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Basic Instinct (1992): Una parola con tre “S”, volete comprare una vocale?

Quanto lo stavate
aspettando questo film? Dai, lo ammetto, anche io ero curioso di rivedermi il titolo che oggi è protagonista delle rubrica… Sollevare un Paul Verhoeven!

Lo dico sempre
che l’inconscio di un cinefilo è sempre in movimento, nel fondo del mio
cervello (o di ciò che ne resta) quando è stato il momento di pensare ad un
titolo per la rubrica, forse in fondo è a questo film che stavo pensando, anche
se come abbiamo visto, di polveroni
in carriera Verhoeven ne ha sollevati parecchi, ma con “Basic Instinct”… Beh, si
è davvero superato.

Se c’eravate
negli anni ’90, non potrete non ricordare l’impatto culturale che questo film
ha avuto sul pubblico, Sharon Stone era LA DIVA sexy di quel decennio, un
modello di bellezza che è diventato il metro di paragone con cui tutte le sue
colleghe (e non solo) hanno dovuto fare i conti. Un polverone mai finito quello
sollevato dal film alla sua uscita, fatto di versioni censurate prive di tutte
le scene più discusse messe su per il mercato televisivo, ma soprattutto la
comunità gay di San Francisco sul piede di guerra contro Verhoeven e la sua
pellicola, colpevole, secondo loro, di aver associato alla bisessualità della protagonista,
concetti come violenza e depravazione.



“Paul tu si che sai mettere a proprio agio gli attori” , “Metodo stanislavskij, zitto e recita!”.

Un film che ha
messo d’accordo praticamente solo i detrattori, perché se da una parte
proliferavano i picchetti davanti ai cinema che trasmettevano il film, con
tanto di cartelli con su scritta l’identità dell’assassino (se accadesse oggi
finirebbe in rissa con i maniaci anti-Spoiler, sai che botte?), anche la
comunità cattolica si mosse contro i contenuti troppo spinti del film e in
tutto questo, Verhoeven riuscì a beccarsi anche un paio di accuse di fascismo,
così, tanto per gradire. Che, poi, come fai a dire che “Basic Instinct” è un film
fascista? Sharon Stone è troppo ariana? Bah, se le accuse di fascismo per
Verhoeven mi sono sempre sembrate insensate, qui più che mai. Insomma, un enorme polverone che per anni ha
rischiato di oscurare gli effettivi meriti della pellicola.

Fun fact: Verhoeven ha chiesto a sua moglie Martine, se poteva fare sesso con la Stone, risposta della moglie: “Sicuro sia una buona idea per la tua carriera” (storia vera), la signora Verhoeven è il mio nuovo mito!

Ed il vostro
amichevole Cassidy di quartiere in tutto questo? Ah, voi mi vedete così, ma io in
fondo (molto, molto in fondo) sono un’anima candida, il film mi è sempre
capitato di vederlo solo nei passaggi televisivi e mai per intero, giusto
qualche spezzone qua e là… Ok, dai, ditelo tanto lo so che volete dirlo, guardavo
solo CERTI spezzoni. Avete ragione il film ha delle scene che diciamo
calamitano l’attenzione, specialmente per un ragazzetto in età pre-puberale in
un’era pre-internet, mi sento vecchio come Fred Flinstone.

Ma già allora i
film di Verhoeven che amavo erano altri, tipo Robocop e Atto di Forza, questo film mi è capitato di vederlo per
davvero soltanto anni dopo, anzi rivedendolo dall’inizio alla fine per
questa rubrica, mi sono reso conto che un paio di scene mi mancavano
completamente (storia vera), che poi è anche il modo migliore per apprezzarlo,
ovvero goderselo dalla poltrona comoda dell’anno 2017, ora che il polverone
sollevato si è finalmente diradato ed è chiaro che “Basic Instinct” al netto di
qualche ingenuità dettata più che altro dal periodo storico, ha il peso
specifico di un Classido!

