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Beau ha paura (2023): la spiegazione del film di Ari Aster con Joaquin Phoenix

Un tempo avevo un collega di lavoro, fortunatamente diventato ex, che durante una pausa pranzo ha pensato che al mondo interessasse il suo illuminato parere su un film di David Lynch che aveva visto, “Mulholland Drive” (2001).
Non solo non gli era piaciuto – legittimo – ma stando al suo racconto, si era sentito in dovere, all’uscita della sala, di inchiodare in un angolo la maschera del cinema, costringendolo a spiegargli quello che aveva appena visto. Tutta la mia solidarietà alla sottopagata maschera, non tanto per aver dovuto spiegare il film di Lynch, quanto a non strangolare il mio ex collega, che ci tengo a dirlo, era un ingegnere, quindi questo spiega molto di questa storia (vera).
Dove sta il confine tra un regista geniale e uno paraculo che si barrica dietro una narrazione criptica per passare per intelligente? Sottile, forse sottilissimo. Davanti ai film così la reazione può essere quella del non tanto brillante ingegnere descritto in apertura, oppure, davanti ad un film che dura una manciata di minuti meno di tre ore, l’istinto è seguire le orme del Venerabile, che scherzando forse ha detto la verità, sicuramente sulle dimensioni delle balle che “Beau ha paura” gli ha fatto, equivalenti per diametro a quelle dell’uomo-pene del film, ma visto che siete qui per conoscere i dettagli del film, sappiate che andrò a braccio, quindi per spiegarlo, sarà necessario fare qualche SPOILER!
Beau ha paura anche degli SPOILER. 
Va detto che Ari-Ari-Ari-Oh Aster, dopo Hereditary e Midsommar ha messo il suo nome sulle mappe geografiche, o sulle liste degli assassini prezzolati, a secondo del vostro livello di gradimento dei suoi film. Va detto anche che il suo aver dichiarato di volersi allontanare dall’horror, mi ha fatto storcere il naso, da amante del genere, mi è sembrata una mossa alla Ridley, lo Scott sbagliato, quando abbandonò la fantascienza. Sappiamo tutti com’è finita, non benissimo.
Dopo aver visto “Beau ha paura” (figuriamoci noi!) ho pensato che Aster l’horror non lo mollerà mai, le scene di tensione sono quelle che gli vengono meglio, anche le più riuscite di questo film, ma il ruolo dei produttori è spesso sottovalutato. Siamo abituati ad immaginarli come tanti Mr. & Mrs. No, che pensano più ai soldi che all’arte, uno stereotipo se vogliamo, perché Ari-Ari-Ari-Oh qui, avrebbe avuto davvero bisogno di un produttore pronto a dargli qualche schiaffone sul coppino, convincendolo a tagliare, perché le quasi tre ore del film si sentono tutte, il secondo atto si dilunga fin troppo e si sente la mancanza di un produttore a tirare le briglia al regista.
Sospettavate che Ari-Ari-Ari-Oh fosse un Hipster? Guardate cosa sta bevendo e toglietevi ogni dubbio.
 
