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Barbie (2023): che noia, che Barbie, che barbie e che noia

Sports, un pezzo dei Viagra Boys che ad un primo ascolto sembra un elenco di beh, sport e di cliché su di essi. In realtà è un’orecchiabile satira su un certo tipo di atteggiamenti maschili che mette in chiaro quale sia lo sport preferito di tutti. Perché vi parlo di questo? Per portare un esempio positivo di come usare gli stereotipi per combattere gli stereotipi e poi perché mi annoia meno che scrivere del film di oggi.

Non posso nemmeno giocarmi la battuta sarcastica: «Oh lo sapevate che è uscito un film su Barbie? Non ne hanno quasi parlato» perché sa di vecchio, per fortuna e non grazie alla non-campagna virale basata su “Barbeneimer”, visto che qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, il nuovo Nolan lo vedremo dopo ferragosto, “Barbie” è già nella storia, un film in grado di fare così tanti soldi in poco tempo, uscito in pieno luglio ha già vinto. Ma è anche un titolo su cui ci sarebbe più da dire riguardo a quello che è stato in grado di smuovere, piuttosto che sui suoi contenuti che per quello che mi riguarda, sono poca cosa, o meglio, siamo di fronte ad un’opera che ha troppi punti da depennare sulla sua “lista di cose da fare” che non appena manda a segno una trovata azzeccata, poi ne manca un’altra di un metro abbondante.

«Uno per Margot Robbie scalza, grazie», «Intende dire Barbie?», «Certo, per vedere C’era una volta a Hollywood potevo stare a casa, ho la pellicola sa?»

Dovessi riassumerlo direi questo: hai l’intuizione ottima di assegnare il ruolo della protagonista a Margot Robbie, perfetto. Allo stesso tempo hai il colpo di genio di far ricoprire il ruolo di una delle Barbie-Clone al clone di Margot Robbie, ovvero Emma Mackey direttamente da Sex Education (affiancata dal nuovo Doctor Who, che arriva dalla stessa serie) e poi cosa fai? Non osi, non vai fino in fondo, non prendi anche Jaime Pressly e Samara Weaving a completare il quadro dando un calcio al secchio del latte (rosa).

Non avevo particolari aspettative attorno al film, perché è chiaro che io non sia parte del pubblico di riferimento a cui “Barbie” si rivolge (domanda: ha un pubblico di riferimento questo film? Più avanti ci torneremo), non ho nemmeno particolarmente amato i film precedenti di Greta Gerwig e il co-sceneggiatore Noah Baumbach, me lo immagino a battere sui tasti con la faccia che ha QUI. Speravo solo di vedere un film, quello che mi sono trovato davanti è il lavoro più debole di Greta Gerwig proprio perché ha davvero troppi punti da depennare sul suo elenco, con l’ansia di chi ha il primo grosso film dedicato ad un giocattolo storicamente per bambine, la bambola più famosa del mondo e una grossa occasione da sfruttare, prima della risposta definitiva del botteghino, una sorta di ora o mai più.

Ma siccome viviamo in uno mondo parecchio strambo, mi tocca perdermi in ulteriori premesse, “Barbie” ha generato una situazione tipo quella del Ghostbusters del 2016, un’operazione commerciale mediocre caduta nel dimenticatoio, ricordata solo per le polemiche. Perché in questo momento se dici che “Barbie” non ti è piaciuto sei un maschilista, schiavo del patriarcato e dei cavalli e se dici che ti è piaciuto, un collaborazionista, traditore dei tuoi cromosomi, uno di quelli che nell’imminente “Nuovo ordine mondiale” in cui le donne avranno schiavizzato gli uomini, ricoprirai il ruolo che i Gorilla avevano non nei film, ma nel telefilm ispirato a Il pianeta delle scimmie, insomma sei amico delle guardie. Insomma pura follia estremista tipica di “Infernet” per cui o sei con noi, o sei contro di noi.

«Sono tutti in fissa con i miei piedi è un incubo!»

Da parte mia mi fa vomitare l’atteggiamento di molti Incel, ingollatorii di pillole rosse e ammucchiatori di FASCI d’erba che hanno preso di mira il film prima di vederlo. Ma trovo anche un po’ strano il modo in cui improvvisamente la bambola stereotipo odiata per decenni dalle femministe, sia diventata di colpo un baluardo del movimento. Dire la propria su questo film vuol dire mettersi costume e cuffie e tuffarsi nell’acqua di “Infernet” resa rosata dalla pastura con cui sono stati fatti incattivire gli squali che ci nuotano, se poi aggiungiamo il fatto che non mi sono nemmeno particolarmente divertito a vedere “Barbie” capirete, che noia, che Barbie, che Barbie e che noia doversi fare questa nuotata.

