un milione di film, ma è con il personaggio di John Kreese che si è scolpito un ruolo nell’immaginario collettivo di tutti.

Aveva già il suo Mini Me, molto prima del Dottor Male.

Il perfetto contraltare è il pacifico “Kata” del Maestro Miyagi, non so voi, ma io che sono sempre stato strambo fin da bambino, facevo fatica a non pensare che Pat Morita fosse una specie di versione meno verde (e non marionetta) di Yoda, vuoi per quel suo modo di esprimersi “al contrario”, con tante frasi degne di «Fare o non fare, non c’è provare».

[…]

In tutto il film, l’unico vero “Karate Kid” è Pat E. Johnson, direttamente dalla corte di Chuck Norris (per tutti i dettagli, passate a trovare Il Zinefilo) esperto di karate anche per molte star cinematografiche, nel film è l’arbitro dell’ultimo incontro e trovo sempre piuttosto ironico che quella che per il grande pubblico è la mossa di Karate più celebre di sempre, il calcio della gru, sia in realtà stata presa in prestito dal Kung Fu cinese. Per me questo è il riassunto di tutto “Karate Kid”: non è vero, non è realistico, ma sospende l’incredulità e fomenta, quel tanto che basta da scaldare i cuori.
Anche perché parliamoci chiaro: la scalata al torneo di Daniel LaRusso, sulle note di “You’re the best around” di Joe Esposito, è davvero galvanizzante, il pezzo originariamente era stato pensato per entrare a far parte della colonna sonora di Rocky III, ma scartato è stato colto al volo da John G. Avildsen, per questo suo “Rocky per ragazzi”. Che termina con un’unica grande tirata in cui se anche LaRusso per tre quarti di film si meriterebbe solo tanti schiaffoni, nel finale vorresti correre dentro lo schermo a soccorrerlo quando quel bastardo di John Kreese da l’ordine di rompergli una gamba.

“Ricordati che lui esce con Elisabeth Shue” (cattivi maestri)

Nel finale la distanza tra la “magia” di Yoda e quella del maestro Miyagi si azzera completamente, è il “Crane kick” di LaRusso è il suo modo di “Usare la Forza”, l’ultimo metro di una corsa in cui in palio c’è il credere in se stessi. Ed ecco perché per almeno un paio di generazioni “Karate Kid” è stato un titolo di formazione, capace di andare oltre tutti i suoi limiti (di credibilità) diventando grazie a quel finale così iconico, un modello di riferimento, un classico “di menare” per ragazzi, che nei casi peggiori va bene per farti appassionare ai film da cui prende in prestito dinamiche e situazioni, in quelli migliori a ricordarti che i Cobra Kai che la vita ti para davanti, puoi affrontarli solo grazie all’equilibrio interiore e alla determinazione che puoi trovare solo dentro di te.

Uno dei momenti più alti dell’iconografia di tutti gli anni ’80 (quanti bulli avete affrontato nel cortile della scuola stando in equilibrio su un piede solo?)

Qui no, ribadisco, non sono d’accordo con i protagonisti di “How i met you mother”, questo non è il più grande film della storia e nemmeno uno dei più credibili, ma di pellicole capaci di lasciarti con il cuore in fiamme come “Karate Kid” è ancora difficile trovarne. Ed ora, mentre voi studiate il calendario del Geekoni, io vado a dare la cera all’automobile.

Tutto inizia con John Kreese (Martin Kove) che si aggira come un cane bastonato per la città, dopo la sconfitta nel torneo (primo film) e l’umiliazione subita da Miyagi (primi minuti del secondo), Kreese è uno straccio almeno fino al giorno in cui non incontra il suo vecchio commilitone Terry Silver (Thomas Ian Griffith): «Ma tu sei il grande John Kreese! Ma tu mi hai salvato la vita nel Viet”Fottuto”Nam! Ci penso io a vendicarti, tieni, prendi un po’ di soldi, vai a rilassarti a Tahiti, una corona di fiori un bel massaggio, due cocktail con gli ombrellini ed io intanto resterò qui a spendere una barcata di soldi esagerata, per vendicarmi di due perfetti sconosciuti che non ho mai nemmeno sentito nominare in vita mia, ma che già mi stanno sulle balle perché hanno ridotto così il grande John Kreese!».

“Here come Johnny Kreese!” (il ritorno del Cobra Kai riassunto)

… Capite da soli che con una trama così, il fatto che il cattivo sembri Fiorello ai tempi del Karaoke, è la parte più credibile della storia.