Penso che la presenza nel ruolo principale di Joaquin Phoenix abbia creato delle aspettative (a voi, io volevo vedere Adamo “Bellissimo” Driver contro i dinosauri), ma possiamo far finta di aver già fatto tutta la premessa su Gioacchino Fenice? Dai, ho già dato. Qui il nostro manda a segno un’altra ottima prova, l’ennesima oserei dire, parliamo di un attore che non ha problemi a mostrarsi sfatto (perché secondo me ci vive in quella condizione) e che gavazza quando può stare in quella zona tra il realismo e il recitare sopra le righe. 
Il suo Beau è identico a quegli amici e parenti che conoscete, maschietti che hanno superato gli ‘anta e vivono ancora a casa con mammà: pancetta, pochi capelli e un cordone ombelicale forse mai tagliato. Non ho gradito tutto del film di Aster, anzi, ma dentro ci ho trovato elementi che come avrebbe detto Giacomo Uncino (capitano) mi aggradano. Nel giro di pochi giorni, con modi diversi, sono usciti due film che ruotano attorno a personaggi materni, ben poco materni.
«Non è stressante essere figlio di mia madre» disse Beau, 19 anni. 
Raccontare la trama di “Beau is afraid” non è il massimo, fate prima a vederlo che a farvelo riassumere da me, incapace di sintetizzare. Penso che nessuno, nemmeno Ari-Ari-Ari-Oh (che giustamente non si scopre e non da spiegazioni sul suo film, a differenza di altri registi) potrebbe negare se dicessi che siamo davanti alla storia di Beau, che lascia casa sua per raggiungere quella di sua madre, sia almeno un punto di partenza fisso per questo film. Da qui in poi vale tutto.
Beau vive in un quartieraccio da riqualificare (dall’azienda di proprietà di sua madre, Aster ci tiene a farcelo notare), di mezza età, fuori forma, pieno di paranoie e legatissimo ad una madre oppressiva, deve prendere un aereo per raggiungerla, ma già la partenza è complicata. Il casino notturno provocato dal vicino di stanza lo tiene sveglio la notte e quasi gli fa perdere l’aereo, poi qualcuno gli porta via chiavi e bagagli, nemmeno fare un bagno rilassante basta, perché tra loschi figuri che si infilano in casa sua e risse con estranei (combattute stile match tra nudisti) mandano Beau in coma, causa taser di un poliziotto, l’incontro ravvicinato con un bus e delle coltellate. Ricevute da svenuto.
Gli spettatori, alla fine del primo atto del film di Aster. 
Posso dirlo? Già con Midsommar il cinema di Aster esponeva il fianco all’umorismo involontario, ho sentito di un sacco di persone che sono scoppiate a ridere guardando scene chiave di quel film. Qui succede lo stesso, ma amplificato mille molte, alcuni eventi che accadono sono tragicomici, roba stile ZAZ, ma raccontati tutti in maniera SE-RI-SSI-MA, anche troppo. L’etichetta di commedia/horror è una mezza fregatura per assecondare questa tendenza del regista, perché le commedie/horror non hanno questa manifesta pretenziosità, quindi mettete tutto questo in conto prima di affrontare le tre ore del film.
Ogni svolta della storia, rende la trama sempre più bizzarra, dai bordi sfumati, da Lynch bisogna dire che Aster prende quella che io chiamo “la dimensione della notte post peperonata”, dovrei parlare di piccolo cinema onirico (cit.) ma qui siamo proprio tra le maglie dell’incubo. Beau, che se non fosse chiaro, ha paura, è un narratore inaffidabile, quello che vediamo potrebbe essere sempre il suo punto di vista, filtrato dal fatto che parliamo di un uomo, o meglio, un bambino vecchio che vive nella paura di tutto, soprattutto di sua madre.
Sigmund Freud… 
 
Mi sarei aspettato nel faccia a faccia con mammà (Patti LuPone nel presente, Zoe Lister-Jones nei flashback da giovane) di sentire Beau citare lo zio Fester dicendole: «Sei stata una madre castrante!»
Perché “Beau ha paura” parte per la tangente e infila dentro di tutto, una famiglia disfunzione (tema caro ad Aster) che offre cure al protagonista, ma nel mucchio infila figlie adolescenti molto problematiche, violenti reduci di guerra che perseguitano il protagonista, fino a telecamere a circuito chiuso che sembrano seguire il protagonista ovunque, perseguitato da personaggi ricorrenti (tipo Parker Posey) che potrebbero essere tutti dipendenti dell’azienda materna.
… Analyse this (cit.) 
 