Ma visto che ci sono, me la faccio a dorso e la dico tutta, sul serio vi siete offesi perché avete trovato “Barbie” un grosso spot pubblicitario per la Mattel? Ma sul serio cosa vi aspettavate? Hitchcock, Truffaut, Bergman, ma anche Gerwig e Baumbach hanno sempre fatto film per staccare biglietti, credete che l’altra metà del “Barbeneimer” sia stato girato per visibilità? Se il tuo principale finanziatore è un’azienda di giocattoli, se va bene la potrai un po’ prendere per i fondelli, ma dovrai giocartela d’astuzia per tirare fuori qualcosa di riuscito come un “The Lego Movie”, giusto per citare un altro esempio positivo dopo i Viagra Boys.

Al netto di tutto, “Barbie” è un film che mette in chiaro da dove è arrivata Margot Robbie. No, non dall’Australia.

Cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Ne determinano tutto l’andamento. “Barbie” inizia con la Barbie stereotipo Margot Robbie al posto dell’obelisco Kubrickiano, in una strizzata d’occhio che serve a dirci che la bionda della Mattel è sbarcata sulla terra per salvare le bambine del mondo dal giocare tutta la vita a fare la mamma. Se non è il più grosso spot alla Mattel questo, io non so cosa lo sia e se pensavate che “Barbie” sarebbe stato il grande film anti-capitalista che sognavate, mi sa che avete sbagliato mira.

Incredibilmente tutta la prima parte del film mi è anche piaciuta, ci lamentiamo (io lo faccio) che i film tratti da fumetti, non sono mai fumettistici per davvero, “Barbie” nel suo portare in scena Barbieland riesce a rendere alla perfezione l’idea di cosa volesse dire giocare con la casa dei sogni dei Barbie, anche ad un gretto possessore di cromosoma Y come me, uno che non ha mai mollato G.I.Joe e Tartarughe Ninja. Sapete anche cosa ho trovato perfettamente riuscito? Quello che in teoria, stando agli schieramenti di Infernet (o con noi o contro di noi!) avrebbe dovuto offendermi, ovvero il ribaltamento di fronte di Ken.

Bella scena, ma il primo a presentare un giocattolo sulle note di “Così parlò Zarathustra” è stato Joe Dante nel 1998.

«Chissenefrega di Ken quando giochi con la Barbie, io nemmeno lo avevo un Ken», citando le parole della Wing-woman che su questo film a fine visione, è stata ben più lapidaria di me nel bocciarlo completamente, quindi consideratevi fortunati a leggere il mio di parere (storia vera). Ken in questo film rappresenta bene quello che sono state le donne a lungo nella nostra società, inesistenti se non in funzione del proprio uomo. Per esistere Ken qui, deve attirare l’attenzione di Barbie, la trovata più azzeccata di tutto il film, peccato che si veda cinque minuti all’inizio e cinque alla fine, nel mezzo? L’ansia da prestazione di Greta Gerwig e Noah Baumbach (che non si può citare, in quanto patriarcato!) che sanno che è ora o mai più e hanno anche il fiato della Mattel sul collo.

Risultato? Pur di far arrivare il suo messaggio, ad un pubblico che non è ben chiaro quale sia, Greta Gerwig prende il suo pennarellone a punta grossa ovviamente di colore rosa (chiedo scusa se sembra un simbolo fallico… Patriarcato!) e si mette a sottolineare tutto, poi non paga, i suoi concetti non li suggerisce, ma li fa arrivare al pubblico nell’unico modo possibile quando ti trovi al centro della gabbia delle scimmie nota come “Infernet”: urlando. Il risultato? Si combattono gli stereotipi con gli stereotipi, ma senza aver mai sentito il pezzo dei Viagra Boys prima.

Immagine dedicata alle lettrici della Bara (tutte e quattro)

Parliamoci chiaro, affrontiamo l’elefante rosa al centro della stanza: chi è il pubblico di riferimento di questo film? A chi parla “Barbie”? Alle femministe combattenti? Agli Incel? Alle bambine? La risposta è: a tutti. Quindi per farlo deve urlare nella speranza che qualcuno ascolti i messaggi che ha da mandare, con il risultato che ne escono automaticamente banalizzati. Sapete quando è stato l’altro momento in cui ho intravisto per “Barbie” la serie possibilità di diventare un film riuscito? Quando cala la maschera mettendo in chiaro a chi è che Greta Gerwig vorrebbe parlare. Ad Ugly Betty!

«Parla a me! Proprio a me! Sono io Betty!»

