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Ballata macabra (1976): andiamo in albergo? Non all’Overlook suggerirei

Un horror fondamentale compie i suoi primi cinquant’anni, per noi questo viaggetto in albergo è stato organizzato da Rebel Rebel, la nostra signora degli horror oggi alla guida della Bara!

Oggi la Bara è guidata da Rebel Rebel, per fortuna non dal solito tipo losco pallido e vestito di nero.

Alcuni horror degli anni Settanta hanno per me un sapore particolare. Non si tratta di grandi effetti speciali né di salti sul divano (jumpscare non si usava), si tratta di terrore psicologico, tensione alle stelle, sangue color Rosso Valentino, primi piani di sguardi sbarrati dalla paurissima, una luce strana che sembra artificiale anche quando la scena si svolge in spazi diurni e aperti e che mi risulta inquietante e familiare e, nei miei ricordi, li accomuna tutti. È pur vero che all’epoca, o poco dopo, ero una mini bambinetta e i nostri genitori erano troppo ingenui e soverchiati da ben altre preoccupazioni per selezionare i programmi che vedevamo alla TV. Ecco perché, rivedendo questa perla made in USA, mi si è riaffacciato il ricordo dello spavento infantile e, a seguire, degli incubi notturni, imbattendomi nuovamente nello sguardo sbilenco della regina dello sdoppiamento della personalità Karen Black che, coltellaccio alla mano e dentatura affilata, mi guardava minacciosa dallo schermo dopo aver avuto a che fare con il pupazzo del cacciatore Zuni (terzo terrificante episodio della Trilogia del terrore, ci torniamo)

Quella meraviglia di Karen Black sapeva rendere ogni brivido più sopportabile.

Presentato al Paris Festival of Fantastic films nell’aprile 1976, Ballata Macabra (Burnt Offerings) è tratto dall’omonimo romanzo del 1973 a firma dello statunitense Robert Marasco e, come spesso accaduto, il titolo italiano, non solo non ha alcuna rispondenza nel film, ma perde il doppio significato del titolo originale, vezzo e costume del cinema anglosassone. Infatti Burnt Offering potrebbe interpretarsi sia come “Offerta scottante” riferendosi alla trappola in cui casca la famiglia protagonista del film, oppure come “Offerte sacrificali”, che è dove si va a parare. Con questo film, elegante ed originale, siamo nell’antico solco del tema della casa maledetta, in una variante dal timbro gotico, che suscita terrore avvalendosi di atmosfere cupe, ambienti inquietanti quali vetuste dimore colme di mistero; storie nelle quali aleggia la presenza opprimente del Male, occultato ma perennemente al lavoro.

Dirige la pellicola Dan Curtis, sceneggiatore, regista e produttore televisivo, molto attivo sul piccolo schermo (la stessa Ballata Macabra avrà una seconda vita televisiva negli anni 80), anche qui si affida allo sceneggiatore William F. Nolan col quale aveva già lavorato all’adattamento per la TV di una serie dedicata allo scrittore Richard Matheson mai andata in onda ma che si trasformerà nel film di cui al pupazzo bastardo dei miei incubi di bambina (Trilogia del terrore 1975) e nel successivo Dead by Night del ‘77.

Facendo un pochetto caso alle date il ‘73 è l’anno di pubblicazione del romanzo L’Esorcista (William Peter Blatty) e di uscita del film, inarrivabile classico, di William Friedkin (mamma che paura! Qui effettivamente si salta anche sul divano), da noi il maestro Dario Argento rilasciava Profondo Rosso nel ‘75 e Suspiria nel ‘77, ma di cosa stiamo parlando, Non aprite quella porta è del ‘74, Halloween del ‘78 e, diretta emanazione della mente di Mr. King, Brian De Palma battezzava Carrie, lo sguardo di Satana (1976) e Kubrick chiudeva il decennio con Shining (gloria nell’alto dei cieli) che con il film di oggi ha molto a che fare. Ve ne saranno venuti in mente altri cento e perdonate se non li ho citati, volevo solo intendere che insomma, è un decennio d’oro per il genere, più che prolifico, una valanga di terrore che sociologicamente avrà pure un’origine.

