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Bella in rosa (1986): sempre caro mi fu il colorato mondo degli Eighties

Io non sono bello nemmeno in nero, figuriamoci in rosa, ma sapete chi può portare la nostra dose di cinema di John Hughes su questa Bara meglio di me? Rebel Rebel, che torna per festeggiare i primi quarant’anni di questo film di culto. Rebel, dipingi di rosa questa Bara!

Rivedere questo film oggi, è come affacciarsi nella sala di un museo dall’insegna al neon rosa (giustappunto) che, ad intermittenza, s’illumina della parola Nostalgia. Un sentimento che tendiamo a rifuggire, almeno per quanto mi riguarda, perché foriero di malinconia e perché predispone l’animo a rinchiudersi nella bolla del ricordo di qualcosa che non esiste più, atteggiamento quanto mai controproducente quando ogni mattina devi correre quanto la gazzella e più del leone.

In questa commedia sentimentale anni Ottanta, con i negozi di vinili a comparti con targhette e con appesi i poster degli Smiths e di Prince (qualcuno si vuole azzardare a non riconoscere la manifesta superiorità della musica degli anni 80?), la prima cosa che colpisce chi, come me, era una ragazzetta negli stessi anni, è la quantità di colore. Come un flashback sensoriale (perciò stesso anche emozionale) ho ricordato quanto fossimo colorati noi, quanto fosse più colorato il mondo, quanto tutto sembrasse facilmente intellegibile. Il mood del pop nella sua collocazione naturale, nella sua culla autentica.

Per i più giovani alla lettura, i negozi così erano tipo Spotify, ma prima di Spotify.

Bella in rosa (Pretty in Pink) pur essendo la leggerezza fatta pellicola, o forse proprio per questo, dato il contesto, ha assunto in qualche modo l’aurea di un cult.

La regia viene affidata all’esordiente Howard Deutch, proveniente dal mondo dei video musicali; portava infatti in dote la firma su successoni di MTV quali tra gli altri Flash for fantasy di Billy Idol e Keeping the Faith di Billy Joel, e mi appare così logico dato che, anche al di qua dell’oceano, quei filmatini carichi di musica e lifestyle superpop, tanto contribuirono a forgiare le nostre menti di adolescenti during the eighties.

Più ancora, il film appartiene in tutto e per tutto al cantore degli anni Ottanta John Hughes che lo ha scritto e prodotto. Bella in rosa segna la terza e ultima collaborazione tra Hughes e la protagonista allora diciottenne del film Molly Ringwald, venendo a ruota dopo Sixteen Candles (1984) e Breakfast Club. Ci troviamo per certo nel filone cosiddetto del Brat Pack, riassumibile in un genere cinematografico statunitense che, servendosi del, più o meno, medesimo gruppo di giovanissimi attori/attrici, sapeva ben inscenare lo stile di vita della generazione emergente in USA durante gli anni della Reaganomics (per inciso la speranza dell’effetto positivo a cascata di una politica neoliberista che si rivelò già vecchia e fallimentare allora, vedi tu). Se siete curiosi, il soprannome è una storpiatura del precedente Rat Pack letteralmente “branco di ratti”) che tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta era riferito ad un gruppo di uomini dello spettacolo (fra cui Frank Sinatra) colleghi ed amici, amanti dei bagordi e delle ore piccole.

Questi film, che non stenteremmo a definire, senza essere tacciati di snobismo, leggeri e semplicistici, riuscivano purtuttavia a rappresentare un’intera generazione di ragazzi con le proprie paure, insicurezze e alla ricerca di sé, in un mondo che, dietro il clima di festa perpetua, mostrava anche le sue prime crepe nell’ubriacatura di un ottimismo che avrebbe voluto prendere il volo ma che aveva i pesi alle caviglie. Non di meno oggi quel mondo potrebbe apparire quasi fiabesco per quanto rassicurante appaia se raffrontato al caos grigio e incomprensibile che vivono i nostri ragazzi al tempo presente (porca la miseria ladra!).

Gli anni ’80 veri, non quelli di plastica che vi piacciono tanto.

Dicevamo dunque banale ma non per davvero. Andie Walsh (Molly Ringwald) è una ragazza di estrazione proletaria che grazie ad un borsa di studio frequenta una facoltosa scuola popolata anche da ricchi e viziati figli di papà. Lavora part-time in un negozio di dischi, dove molti di noi vorrebbero farsi la residenza per quanto adorabile, e vive col padre Jack (Harry Dean Stanton, si dai! Un volto scolpito nella nostra memoria essendo stato componente dello sfortunato equipaggio di Alien) disoccupato e annientato dall’abbandono della moglie avvenuto qualche anno prima. Il suo amico d’infanzia Duckie (Jon Cryer) condivide lo stesso ceto sociale basso ed è da sempre segretamente (lo avrebbe capito anche mia nonna cieca) innamorato di lei. Ad Andie però piace proprio tanto un ragazzo caruccio parecchio e anche ricco parecchio. Lui non sembra così sprezzante e, diciamolo pure, bastardo come gli altri suoi amici danarosi. In particolare non bastardo quanto il suo migliore amico Steff il quale reca la faccia di un giovane James Spader che, con quel bel viso dalle linee prive di insicurezze e traumi e i capelli color del miele (tutti i ragazzi e le ragazze ricche dovrebbero avere i capelli biondo miele) ha prestato spesso le sue fattezze per ricoprire ruoli simili. Ricco, bello e carogna.