Se i Classidy
sono quei film che hanno saputo imporre un modello, beh allora “Basic Instinct”
deve fare parte di questa categoria, da sola questa pellicola ha dato il via a
tutto quel filone molto in voga durante tutti gli anni ’90, quello dei thriller
con la coppia di divi Hollywoodiani che facevano le cosacce, dai che li
conoscete tutti, quasi tutti i registi hanno dovuto tener conto della rivoluzione portata nel cinema da Paul
Verhoeven, film come “Body of Evidence” e “Sliver” (entrambi del 1993) sono
l’effetto collaterale del nuovo standard imposto dall’Olandese sbarcato ad
Hollywood.
Sì, perché da
pirata dei generi cinematografici quale è, quasi tutti i film americani del
nostro Polveròn sono allo stesso tempo fulgidi esempi del genere di cui fanno
parte, ma anche quasi delle parodie, dopo aver ironizzato sulla società
americana utilizzando un poliziotto Robot e dopo aver deformato il volto e il
corpo dell’ultimo eroe dell’azione, Verhoeven era pronto a cambiare nuovamente
genere ma non approccio.



Minuto uno del film, siamo già nel vivo dell’azione!

La sua idea è
quella di fare un thriller alla Hitchcock, ma con molto più sesso, sesso, la
famigerata parola con tre “S” che piace a tutti, è proprio quello che Verhoeven
porta ad Hollywood, l’Olandese arriva nella più grande industria
cinematografica forte di due blockbuster di enorme successo e con
l’atteggiamento del ragazzo ripetente che arriva in una nuova scuola, mentre i
suoi compagni faticano a parlare alle “Femmine” lui ne ha già orizzontalizzate
un paio, in pratica è un uomo tra i bambini, infatti entra a gamba tesa (meglio
non indagare su quale gamba) in un’industria che trattava la parola con tre “S”
in modo pavido, anzi, forse non ne parlava proprio.

Se volessi
metterla giù dura potrei dire che Verhoeven con Hollywood intreccia un rapporto
simile a quello che c’è tra Catherine Tramell e Nick Curran, un continuo
inseguirsi, provocarsi, diventare strambi compagni di letto solo per poi
scacciarli via con una scrollata di spalle, ma in generale preferisco
continuare a porre l’attenzione sull’abilità di Verhoeven di cambiare agilmente
da un genere cinematografico all’altro, il modello sono i noir classici come “La
fiamma del peccato” (1944) che Verhoeven e lo sceneggiatore Joe Eszterhas
omaggiano, ma allo stesso tempo smontano.



“A proposito di smontare, vieni com me che ho due paroline da dirti, vieni vieni…”.

Cos’è “Basic Instinct” un thriller? Un Noir? Un poliziesco, oppure un film erotico? Un
po’ di tutte queste cose, ma per assurdo considerando il gigantesco far parlare
di sé, è anche il film MENO esplicito mai diretto da Verhoeven, i titoli di
testa sulle sinuose note di Jerry Goldsmith lasciano intuire più che mostrare, è
chiaro cosa stanno facendo quei due corpi in azione, ma le immagini ci arrivano
riflesse su superfici opache, quasi ad introdurre un’atmosfera onirica da noir
che terrà banco fino ai titoli di coda.

Poi? Pronti via! I famigerati cinque minuti iniziali che come mi piace ripetere, sono quelli che
determinano il passo di un film, uno specchio sul soffitto alla Tinto Brass, due
che trombano in un letto, sesso, tette, un rompighiaccio, gli effetti speciali
di Rob Bottin e poi sangue e morte, eros e thanatos, carne e sangue, insomma tutti gli elementi del cinema di Verhoeven.



Non cercate di girare lo schermo o di voltare la testa come le civette per sbirciare meglio dai!

Il casting del
film è al limite del geniale, il ruolo del detective Nick Curran pensato
originariamente da Joe Eszterhas come una donna bisessuale, diventa un uomo e
viene proposto a TUTTI gli attori di Hollywood, proprio tutti da Jack Nicholson a
Bob De Niro, ma quello che arriva più vicino ad accettare è Wesley Snipes che
poi si tira indietro per un conflitto con alcuni precedenti impegni lavorativi.
Si fa avanti, quindi, Michael Douglas, che forse aveva sentito cosa è capace di chiedere ai suoi attori Verhoeven,
quindi nel contratto fa mettere le postille, il suo personaggio deve essere
etero e nessuna scena di nudo frontale, ok? Americani, tzè, Rutger e Jeroen non si facevano tanti problemi.