Giusto per allungare ancora un po’ il brodo, prima di raggiungere la casa di mamma, Beau si perde nel bosco, ripercorre in modo molto “Arty” tutta la sua vita (per giustificare la locandina), tra artisti itineranti e un bosco da attraversare, che se non sembra quello cantato da Caparezza, potrebbe essere la selva oscura, visto che il mezzo della sua vita il protagonista l’ha passato.
Aster non si fa mancare niente, anche un po’ troppo va detto, ci sono echi da The Truman Show (le telecamere, il finale in barca), ma anche molti indizi disseminati in giro, per un film volutamente onirico, perché il viaggio di Beau potrebbe essere tutto nella sua testa, ipotesi che ciccia sempre fuori davanti ad ogni film anche minimamente criptico. Cavolo, è una teoria ancora quotata anche per film come “Grease” (1978).
È un sogno! Come “Il mago di Oz”! 
Le opzioni sono parecchie, la mamma di Beau è a capo di una potente azienda, ha uomini, donne e mezzi per controllare il figlio (il ritratto materno composto con le foto dei dipendenti, potrebbe essere un ottimo indizio), ma è chiaro che Ari-Ari-Ari-Oh si barrichi dietro la struttura onirica del suo film per uscire dai guai.
Una scena chiave, anche quando parlo di umorismo involontario scappato di mano, sta nell’incontro in soffitta di Beau con beh, l’uomo-pene. Suo padre? La sua mascolinità tenuta in soffitta da mamma? Sta di fatto che non avrei mai pensato di trovare una scena degna di un film della Troma in uno della A24.
La vostra faccia, quando vedrete il mostro-pene.
 
La chiave di lettura facile (è grossolana) messa su da Aster è un METAFORONE maldestro, Beau ha appena fatto qualcosa da adulto (sesso, per di più nel letto di casa di sua madre, sacrilegio!) quindi fa i conti con la sua mascolinità eternamente repressa da una madre castrate. Ora, io non so se Aster abbia familiarità con il dialetto Veneto, ma trovo significativo (e come detto, tragicomico) il fatto che la mamma arpia di Beau si chiami Mona. Vorrei che fosse una mia battuta di cattivo gusto, ma vi giuro che si chiama proprio così. 
La sensazione è che al terzo film, il primo non horror (anche se proprio di tensione sono le parti migliori), Ari-Ari-Ari-Oh l’abbia un po’ fatta fuori dal vaso, scendendo dal letto dal lato “Sono un grande Autore!”, oppure sia un simpatico paraculo che dietro all’etichetta commedia/horror, si sia divertito a muovere la macchina da presa in modo impeccabile (qui non ci sono discussioni, è tecnicamente molto ma molto preparato) per una storia dalle molte chiavi di lettura, forse anche troppe, tutte volutamente critiche per sfruttare quel confine sottile tra il genio vero e la rottura di coglioni Ortolaniana.
Gli spettatori, alla fine del secondo atto del film di Aster. 
Quindi sono più furbo (o stronzo) io, che vi ho fatto leggere il post fino in fondo, facendovi credere che fosse uno di quegli articoli del cazzo (gigante e in soffitta) che popolano Infernet, con titoli tipo “Fracchia contro Dracula: il finale spiegato!” anche quando non c’è una mazza chiodata da spiegare, perché tanto quei post sono riassunti per chi passa il tempo del film a “spimpolare” il cellulare? Oppure è più furbo (o stronzo) Ari Aster, che sa bene che le scene horror gli vengono bene, mentre altre gli scappano di mano con risultati fin troppo tragicomici, quindi ha messo su un film minestrone, dove ci potete trovare dentro tutto, anche la sua ossessione per le famiglie disfunzioni?
«Aster è andato a scuola di cinema e non dallo psicologo, preghiamo per lui e per noi» 
Una cosa certa posso dirvela, per quanto sghembo e imperfetto, “Beau ha paura” è uno di quei pochi film in circolazione, che chiede al pubblico di usare più dei normali due neuroni canonici. Lui e Jordan Peele ogni tanto alzano al pubblico certi palloni, quindi invece di chiuderci a riccio, correndo a cercare in rete post tipo “Beau ha paura (2023): la spiegazione del film di Ari Aster con Joaquin Phoenix”, mettete in moto le rotelline e abbracciate il caos di un film così. Non ragionate da ingegneri, le maschere dei cinema di tutto il mondo vi ringrazieranno.
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