Hai un amico in me, un grande (psicopatico) amico in me! (Quasi-cit.)

Quindi, mentre John Kreese parte per Tahiti, dallo stesso aeroporto tornano Daniel LaRusso (Ralph Macchio) e il Maestro Miyagi (Pat Morita) di ritorno dal loro viaggio ad Okinawa. Così nella stessa scena gestiamo tutti i personaggi principali che come logistica sarà molto comodo, ma a livello cinematografico non è proprio la più brillante delle trovate.

[…]
Mi rendo conto che dopo mille visioni infantili dei primi tre film di questa saga, l’unico che ricordavo davvero bene era il primo capitolo – ancora il migliore – mentre degli altri ho tutto sommato salvato in testa le parti più caratteristiche, di questo terzo capitolo l’unica parte memorabile resta il finale, l’ultimo combattimento contro Mike Barnes è una versione vitaminizzata dell’ultima scena del primo film, una variante dell’ormai famigerata regola aurea dei seguiti (uguale, ma di più!) con molta più emotività caricata sui personaggi al netto di una mossa finale molto meno incisiva, perché, ammettiamolo, il calcio della gru è tipo cento volte più spettacolare, almeno dal punto di vista cinematografico.

Quanti cagnacci così avete conosciuto nella vostra vita? Ora vi dico cosa si fa in questi casi…

Il finale di “Karate Kid III – La sfida finale” non salva il film, ma almeno vince sul piano emotivo, quello stronzetto di Mike Barnes che carica di infamia LaRusso dicendogliene di ogni (tra le più gentili «Sei un fallito, sei un bidone» notevole anche «Il tuo Karate è merda» che alle cene di gala fa sempre la sua figura) è il cagnaccio che abbaia più forte, che fa paura perché è un bullo a tutti gli effetti e come tale va affrontato senza paura e con la massima freddezza, infatti la parte migliore resta quando Miyagi dice a quel rompicoglioni di LaRusso di stare zitto e gli sgancia addosso la massima di vita: «Puoi anche perdere contro l’avversario, ma non perdere contro la paura». Dopo questa il finale è una cavalcata.

…Gli si mette la museruola e li si rimanda a cuccia. Vieni cagnaccio, vieni.

Non vorrei esagerare dando un valore educativo ad un terzo capitolo che ricicla a mani basse, non vorrei nemmeno spingermi a dire che in un’epoca in cui il bullismo ha guadagnato nuove forme, un film che viene ormai da un’altra epoca abbia delle cose da dire, perché, parliamoci chiaro, molti di quelli cresciuti guardando questo film ora sono i peggiori bulli in circolazione, ma non perdere contro la paura è un messaggio che resta valido e travalica anche l’effettiva qualità di questo film.

La prima stagione di “Cobra Kai” è una discreta bombetta perché non gioca sporco, anzi è perfettamente onesta, ci riporta nella vita di Johnny Lawrence trentaquattro anni dopo gli eventi raccontati in Karate Kid, senza la volontà di cambiare le carte in tavola, ma solo di continuare la storia. Avete presente quella cagata di “Maleficent” (2014)? Era una porcheria perché giocava sporco, mentiva facendoci credere che un personaggio totalmente malvagio (fin dal nome) non posse poi, in realtà, così cattivo. Una clamorosa presa per il naso che “Cobra Kai” molto più intelligentemente ci risparmia, per il semplice fatto di conoscere meglio i suoi personaggi e i confini entro cui si muovevano.
Basta il primo episodio per farci vedere tutto da una nuova prospettiva, Johnny non si è mai ripreso dalla sconfitta al torneo di Karate, diventando un fallito di mezza età che campa alla giornata, bloccato ancora a quel momento, letteralmente bloccato visto che gira ancora con la stessa scassatissima auto di allora e ascolta gli stessi pezzi musicali che erano nuovi ai tempi ed oggi ascolterebbe solo un vecchio rockettaro malinconico, oppure… Beh, io. Oh, a me la colonna sonora di Cobra Kai è piaciuta un botto! Piena di roba tipo i Poison, Boston, Twisted Sister, ma anche The Alan Parsons Project, REO Speedwagon e gli immancabili Queen.