Douglas, però, era
preoccupato, aveva capito di avere per le mani roba che scotta e per il ruolo
della protagonista vorrebbe un’attrice famosa, mossa paracula per dividere le
colpe in caso di eventuale disastro, il figlio del grande Kirk spinge (scelta
infelice di parole lo so…) per Julia Roberts, ma le attrici selezionate per il
ruolo di Catherine Tramell sono, praticamente tutte quelle disponibili ad
Hollywood, si va da Geena Davis fino a scelte improbabili come Anjelica Huston
(!), penso che se escludiamo Shirley Temple e Kathy Bates (ma sulla seconda non
ne sono così certo) il ruolo è stato proposto davvero a tutte!
Diciamolo senza
girarci troppo intorno: Michael Douglas è perfetto in questo film perché di fatto
interpreta la parte di se stesso. Lo ammetto, non mi sta proprio simpaticissimo,
così, questione di pelle, poi magari nella vita è uno stinco di santo non lo
so, ma mi dà davvero l’impressione di uno dipendente dalla sue dipendenze, che
potrebbe arrivare a trattare una donna come fa con Jeanne Tripplehorn in questo
film, inoltre mi rifiuto di credere che Verhoeven non abbia pensato al fatto
che Douglas era già stato un poliziotto “Sulle strade di San Francisco”
(pronunciato come si scrive, come faceva la mia nonna) nell’omonima serie tv.



Il film del doposbronza sullo schermo? “Hellraiser” (1987), Verhoeven non rinuncia a carne e sangue.

Ma se Douglas interpreta
se stesso, Sharon Stone va oltre, penso che sia il più clamoroso caso di
attrice pronta per la vetta e di un regista che ha un’intera poetica
cinematografica che ruota intorno a personaggi come Catherine Tramell. Per
certi versi la bionda Verhoeveniana definitiva, che porta il totale scompiglio
nella vita di Nick Curran che, non a caso, un minuto dopo averla conosciuta
ricomincia a bere e a fumare, ma è anche un caso di mimetismo cinematografico
totale. Onestamente, io non so se Sharon Stone sia se stessa, o dal 1992 stia
ancora interpretando la parte di Catherine Tramell, un discorso tra realtà e
finzione degno di quello che mette su Verhoeven nel film.

“Cosa hai detto Cassidy? Le immagini tendono a distrarmi…”.

Sì, perché Sharon
Stone con il suo QI di 154, di fatto è Catherine Tramell, la geniale scrittrice
che basa tutto il suo alibi sulla sua superiorità intellettuale, anzi, sul
fatto che tutti gli altri siano dei deficienti: “Andiamo, ho scritto un libro
dove uccido uno con un punteruolo da ghiaccio dopo averlo legato alla testiera
del letto con una sciarpa di seta bianca, sarò mica così cretina da farlo
davvero, no?”. Su questo inganno Verhoeven basa tutto il suo film, un trucco
talmente efficace da trascendere il confine dello schermo cinematografico,
ancora oggi si parla dello spaventoso QI della Stone e hanno iniziato tutti a
farlo in un film dove la scena madre prevede che lei non indossi le mutande,
non so come le due cose siano legate, non credo che l’assenza di mutande faccia
aumentare l’intelligenza (altrimenti l’umanità sarebbe salva), ma è giusto per
ribadire quanto attrice e personaggio siano sovrapposti una all’altra in
maniera indelebile.

A differenza di
tanti film pruriginosi nati sulla sua scia, “Basic Instinct” non è solo la
scusa per mostrare un po’ di scene di sesso tra attori famosi con una trama
circostanziale attorno, ma è una sceneggiatura estremamente letteraria, sembra
tratta da un libro senza esserlo davvero, materiale che se non sai gestire
diventa palloso (vero seconda stagione di True Detective?), ma che Verhoeven da grande uomo di cinema tiene bello vivo
e attivo.



“Sto leggendo un bel libro, ci verrebbe fuori un gran film, magari con Michael Douglas”.

A proposito di “Libri falsi” e di psicologi, entrambi argomenti che hanno cittadinanza con questo film, beccatevi uno speciale a tema di Non quel Marlowe.

Ma anche il romanzo tratto dal film.

