
Quando mi sono messo a pensare ad un titolo per questa rubrica monografica, la prima idea che ho avuto era qualcosa del tipo “Con quali mezzi Cassidy acquisì lo stile e il titolo per scrivere di Stanley Kubrick”, poi ho optato per qualcosa di ancora più chilometrico, ma questo è un bell’indizio sul mio rapporto con il film di oggi, protagonista della rubrica che invece si intitola… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Se Stanley Kubrick è arrivato a tanto così dal dirigere un film su Napoleone, all’età di cinque anni, William Makepeace Thackeray ha incontrato il vero Napoleone, a vent’anni Goethe e a venticinque ha inventato una parola, quella con cui ancora oggi indichiamo la nobiltà più decadente ma sprezzante, ovvero “Snob” (storia vera). Dinamitardo nel cuore, Thackeray sviluppò presto un’avversione per le fin troppo rigide istituzioni scolastiche e passò vita e carriera a scagliarsi con affilata satira contro il perbenismo, il valore militare, l’antica e praticata arte del matrimonio e chi più ne ha, più ne sbeffeggi. Il suo primo colpo di fioretto al cuore, “La fiera delle vanità” (1848) la storia della scalata al potere di una donna bella e manipolatrice, seguito a ruota da “Le memorie di Barry Lyndon” (1844) che invece è la storia di un poveraccio che tenta la scalata sociale utilizzando scaltrezza e furbizia, alla sua morte, avvenuta a Londra nel 1863, per acclamazione popolare, nell’abazia di Westminster, ovvero la culla delle istituzioni che tanto “amava” Thackeray, venne eretto un busto in suo onore, che lo ha eternamente immortalato con questa espressione…

Inevitabile che uno così entrasse nel mirino di Stanley Kubrick, che ribadisco per quei quattro debosciati poveri di spirito che da fin troppo tempo, tentando di derubricare il valore di questo regista con l’accusa – buffonesca – di non aver mai scritto una sceneggiatura originale. Se esiste un film dove è chiaro come il sole che Kubrick non fosse minimamente interessato a tradurre semplicemente in immagini del testo, è proprio “Barry Lyndon”.
«Dai tempi di Adamo, in questo mondo, non è stato commesso un danno senza che alla mia origine non ci fosse una donna. Sin dalle origini della nostra famiglia (in tempi che dovevano essere molto vicini a quelli di Adamo, tanto nobili, antichi, illustri sono i Barry, come ognuno sa), le donne hanno avuto una parte estremamente importante nei destini della stirpe. Penso che non ci sia persona in Europa che non abbia sentito parlare dei Barryogue, del regno di Irlanda: un più famoso nome si potrà trovare in Gwillim o D’Hozier; e, sebbene da uomo di mondo io abbia imparato a disprezzare con tutta l’anima le rivendicazioni di molti pretendenti ad un casato illustre, che non hanno genealogia più antica del servo che mi lucida le scarpe, e sebbene derida sprezzantemente le vanterie di molti miei compatrioti che si vorrebbero tutti discendenti dai re d’Irlanda, e che parlano di un loro fondo a stento sufficiente a nutrire un maiale, come se si trattasse di un principato, tuttavia l’amore della verità mi impone di affermare che la mia famiglia era la più nobile dell’isola, e, forse, di tutto il mondo; e che i suoi possedimenti, ora insignificanti, perduti in seguito alla guerra, al tradimento, all’andar degli anni, alla stravaganza dei miei maggiori, alla nostra fedeltà all’antica fede degli avi e al sovrano, erano anticamente di vastità inimmaginabile, e comprendevano molte contee, in un tempo in cui l’Irlanda era molto più ricca di ora».