America Ferrera, l’ex Ugly Betty, che qui interpreta Gloria, la segretaria assistente madre di Sasha (Ariana Greenblatt), che in un momento di depressione e sulla via di una crisi di mezza età si rimette a giocare con la Barbie, scatenando su Margot Robbie a Barbieland pensieri di morte, cellulite e piedi piatti. Il concetto di “Barbie ordinaria” che il personaggio si gioca nel finale è chiarissimo a chiunque abbia chiaro cosa sia davvero il femminismo, ma risulta solo l’ennesimo tema poco approfondito e urlato nel disperato tentativo di arrivare a tutti. Quando invece il pubblico di riferimento di “Barbie” erano proprio le Sasha di questo mondo, il fiato della Warner e della Mattel ha colpito e doveva essere anche bello caldo.

“Barbie” potrebbe essere smontato scena per scena, perché quando la protagonista e Ken Accollo si ritrovano nel mondo reale, qui Greta Gerwig perde la tramontana. Viene a mancare anche la minima idea di cinematografia, non essendoci una vera differenza tra Barbieland e il mondo reale (uno avrebbe potuto essere in rosa l’altro che so, in bianco e nero, avrebbe avuto già più senso), la scelta della regista è quella di mostrare i due mondi stereotipati in maniera uguale, se questo risulta perfetto per ricordare i vecchi tempi a chi giocava con la Barbie, risulta una scivolosa buccia di banana (… sarà troppo fallica anche questa?) per il mondo reale, pieno di poliziotto molestatori, cavalli, SUV e beh, stereotipi usati per combattere altri stereotipi, ma nel modo peggiore possibile.

Rosa, rosa a perdita d’occhio e anche oltre.

Capisco perfettamente che Sylvester Stallone per molto pubblico (anche maschile) sia solo un bisteccone un po’ tamarro, capsico anche che Il Padrino, specialmente negli Stati Uniti, sia idolatrata da una parte di possessori di cromosoma Y in fissa con i film di Mafia che lo amano solo per questo, ne comprendo l’uso che Greta Gerwig ha fatto del film di Coppola (o di uno piuttosto famoso di Tony, lo Scott giusto) qui, ma di fatto è un modo per rispondere agli stereotipi con gli stereotipi nel modo peggiore possibile, ovvero il prediletto di “Infernet”, perché zio Sly due personaggi molto riusciti che si muovevano alla perfezione nelle sfumature di grigio li ha firmato, “Barbie” invece si perde nelle sue di sfumature, ovviamente rosa.

Si perde perché poi lascia più spazio a Ken in un film che si chiama “Barbie”, dove il biondo canta più canzoni, tutte per fortuna non urticanti ma beccami gallina se arrivato ai titoli di coda, anche solo una mi sia rimasta in testa. Si perde perché manda a segno la battuta migliore del film, l’unica in cui ho riso (storia vera), ovvero quando Sasha dà della fascista a Barbie, ma poi il personaggio, nel tempo di un nano secondo, passa dall’odiare sua madre e la bambola, ad essere la sua più fedele alleata.

Cappello da cowgir… PATRIARCATO! Ah no, scusate.

Si perde perché l’amministratore delegato della Mattel interpretato dal batterista dei Red Hot Chili Peppers da Will Ferrell per una buona porzione di film sparisce dalla storia e poi ritorna in tempo per il finale tarallucciatore, in cui bisogna ristabilire lo status quo e mandare a segno un monologo conclusivo piuttosto ruffiano e vi prego, non fatevi ripetere cosa ha detto la Wing-woman sull’ultima scena prima dei titoli di coda, vi prego! Non volete saperlo! Vi dico la mia in cambio: Barbie è un film sulle origini di Margot Robbie, pensavamo arrivasse dall’Australia, abbiamo scoperto che mia invece arriva da Barbieland.

Potrei andare avanti a smontarlo tutto, perché “Barbie” espone il fianco più volte e per essere il “Capolavorò!” che sento invocare su “Infernet” è scritto davvero con l’ansia e la fretta nel cuore, tanto che la scena chiave della panchina, a cui evidentemente Greta Gerwig tiene molto per quanta enfasi usa per sottolinearla, alla fine mette in chiaro che “Barbie” è un grande film sull’individualismo, sei bellissimo/a se le persone ti percepiscono come tale, infatti i personaggi fuori dal canone, che siano in sedia a rotelle o interpretati di Michael Cera, sono ridotti ai margini di una storia che ha troppo da dire perché ehi, ora o mai più.