Per finire, i rari titoli italiani del film (“Istinto di base”!), tratti da una VHS d’annata.

I vari libri scritti da Catherine Tramell sono centrali nella trama e, procedendo con i minuti, il discorso tra realtà e finzione già proposto brillantemente da Verhoeven ne Il quarto uomo tiene nuovamente banco.

Anche qui abbiamo
una bionda algida che utilizza il suo corpo e il sesso per guadagnarsi una
posizione di potere, se Catherine Tramell è la bionda Verhoveniana definitiva, Nick
Curran è la quinta essenza del maschietto ridicolizzato, totalmente succube dei
suoi (Basic) istinti più bassi, incapace di ragionare se non con il cervello
ausiliario, quello che noi maschietti abbiamo dentro le mutande, un’umiliazione
che diventa palese anche nella scena invecchiata peggio di tutto il film:
quella della discoteca.



Negli anni ’90 eravamo decisamente più comodi nel vestire.

Onestamente a
rivederla oggi risulta imbarazzante, il maglione con cui Michael Douglas si
presenta in discoteca per fare il giovane è impietoso, nel confronto diretto
con Catherine e la sua amante Roxy (Leilani Sarelle) sembra uno uscito da un
lungo matrimonio, che si atteggia a fare il giovane per far vedere quanto si
diverte con la sua ritrovata libertà. Anche i dialoghi non fanno che
ridicolizzarlo e allo stesso tempo a prendere a schiaffoni in faccia
l’ingenuità della Hollywood dei primi anni ’90 sulla materia sesso, per Nick, Catherine
è la “scopata del secolo”, per lei lui è solo “Un buon inizio”, chi sarebbe dei
due il sesso forte?

Gli uomini preferiscono le bionde. Verhoeven sicuramente!

Per assurdo, però,
la scena più torrida di tutto il film non prevede i due protagonisti, ma è
quella tra Nick e la psicologa la dottoressa Beth Garner e qui fatemi fare una
menzione speciale per Jeanne Tripplehorn, al suo esordio cinematografico
(ennesima conferma del buon gusto di Verhoeven nello scegliere le sue attrici),
che al suo primo film deve girare una scena in cui viene violentata da Michael
Douglas… Benvenuta ad Hollywood Jeanne! Argomento estremamente serio che oggi è
più in voga che mai.

“Ti ho mai parlato del mio amico di nome Harvey? Non il coniglio gigante, il produttore”.

Quella scena è
Verhoeven al 100%, ha un livello di ambiguità tra i personaggi che è la
classica zona grigia in cui il regista olandese non moralizza, mostra e fa
cinema lasciando il dubbio e lo shock allo spettatore. Possiamo definirlo uno
stupro, oppure è sesso violento consensuale? Una continuità narrativa che arriva
dritta da Spetters e che Verhoeven ha
portato con sé fino ad Hollywood per prendere ancora a schiaffoni in faccia il
pubblico. Grazie Paul! Tante care cose!

Ma a proposito di
scene che ti prendono a schiaffoni, dai la conoscete, è talmente famosa che
anche chi non ha mai visto il film sa di cosa sto per parlare, la famigerata
scena dell’interrogatorio, quella per cui ancora oggi Sharon Pietra e il nostro
Paul ogni tanto se le mandano a dire, anche se l’unica cosa certa è che il
fantozziano “Togliti le mutande” fu tutta farina del sacco di Verhoeven e
lasciatemi dire che su questo avevo pochi dubbi, anche perché secondo Paul l’idea
gli è venuta da una sua compagna di università, che per metterlo in imbarazzo
fece la stessa cosa (storia vera). Ora però aspettate almeno che io abbia
finito prima di correre tutti ad iscrivervi alla stessa università di Verhoeven
dai, fate i bravi!



Una fatica trovate questa immagine su Google! Davvero non si riesce a trovare! (seee proprio).

Il bello di
quella scena non è tanto la fugace sbirciata gentilmente offerta sa Sharon, ma
quanto il fatto che una scena statica come un interrogatorio, nelle mani di
Verhoeven diventa una scena d’azione, grazie alla fotografia del fidato Jan de
Bont, la regia di Polveròn è frenetica, tutto un repentino zoomare avanti,
rimbalzando velocemente tra i volti roba che se per caso sbatti le ciglia nel
momento sbagliato, ti perdi proprio quel fotogramma per cui si è parlato così
tanto.