Se riuscite a non farvi distrarre da Karen Black, probabilmente state pensando ad un certo film di Kubrick.

La trama: la famiglia Rolf decide di passare l’estate in una bellissima, ma un po’ decadente, villa in campagna. I proprietari, i fratelli Allardyce (Eileen Heckart e Burgess Meredith – sì proprio lui, l’allenatore di Rocky) offrono un affitto incredibilmente basso in cambio della promessa di prendersi cura della casa (“Amerete la casa come l’amiamo noi?”) e di assistere l’anziana madre la quale vive rintanata all’ultimo piano e non abbandona mai la sua stanza. Tutta la famiglia, madre Marian (Karen Black), padre Ben (Oliver Reed), figlioletto e zia al seguito (una mestierante qualunque, Bette Davis) si trasferiscono ad inizio estate increduli per l’occasione che gli è capitata. Non passa molto prima che alcune strane manifestazioni inizino a comparire. La casa sembra rigenerarsi ogni giorno che passa, i fiori nella serra e nel parco circostante, che al loro arrivo erano secchi e appassiti, incominciano a rifiorire, le lampade fulminate ricominciano a funzionare, tutto sembra splendere di luce nuova. Marian nel frattempo entra sempre più in una sorta di simbiosi con la casa, la sua attenzione è tutta per lei e per la vecchia signora, sempre celata al pubblico, che vive al piano di sopra. Mentre tutto ciò accade anche le personalità degli altri due adulti subiscono delle conseguenze inspiegabili. Ben soffre di allucinazioni spaventose legate alla perdita della madre (quando era ancora un bambino) ed è preda di episodi di aggressività su cui non ha controllo; zia Elizabeth che all’arrivo si mostra piena di vitalità e progetti per il futuro (“Voglio riprendere la patente”) inizia ad accusare malessere sia fisico che psichico ed è come se invecchiasse di botto ad un ritmo anomalo. Giorno dopo giorno i Rolf, una famiglia solida dove l’amore e il rispetto tra i componenti era reale e condiviso, subisce lo sfaldarsi della reciproca fiducia e ognuno è perso nelle proprie ossessioni. La malvagità che emana dalla villa chiederà sacrifici sempre più grandi e lo spettatore si chiederà sino alla fine se la forza dei legami famigliari tra i Rolf sarà così forte da sconfiggerla o se l’entità che vive nella casa avrà la meglio. Chi sopravviverà?

Un hotel maledetto sullo sfondo del titolo originale del film.

Il malessere dello spettatore per la tensione crescente è per me la chiave della riuscita del film, meccanismo che il regista sembra maneggiare con maestria e che inchioda alla poltrona. Chi guarda capisce da subito cosa sta accadendo e tifa per questa bella famigliola che si è infilata in una trappola come la mosca impigliatasi nella tela del ragno. L’eleganza di cui accennavo sopra sta tutta nella capacità di Curtis di indugiare e far scaturire l’ansia e la paura dai demoni della mente, dal dissolversi dei legami famigliari spazzati via da una forza imbattibile perché antica. Le foto della villa mostrate dai fratelli proprietari all’arrivo dei Rolf, ritraggono la dimora in ogni epoca, perché c’è sempre stata e sempre ci sarà e la madre, allegoria dell’anima nera della casa, passa il suo tempo con le sue innumerevoli foto, memorie di una vita intera (lunga quanto?). Non ci sono visioni spettrali, porte che sbattono, voci ultraterrene che sussurrano, c’è il veleno delle ossessioni personali, di cui come un organismo vivente si nutre la casa e che terrorizzano chi guarda molto più in profondità perché tutti potremmo esserne preda in talune condizioni. A sostegno della bellezza di Ballata Macabra c’è un cast di assoluto pregio. Oltre alla stella della Black a cui bastava il gioco dello sguardo, ora dolce, ora malefico, per caratterizzare personaggi doppi, tripli, abbiamo un attore britannico di tutto rispetto come Reed capace di interpretare col suo viso sanguigno personaggi sopra le righe. In entrambe le scene della piscina il suo corpo è attraversato da un tremore incontrollabile, il viso rosso lucido di sudore, gli occhi colmi di terrore mentre i violini della colonna sonora, tradizionale ma calzante, stridono e urlano impazziti. Chiude in trionfo il trio una fuoriclasse come la Davis. La scena della sua agonia, col viso solcato da sudore che sappiamo essere freddo senza toccarlo, la bocca secca, lo sguardo terrorizzato e quelle mille rughe intorno agli occhi che si spostano nelle altrettante espressioni di sofferenza, buca lo schermo, ci fa sentire forte l’angoscia e il terrore di una morte cattiva e senza pace. Una curiosità che rende, se ce ne fosse mai bisogno, la spessa professionalità di questa immensa icona. Nella sua biografia (A Biography in Picture – 1985) si narra che lei visse malissimo tutta la lavorazione del film. Giudicava Reed solo un ubriacone sempre sbronzo durante le riprese, il regista Curtis una specie di operaio del cinema in quanto attento a portare a casa il risultato stando in tempi e costi stabiliti (mentre lei inseguiva la scena perfetta) e non sopportava la tendenza della Black ad improvvisare. Ora, a fronte del risultato finale e, pensando alla analoga brutta nomea della lavorazione di Che fine ha fatto Baby Jane, probabilmente la nostra Bette dava il meglio di se quando le prudevano le mani, o più verosimilmente era semplicemente una grande star.