Questo è l’inizio del romanzo di Thackeray e come ho trovato conferma anche nel saggio di Alessandro Carbone (Odissea nell’Incipit) è chiaro che prima di arrivare a dare la sua versione al cinema di questo testo, Kubrick ne abbia utilizzato un altro, mi riferisco a “Teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, confermato anche dal regista a Michael Herr che lo ha intervistato per “Vanity Fair”, dove sosteneva di averne una copia sul comodino (storia vera). Sappiamo tutti che la piccola borghesia ha soppiantato la classe aristocratica, per diventare a sua volta l’esempio, l’ambizioso punto di arrivo di molta classe proletaria sottostante.

Tutto questo discorso che potrebbe essere lungo e pieno di analisi sociologiche, è ben riassunto dalle vicende di Redmond Barry (ufficialmente il primo o secondo ruolo più famoso per un impeccabile Ryan O’Neal, che però per me sarà sempre il Driver), un povero borghese che durante la guerra dei sette anni, arriverà a capire che dietro alla maschera imbellettata della nobiltà, si cela in realtà un mondo corrotto e sleale. Seguendo i mezzi Redmond Barry acquisì lo stile e il titolo di Barry Lyndon, Stanley Kubrick si mette sulle piste dell’ossessione raccontata da Thackeray, ovvero quella di raccontare di una società con un rispetto monumentale per la ricchezza e la classe sociale, per certi versi potremmo dire che con il suo protagonista cinematografico, Kubrick crea un anti-eroe perfetto, un commando da mandare dietro le linee nemiche di un altro sistema, all’apparenza perfetto, destinato anch’esso a fallire, come tutti i sistemi perfetti descritti da Kubrick.

Seguendo la scalata sociale di Redmond Barry, Kubrick porta in scena un personaggio molto realistico, non è il classico eroe ma nemmeno il più tradizionale dei malvagi, un essere umano mostrato nel bel mezzo di una sentimento molto umano, l’ambizione, che secondo quello che per Verga era l’ideale dell’ostrica, lo porterà a diventare prima parte del tessuto di quell’aristocrazia a cui tanto ambiva, ma comunque senza poterne essere pianamente parte, fagocitato da un mondo ancora più ostile, finirà per morire solo, senza eredi e in povertà e con lui, tutta l’aristocrazia, dipinta (verbo scelto non a caso) come dei morti viventi con i minuti contati.
Cosa si dice sempre di “Barry Lyndon”? L’unico aneddoto di produzione diventato negli anni, quello che per troppi è il solo pregio di questo film, la famosa e tanto discussa illuminazione naturale voluta da Kubrick. Lavorando spalla a spalla con il fidato direttore della fotografia John Alcott, i due hanno completamente eliminato ogni forza di illuminazione artificiale dal set, per creare quell’effetto di dipinto o di affresco ricercato da ogni fotogramma del film, immortalato con l’obbiettivo della Carl Zeiss Planar 50mm f/0.7 che si era procurato con l’inganno, acquistandole per un’inezia, con una mossa alla Redmon Barry, adducendo motivazioni affettive, ben consapevole che invece, costassero un occhia della testa (storia vera). Per adattarle alla sua BNC, Alcott ha sudato sette camice, compreso utilizzare lenti che fino a quel momento, utilizzava solo la NASA (su questo, i complottisti dell’allunaggio ci sono andati a nozze per decenni…) il risultato è la meraviglia che possiamo rivederci ogni volta che vogliamo in questo Classido!

Ridurre tutto “Barry Lyndon” al caro vecchio, e comodo per i cinefili che amano le frasi precotte: “bella la fotografia” è un crimine contro l’intelligenza e il buongusto, perché il film è molto più di così, invece dell’incipit temporale del romanzo, Kubrick opta per una scena chiara e molto cruda, la morte del padre di Barry, ucciso durante un duello, che è un po’ un tema ricorrente nel corso di tutto il film, ci saranno scontri a colpi di pugni e a colpi di pistole ad avancarica (per altro citati in film insospettabilmente colti) che provocheranno conati di vomito, scene di panico e ovviamente, morti e feriti, ma soprattutto morti, perché il senso del film è davvero tutto qui.