A ben pensarci
quello che si vede è pochissimo, quasi nulla, ma tutti gli sguardi, dei
personaggi nel film e degli spettatori convergono tutti verso uno unico punto
di fuga (ho detto FUGA!!) in cui il mostrato è quasi niente, ma le reazioni
sono chiarissime, il colpetto di genio è il primo piano sul faccione di Wayne
Knight che suda come un porco, suda come fosse uno che non vede una donna da
ben prima del 1992, roba che a confronto quando si è trovato faccia a faccia con un Dilophosauro era molto,
ma molto più a suo agio!



“Ah-ah-ah! Non hai detto la parola magica!” (cit.)

Trovo brillante
anche il fatto che quando poi ad essere interrogato è Nick, Paul Verhoeven utilizzi
nuovamente lo stesso registro frenetico come a sottolineare che a quel punto
della storia, Nick è totalmente nelle mani di Catherine, ma privo della sua “Smutandata”
arma segreta, ennesimo modo per ribadire la superiorità femminile, che si nota
anche quando Nick parlando, inizia ad utilizzare le stesse identiche frasi che
fino ad un minuto prima erano state pronunciate da Catherine.

Tutto l’andamento
dell’indagine è davvero anti-Hollywoodiano, la storia è un continuo
procedere per arrestarsi in qualche vicolo cieco e poi ripartire a razzo tra
inseguimenti (anche in auto su lungo le scale), fino alla rivelazione finale
che, per altro, non è mai mostrata, al contrario delle abitudini di Hollywood che
pretendono che tutto sia chiaro e limpido, qui la risoluzione del giallo
avviene off-screen, come il sudore sul faccione di Wayne Knight che ci conferma
cos’abbiamo visto.



“Restare concentrati, rischiate di perdervi il meglio”.

Verhoeven anche
nella terra della torta di mele continua a portare avanti un discorso sulla
realtà e la finzione proprio come ne Il quarto uomo, che diventa quasi onirico come i ricordi della Recall di Atto di Forza, gli eventi si sono
davvero svolti come l’indagine lascerebbe intendere, oppure Catherine ha
utilizzato i personaggi come se fossero quelli di un suo libro, per “scrivere”
un finale a lei congeniale?

Proprio come nel
finale di Atto di forza, Verhoeven non conferma, ma ci lascia con il dubbio,
tanto che quello che dovrebbe essere un semplice whodunit non si
risolve nemmeno dopo la rivelazione sull’identità dell’assassino, Verhoeven è
bravissimo a tenere alta la tensione per farci capire che la scena finale deve
ancora arrivare, ce lo fanno capire anche le efficacissime musiche di Jerry
Goldsmith che ci impediscono di abbassare la guardia, la soluzione del giallo è
nell’ultima pagina e per Verhoeven il climax deve svolgersi per forza a letto.



Ricordavo duelli finali un po’ diversi da questo, ma va bene lo stesso.

L’ultima scena di
sesso è diretta come il duello finale tra buono e cattivo in un western, come l’ultimo
combattimento in un film d’azione, ma con i “Ginger e Fred orizzontali”
(soprannome inventato da Sharon Stone per se stessa e il suo partner nel film)
impegnati nella loro danza da materasso. L’ultima scena è bellissima, Verhoeven
sposta la macchina da presa dai personaggi fino sotto al letto, la loro storia
è finita, ormai è una cosa tra il regista e il pubblico, quel rompighiaccio
sotto il letto sta davvero lì, oppure è una proiezione delle paure di Nick? Si
tratta della pistola fumante che incastra Catherine o magari è la trottola di “Inception”
diciotto anni prima di “Inception”? Verhoeven non risponde, come i grandi
uomini di cinema non moralizza e ci lascia con il dubbio.

Insomma, “Basic
Instinct” resta un grande film, corpi che sbattono e si sbattono come in Crash di Cronenberg, ma in forma di
thriller e pronto per il grande pubblico disposto a pagare per assistere, il
trionfo di Verhoeven che conquista anche Hollywood con il potere della parola
con tre “S”… Tra sette giorni, l’ideale continuazione di questo pepato
argomento.
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