She got Bette Davis eyes… letteralmente!

Veniamo ora all’eredità, alle assonanze, alla familiarità. Come vi dicevo in principio ci sono alcuni elementi che nel bagaglio del mio cinema de paura si parlano l’un l’altro. La musichetta ipnotica, quanto infame, che riproduce il carillon nella stanza della vecchia signora e che rende Marian mezza catatonica mi ha ricordato la ninna nanna infantile di Profondo Rosso. Non so a voi ma a me svoltava lo stomaco. Lo stesso andamento dolce con un retrogusto di sangue. Un sortilegio acustico. Sempre rimanendo in zona Argento, i toni rosso cupo delle pareti, man mano che ci si avvicina al confronto finale tra Ben e la misteriosa inquilina del piano di sopra, rimandano ai tendoni di velluto rosso e alle pareti anch’esse rosso vivo che il registra nostrano ha inserito più volte nelle sue scene, con l’aggiunta a volte di un blu elettrico un tantino ansiogeno (!); uno sfondo che suscita, prima ancora che cada una piuma, una sensazione costante di allarme, pericolo imminente. C’è inoltre un dichiarato omaggio (non so se chiamarlo così) a Psycho che non rivelerò per chi vorrà guardare per la prima volta il film e che non riguarda solo la scena in sé ma anche il tema della Madre (in senso archetipico) entità totalizzante ed oppressiva che si prende tutto quanto l’amore filiale e lo mangia in un boccone. E poi, eccolo, ci avrete pensato per tutto l’articolo, c’è Shining. Già la prima scena, con l’allegra famigliola che arriva in auto per varcare la soglia da cui non si torna indietro si potrebbe sovrapporre alla vista dell’abitacolo dell’auto dell’altra famiglia, quella che ha scelto di custodire un albergo tra le Montagne Rocciose del Colorado. Le foto di epoche remote, memoria di una vita si diceva, che la casa custodisce quasi a mo di trofeo o per riconoscenza per il sacrificio offerto, chiudono entrambi i film. Naturalmente il tema della casa/hotel maledetti non inizia con Ballata Macabra e non finisce con Shining, però è indubbia la concomitanza della scelta narrativa ovvero quella di costruire la paura sui mostri della mente. I due film sono diversissimi per tanti versi, il Danny di Shining per esempio ha un ruolo decisamente più importante rispetto al piccolo dei Rolf, tuttavia è lecito immaginare che Mr.King abbia buttato uno sguardo distratto al romanzo oppure al film di Curtis, dopodiché avrà pensato: dilettanti. Poi è arrivato Kubrick: kyrie eleison, kyrie eleison, kyrie eleison .

«Andiamo a berci qualcosa?», «Ogni scusa è buona vero Oliver?»

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!

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