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Belfast (2022): dopo questa Kenneth, mi devi svariate birre

Lo sapete che ho una vera passione per l’Irlanda, tutta. Quindi secondo voi poteva non attirarmi magneticamente un film che si intitola “Belfast”? Per altro uno dei viaggi più belli della mia vita l’ho fatto proprio a Belfast, quindi se qualunque altro film iniziasse come questo, con immagini da cartolina di qualunque altra città, non avrei gradito più di tanto, ma se mi fai vedere la capitale dell’Irlanda del Nord, qualche corda personale me la tocchi, purtroppo il resto del film non ci è riuscito quasi per niente.

Di mio non ho mai idolatrato Re Kenneth Branagh, ma ho capito gli intenti, raccontare la sua vita usando il mezzo che lo ha reso famoso, ovvero il cinema, insomma sulla carta questo poteva essere un film con dentro tutto per colpirmi, ma vi riporto questa citazione: «Secondo di tre figli, Kenneth Charles Branagh nasce il 10 dicembre 1960 a Belfast, Irlanda del Nord, da una famiglia protestante della classe operaia[…] All’età di 9 anni si trasferisce con la famiglia a Reading, Inghilterra»

«Tu interpreti me? Allora cerca di essere bello, bellissimo… Ho detto ancora più bello!!»

Questa frase arriva dalle prime righe della pagina Wikipedia dedicata alla biografia di Branagh, sapete dove sta il problema? Questa è anche tutta la trama del film. Sapete come dico sempre, quando la storia di una biopic è più interessante letta su Wikipedia che vista al cinema: Houstonm anzi Belfast abbiamo un problema.

Dopo le immagini da cartolina della città, Branagh abbraccia il bianco e nero riportandoci nell’agosto del 1969, la storia è quella riportata qui sopra raccontata tutta ad altezza bambino – anche nelle inquadrature – ovvero dal punto di vista del piccolo Buddy, che in quanto alter ego del regista con il super ego, non può che essere un bambino bellissimo, biondisismo e bravissimo a scuola interpretato dall’esordiente Jude Hill. 

Finisce qui? No perché il Super ego scalpitante di Re Kenneth gli impone di scegliere quel gran bel pezzo di Caitríona di Caitríona Balfe nei panni della madre e quel manzo di Jamie Dornan in quelli del padre. Completa il resto della famigliola nonno Ciarán Hinds e nonna Judi Dench, veterana di mille parti recitate nei film di Branagh.

Kenneth Branagh è talmente megalomane che il complesso di Edipo non gli basta, deve avere anche quello di Elettra.

Posso dirlo? Il film sulla vita della sua famiglia è quasi una mossa alla Spielberg (apprezzo), ma in salsa Irlandese (apprezzo anche di più), ma il risultato mi è sembrato così edulcorato (malgrado il bianco e nero), da convincermi davvero poco. 

Tutto è così ordinato, pettinato, laccato che le barricate, la questione Irlandese, i “Troubles” non sembrano poi tutto questo grande fastidio nella vita dei protagonisti. Dopo la scena di apertura in cui scudi improvvisati passano dall’essere usati contro draghi immaginari nei giochi dei bambini in strada, a fare da inefficace riparo durante la rivolta poi? Puff! Fine della questione, il problema più grosso dei protagonisti sembrano i debiti e il dover trasferirsi, anche se lo ammetto, ho apprezzato molto la battuta: «Gli Irlandesi sono nati per partire, altrimenti nel mondo non ci sarebbero i pub»

Per essere un film sui “Troubles” qui di problemi ne vedo ben pochi per i protagonisti.

Cosa funziona molto di “Belfast”? Il colore compare solo quando il piccolo protagonista viene portato al cinema e a teatro, una scelta estremamente cinematografica per dimostrarne il fascino, ma anche come i colori del mondo siano reali solo visti sul grande schermo (cit.), anche se John Carpenter ci era già arrivato da tempo. 

Altro problema: quando il cinema fa capolino nella vita del protagonista, Re Kenneth mi fa un regalo, scegliendo due dei miei Western preferiti, purtroppo entrambi in bianco e nero, facendo un po’ cadere faccia a terra il suo trucchetto sull’uso del colore. 

«É buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo» (cit.)

Utilizzare come citazione musicale la ballata di Mezzogiorno di fuoco per quel duello in strada mi ha fatto pensare che il film sarebbe decollato, invece niente, a Re Kenneth sembra interessare di più raccontare la sindrome dell’emigrante che i “Troubles”.

La sensazione che ho avuto guardando “Belfast”? Mi è sembrato che Re Kenneth il magnifico abbia scelto di usare il cinema per raccontare la sua storia ma in bella copia, vedere il suo piccolo alter ego seduto su un marciapiede a leggere non un fumetto Marvel a caso, ma proprio uno di Thor (non credo serva spiega perché vista la filmografia del regista), mi è parsa una chiara operazione di glorificazione personale della storia di Kenneth Branagh. 

Da un Marvel fan ad un altro, Kenneth ti voglio bene, ma questo è riscrivere la realtà, colpo basso.

Insomma, caro Kenneth sono felice che la tua autostima sia ai massimi livelli, ma per me Belfast è un pezzo importante che forse non meritava di fare da sfondo a tutta questa ego mania, considerando anche quel vuoto pneumatico patinato che è “Assassinio sul Nilo” (2022), grazie Kenneth, ma per un po’ tu ed io meglio se non ci vediamo più, andiamo a prenderci una birra insieme tra qualche mese eh? Paghi tu.

Sepolto in precedenza sabato 26 febbraio 2022

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