Per raccontare il secolo dei lumi, Kubrick utilizza solo luci naturali, ha senso no? Trasformando ogni quadro in un dipinto, letteralmente, non è il solito modo di dire precotto, come sostiene anche Martin Scorsese nel fondamentale “Stanley Kubrick: a life in pictures”, l’uso dello zoom di questo film andrebbe studiato da parte di chiunque voglia fare del cinema in vita sua. Alla sua uscita, ad esclusione dell’aggiotaggio e del furto di cavalli, “Barry Lyndon” e il suo regista sono stati accusati di tutto, succede quando diventi il primo (ma anche unico) insuccesso commerciale in una filmografia comunque impeccabile – perché tanto il film è meraviglioso – e sei il regista più influente del tuo tempo, le accuse? Kubrick narciso, innamorato delle sue immagini, se lallerò come direbbero i nobili, quell’incedere lento dello zoom ritrae i personaggi che sono già congelati nel tempo, relitti di un’epoca passata, finita, appunto, già morta.

Ritratti meravigliosamente, con una cura e un gusto per il dettaglio maniacale, ogni costume, firmato da Milena Canonero e Ulla-Britt Soderlund è una ricostruzione perfetta, così per ogni dettaglio di scena, ma i personaggi sono tutti come il padre di Redmon, il primo morto in una carrellata di morti, lo mette in chiaro anche la scritta bianca su schermo nero che fa da conclusione: «Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.»
La costante in molti film di Kubrick, oltre ad una messa in scena in grado di fare scuola, è anche una certa direzione degli attori impostata, molte attrici e attori, diretti dal regista originario di New York ma Inglese d’adozione, che altrove sono piuttosto iperattivi, abbracciamo un certo narrativo immobilismo, che per me, in “Barry Lyndon”, ha trovato il suo punto massimo. Per Kubrick l’immobilismo e gli zoom lenti e lunghissimi per raccontare, attraverso le immagini, un’epoca già morta, e come sempre, l’utilizzo narrativo della musica va a braccetto con questa scelta.

Che sia “Trio” di Franz Schubert oppure la “Marcia da Idomeneo, re di Creta” di Mozart, fino a Bach e Georg Friedrich Händel, che con la sua “Sarabanda” (che nella mia testa è “Theme from Barry Lyndon”, perdonatemi, sono più rozzo di Redmon Barry ad inizio film) che rappresentano tutte l’ideale requiem per una classe sociale defunta, morta anche storicamente oltre che socialmente, visto che Kubrick decide di concludere il film nel 1789, simbolicamente lo stesso anno della Rivoluzione Francese, quella che avrebbe cambiato tutto e fatto rotolare molte teste nobili, alla faccia di chi sostiene che Kubrick non ha mai scritto nulla di suo (… Bestie!), il romanzo originale terminava in epoca napoleonica, nel 1811 e per altro pubblicato a non troppi anni di distanza, visto che è uscito nel 1848.
“Barry Lyndon” alla sua uscita è diventato il bersaglio delle penne stipendiate, difficile da mandar giù per il pubblico, che forse si aspettava qualcosa di più movimentato dopo il trambusto generato da Arancia Meccanica, ma essendo un film che ci ricorda che alla fine, Padre Tempo viene a trovarci sulle tombe di tutti, proprio il miglior critico cinematografico del mondo ha rimesso questo film dove merita di stare, lassù tra gli altri classi(d)i di una filmografia da storia del cinema, la prossima settimana invece, un sito di cinema ufficialmente e orgogliosamente noto (o famigerato) per il cinema Horror, si ritroverà per la seconda volta ad affrontare il film dell’orrore più famoso della storia del cinema, Paura? Timore di andare fuori di testa come Jack? Ne parleremo tra sette giorni, non mancate.


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