Ci sono personaggi dell’immaginario e della nostra infanzia che si prestano bene ai METAFORONI, se Greta Gerwig non avesse scelto di usare Barbie per portare al pubblico generalista messaggi a cui lei tiene moltissimo (purtroppo banalizzandoli, come gettando pastura rosa agli squali), il suo film sarebbe stata solo la versione con attori umani di uno dei mille film d’animazione su Barbie che esistono da decenni e non hanno mai incassato come questo film. Però immaginate se nel 2000, Bryan Singer si fosse messo a far strepitare Wolverine frasi fatte sull’integrazione, dimenticandosi di usare il cinema e fare un film con i suoi Uomini-Pareggio, cosa sarebbe successo?

«Diglielo Cassidy! Cantagliene quattro anche tu!»

Ho citato i Viagra Boys in apertura ma a ben pensarci, avrei potuto essere ben più banale, perché persino gli Aqua da questo punto di vista se la sono cavata meglio, però parliamoci tra di noi ora. Il vostro mondo sarà rosa, come rosea è la situazione degli incassi di “Barbie”, che non mi è piaciuto ma sono felice che abbia fatto tutti questi soldi, eppure parliamoci chiaro, pensate che le persone siano andate in sala per Greta Gerwig? Per mandare un messaggio sull’importanza di guardare i film in sala? Le persone sono andate a vedere “Barbie” perché Margot Robbie è gnocca, perché Ryan Gosling è gnocco e recita tutto il tempo con gli addominali a vista, il pubblico generalista, quello per cui Gerwig si affanna per conquistarlo, è accorso in sala non per il “Barbeneimer” (che in uno strambo Paese a forma di scarpa non ha alcun senso), ma per la moda del momento. Lo stesso pubblico che fino a ieri condivideva i balletti di “Mercoledì” (intesa come Addams) atteggiandosi a Goth è letteralmente lo stesso che ora veste il rosa, trovo assurdo che la critica stipendiata si sia messe fette di prosciutto (cotto, quello rosa) sugli occhi e stia facendo finta di non vederlo, esultando per una vittoria di Pirro, perché domani il pubblico così, torna su Netflix se la moda del momento lo porta in quella direzione. Ma il vostro mondo è rosa oggi amici cinefili, il mio è nero, quindi posso permettermi di dirlo.

Sapete a quale film somiglia davvero “Barbie”? A Joker, infatti si parla già di prestazioni da Oscar per gli attori principali ed è coerente, Gioacchino Fenice ha vinto per un film dove rideva e piangeva in contemporanea (in tutti i momenti in cui non ballava), Margot Robbie in questo film è fisicamente perfetta per la parte (tanto che la voce narrante di Helen Mirren è costretta ad intervenire in alcuni momenti proprio sulla questione) ma non fa altro che piangere e ridere per 114 minuti. Ed ora ve lo dico, se Ryan Gosling dovesse vincere l’Oscar per aver fatto il pirla per tutto il film, per la sua prova in The Nice Guys allora cosa avrebbero dovuto dargli? Il Nobel? Ah e poi ve lo dico, io conosco uomini ben più scemi di Ken, uno lo state leggendo in questo momento ad esempio.

Nel caso, il premio dovrebbe ritirarlo vestito così.

Lo sapete cari amici cinefili, avete i risultati al botteghino americano del film di Nolan sotto gli occhi come prova, ma se non bastasse, ci sono i precedenti. Cosa capisce Hollywood di un film di successo? Spesso poco, infatti Joker che doveva essere – proprio come Barbie – un film unico ha già in cantiere un seguito, e la Mattel insieme alla Warner che cosa ha fatto? Ha annunciato 14 film basati sui suoi giocattoli. A fine anno, i due più grandi incassi del 2023 molto probabilmente saranno titoli “nuovi” come Super Mario e questo “Barbie”, titoli basati sulla malinconia, i tempi andati e in generale, roba parecchio lontano dall’essere adulta.

Oppure peggio, ad Hollywood capiranno che per fare soldi bisogna associare autori impegnati e giocattoli, quindi cosa facciamo le Tartarughe Ninja diretta da Spike Lee, che parlano delle difficoltà di essere una minoranza etnica con un colore di pelle differente a New York? Facciamo i Transformers protettori del motore elettrico contro i Decepticon che rilasciano anidride carbonica nell’aria con i loro motori termici? Magari prodotti da Leonardo DiCaprio?

Lo so che il vostro mondo è rosa amiche ed amici cinefili, sarebbe bellissimo se partendo da “Barbie” qualcuno avesse la curiosità di approfondire i temi di Greta Gerwig, ma dal mio mondo nero il mio compito è ricordarvi questo: quanti sono andati a recuperare la filmografia di Scorsese partendo da Joker? Un 10%? Meno? Di più? Ribadisco, il mio mondo è nero ma vi ho risparmiato la Wing-woman, impallinata con il rosa e ben più cinica del sottoscritto.

Precedentemente sepolto in data: luglio 2023

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