Un vecchio rottame. No, non la macchina

Il suo perfetto contraltare è, ancora una volta, lo stramaledetto Daniel LaRusso che sarà anche invecchiato, ma resta insopportabile, come sempre. Lui, a differenza dell’attore che lo ha sempre interpretato, ha fatto fruttare la sua vittoria (anzi le sue vittorie), l’idea di trasformarlo in un venditore d’auto è semplicemente perfetta, non solo perché parliamo di uno che si allenava passando la cera sul cofano della macchine, ma perché l’aria da venditore d’auto usate l’ha sempre un po’ avuta. L’unica vera costante resta la sua inspiegabile capacità di far colpo su belle donne, quindi dopo Elisabeth Shue, la giapponese carina e la rossa mica male, ora metteteci anche sua moglie Amanda LaRusso, interpretata dalla bella Courtney Henggeler. No, sul serio, come si faccia a non fare il tifo per Johnny Lawrence, poi, io proprio non lo so!

[…]
La svolta arriva con il personaggio di Miguel Diaz (Xolo Maridueña) ragazzino sfigato che viene salvato dal pestaggio di alcuni bulli da uno sfattissimo Johnny e da quel momento, inizia a pressarlo per farsi insegnare un po’ di quella roba («Old school karate» lo definisce Johnny). Per il biondo “cattivo” tra i rospi da ingoiare e la competizione con LaRusso la soluzione è semplice: visto che è ancora di fermo ai tempi del Cobra Kai, tanto vale fare come i Blues Brothers e rimettere insieme la banda, riaprendo il vecchio Dojo.

“Pronto acchiappafantasmi Cobra Kai, sì, siamo tornati”

La competizione con LaRusso è una spinta chiave, perché se Miguel inizia a frequentare la figlia del suo storico avversario, Samantha LaRusso (Mary Mouser), per una serie di tira e molla Daniel inizia ad allenare il figlio con cui Johnny non parla più da anni, Robby Keene (Tanner Buchanan). Con una gestione sensata dei tempi e dei personaggi, i due “Karate Kid” si ritrovano a ricoprire il ruolo di Sensei, nuovamente ai ferri corti uno con l’altro e con una nuova generazione di ragazzi ai quali provare ad insegnare quello che hanno imparato alla loro età.

Ed è qui che “Cobra Kai” si gioca le sue carte migliori, sarebbe stato facilissimo far scontrare di nuovo Johnny Lawrence e Daniel LaRusso, ma sarebbe stato un po’ come quelle “reunion” di vecchi gruppi rock che il più delle volte fanno tristezza e basta. Giocando, invece, sulla nostra attesa di quel momento, la serie fa un ottimo lavoro sui personaggi ribaltando la prospettiva nel modo migliore, quindi non è male vedere che due che in fondo hanno molto in comune (anche i gusti musicali, tipo i già citati REO Speedwagon), alla fine non si smuovono dalle loro posizioni, più che altro per testardaggine e maschile competizione.

Quasi amici (ho detto quasi)

LaRusso utilizza tutta la sua influenza per tentare di impedire al nuovo Cobra Kai di iscriversi al torneo di Karate, un colpo basso per quello che abbiamo sempre considerato il “buono” del film (che però per sua stessa ammissione, ha vinto con una mossa non legale). D’altra parte, però, il Johnny Lawrence che emerge da questa serie tv è un personaggio per il quale viene davvero voglia di tifare, il vero Karate Kid, aveva ragione Barney Stinson.

Mai dubitato della parole di Barney Stinson, MAI!

Johnny Lawrence non è un malvagio a tutto tondo che qui ci viene “venduto” come un buono, ma cambiando il punto di vista qui possiamo finalmente vederlo per quello che è davvero è: uno normale, come tanti che ha avuto la sfortuna di incappare in un cattivo maestro come John Kreese (Martin Kove… Non perdetevi l’ultima scena, dell’ultimo episodio della prima stagione). Il biondo nasone alla fine è uno che ha fatto delle scelte sbagliate, qualche volta si è posto nel modo peggiore possibile e l’episodio 1×05 (Counterbalance) è quello chiave, qui Johnny racconta a Miguel tutto Karate Kid in pochi minuti e dal suo punto di vista, la scena delle litigata in spiaggia con LaRusso, il suo scherzo con l’acqua durante la festa in maschera e anche il finale al torneo. Rivista con gli occhi di Johnny resta la stessa identica storia, ma assume un sapore tutto nuovo.

Vi ricordo tutti i film dedicati alla saga:

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