Ma il divario tra classi sociali non si cancella con un bacio e l’amore tra due ragazzi di estrazione così diversa non può non scontrarsi con la reciproca diffidenza e la cattiveria di chi vive in cima e guarda gli altri come formiche che non dovrebbero mai provare ad arrampicarsi. Eppure, eppure, c’è un risvolto pieno di pensiero positivo. Innanzitutto Andie non è una vittima della sua condizione sociale ma, non solo è tosta, di fatto per esempio ha superato con molta più maturità l’abbandono della madre rispetto a suo padre, ma è un modello di originalità e di stile. Lei è una working class girl che si cuce i suoi abiti da sola, predilige il rosa (da qui il titolo che riprende una canzone degli Psychedelic Furs usata come colonna sonora), sogna di fare la stilista e usa la creatività nel vestirsi come arma di emancipazione e di distinzione. Hey, guardami, ci sono anch’io!

«Bello il tuo cappellino, rosa non lo avevano?»

In questo film si parla anche di moda in un senso inverso, molto lontano dalle sfilate milanesi con i vip in prima fila. In Bella in rosa, lo stile nell’abbigliarsi, uno stile che prescinde, anzi supera a falcate i soldi necessari per ottenerlo, diventa il grimaldello della rivincita degli ultimi su chi li giudica pesando al primo sguardo il ceto di appartenenza. Attraverso gli indumentisecond-hand, i colori sgargianti, i cappellini, i ragazzi come Andie e Duckie esprimono la rivalsa di una controcultura, attirandosi gli sguardi ma anche l’antipatia dei loro compagni della upperclass che forse, in fondo, percepiscono che i soldi non sempre comprano tutto, di sicuro non alcune forme di libertà d’espressione.

Già il film esordisce con la nostra ragazza che si prepara per andare a scuola scegliendo accuratamente capi ed accessori e capiamo dalle prime scene che è questo che la definisce, che la rende unica. Anche Duckie dal canto suo esprime un abbigliamento estremamente originale, così pure la migliore amica di Andie. Tutti e tre personaggi superpositivi che in questo si distinguono nel loro apparire dai ragazzi e dalle ragazze dalle tasche gonfie che sfoggiano capi molto più sobri, colori neutri, tramite i quali si possa riconoscersi attestando l’elevata cifra sul cartellino d’acquisto. Il pop chiassoso ma unico, contro l’eleganza omologata del quiet luxury. In Bella in rosa, il concetto di “moda” è contesa e infine schiaffo morale. Alla prima uscita della nostra Cenerentola diafana e lentigginosa coll’innamorato bello e irraggiungibile, lui le chiede, col candore tipico di chi non è abituato a considerare l’altrui condizione, senza vera cattiveria ma con l’indelicatezza ereditata dall’appartenenza alla casta, “vuoi passare a casa a cambiarti?” senza capire che lei si era già preparata con premura alla serata. Senza svelarvi la fine della commedia, sappiate solo che la contromossa di Andie sarà la creatività.

Una curiosità in proposito. C’è una scena in cui Andie entra in un negozio di lusso presumibilmente per guardare qualche abito in vista di quel rito di passaggio così centrale nella cultura giovanile americana, il ballo di fine anno. Lo svolgimento della scena non può non portare alla mente la medesima dinamica che ricordiamo tutti in Pretty Woman, l’aggettivo pretty va via come il pane. La costumista dei due film è la stessa ovvero la pluripremiata Marylin Vance che a quanto possiamo dedurre aveva la sua idea sull’impatto dei costumi, della moda, e sul loro significato sociale. Brava, brava.

La sorella di Eric, quindi qui alla Bara, la Roberts minore.

La lotta di classe al liceo è descritta da Hughes in maniera semplicistica a volte caricaturale, ma è pur vero che aveva la capacità di rendere interessanti, con leggerezza, le vite, le difficoltà, le aspirazioni dei ragazzi degli anni Ottanta, sempre con un occhio di riguardo verso gli outsider e dimostrando una sorta di amore per quella zona della vita in cui si formano le personalità, in cui l’ambiente circostante lascia la sua impronta oppure la sua zampata.

Per noi che oggi sappiamo dov’è finito quel mondo di vero/falso, giusto/sbagliato, quel mondo che si trovava a suo agio tra colori vivaci e acconciature improbabili, Bella in rosa ci fa l’effetto di una fiaba urbana che forse neanche più i bambini si berrebbero. La storia di una ragazza povera che supera col suo amore le barriere di classe oggi fa sorridere. I calciatori stanno con le influencer da milioni di follower che stanno con i pargoli dell’alta società che stanno con i figli dei vip di Hollywood che stanno con i rampolli delle famiglie nobili. L’ascensore sociale è un mito degli anni che furono a cui nessuno crede più e di cui tutti (o quasi) si sono dimenticati la speranza che regalava.

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, avremmo ancora altro John Hughes ma è stato un piacere per me ospitarla anche oggi, se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!

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