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Ben – Rabbia animale (2026): dovrete far BEN di peggio per fermare questa SIMMIA!

Fino all’ultimo, questo gennaio che sembra ottobre per quanti nuovi horror ha saputo giocarsi, ci regala gioie grandi e piccine, ad esempio vede il buio (elemento chiave nel film) delle nostre sale anche “Primate”, l’ultima fatica di un onesto mestierante con il cuore dal lato giusto come Johannes Roberts, che in uno strambo Paese a forma di scarpa, grazie alla nostra creatività, cambia nome in “Ben – Rabbia animale”. Il film cambia il nome, non il regista, lui si chiama sempre Johannes.

Roberts è uno che fa limonata con i limoni che gli sta dando la vita e la carriera, quindi speriamo non sia n gli diano dei cachi. Non mi sembra uno con particolari guizzi da autore affermato, ma un regista che si approccia in maniera diligente al materiale che ha da raccontare, è uscito bene quando gli hanno messo in mano una saga molto amata e a BEN (ah-ah) guardare, il suo nuovo film è proprio giusto per lui, perché fa un po’ il punto, tirando le fila su tutto quello che Johannes Roberts ha già dimostrato di saper fare.

«Dammi il cinque… Ok è ora Bro-Fist, il saluto ufficiale della Bara!»

Si tratta di un film che inizia come un Animal Horror (o Animal Attack), esattamente come lo erano i suoi “47 Metri” anche se il predatore cambia. Come protagoniste ha una selva di ragazze giovani, proprio come in “Suicide Bid” il suo segmento diretto per V/H/S/99, anche se poi, la furia belliuina (o BENluina, ah-ah) con cui la SIMMIA protagonista si avventa sulle sue vittime, lo fa somigliare più ad un Jason Voorhees quadrumane, visto che il film abbraccia i dettami classici dello Slasher, genere che il regista, pensate un po’, ha nel suo curriculum.

Ovviamente “Ben – Rabbia animale” fa parte di tutto quel glorioso filone di SIMMIE assassine che ha degli illustri precedenti, dimenticatevi Monkey Shine, George A. Romero era semplicemente troppo bravo e più intelligente di tutti nell’arco di chilometri, quindi imprendibile, siamo decisamente più dalla parti di un B-Movie come Link, perché Roberts ha deciso di dire no alla CGI, realizzando il suo film come se fossimo nel 1986, tuttalpiù nel 1996 più che nel 2026: trucchi prostetici vecchia maniera, sangue finto, la SIMMIA Ben realizzata con un costume di gomma e degli attori a prestargli le movenze in cui, la fotografia buia di molte scene, diventa il più fiero degli alleati, per un’operazione volutamente fuori moda. Volete gli “Elevated Horror”? Bene, anzi, BEN, elevatevi dai cosiddetti perché qui c’è solo un B-Movie con una SIMMIA assassino, no dico, brutto?

«Aspetto la mia banana split a bordo piscina»

Persino le musiche di Adrian Johnston puntano a risultare vecchia maniera, quell’uso dell’elettronica in certi momenti mi ha mandato delle vibrazioni alla Phenomena (con tutte le differenze del caso) che come BEN – non se ne esce… – sapete, fa parte anche lui del filone con degli Horror con primate assassino, quindi tutto possiamo criticare a Johannes Roberts, ma non che abbia grilli per la testa e che non sia una che fa i compiti. Al massimo poi, per la testa ha le scimmie, uno di noi!

Ma perché anche gli umani stanno accucciati come quadrumani in questo film?

Johannes Roberts prende uno dei tabù più delicati dell’immaginario horror, l’animale domestico che diventa una minaccia, e lo trasforma in un incubo senza troppi fronzoli, dove l’orrore nasce dal riconoscibile e non dall’eccesso, anche se il sangue non manca, non ci sono mutazioni fantascientifiche c’è solo un primate reale e familiare, che smette di esserlo nel modo meno amichevole possibile.

La storia ruota attorno a una famiglia che si riunisce in una villa isolata alle Hawaii, Lucy (Johnny Sequoyah, venti minuti di applausi per il nome) torna a casa dopo un periodo di lontananza e ritrova le solite dinamiche di famiglia, dove un ruolo chiave lo gioca papà Adam (Troy Kotsur), sordomuto che ha cresciuto Ben come un figlio, dopo che la sua ormai defunta moglie lo ha salvato anni prima, ed è interessante il modo in cui il film sfrutta il silenzio e la capacità dell’attore reso celebre da “CODA” (2021), di inserirsi in queste dinamiche percependo anche il pericolo in modo diverso dagli altri.

Questa didascalia immaginatela realizzata con il linguaggio dei segni.

In questo contesto si inserisce Ben, lo scimpanzé cresciuto come un membro della famiglia, trattato con affetto e con quella pericolosa illusione di controllo che spesso accompagna il rapporto uomo–animale. Quando Ben contrae la rabbia, il film non perde tempo in spiegazioni superflue, basta il morso di una mangusta e la malattia diventa il detonatore per far cominciare la SIMMIAzione (ho inventato una parola), ciò che interessa davvero a Roberts è osservare come la fiducia, una volta spezzata, si trasformi in terrore puro.

Il ritmo è uno dei punti di forza del film, “Ben – Rabbia animale” dura poco, anzi ha proprio la durata perfetta, 89 minuti tutti usati decentemente, momenti di noia non ne ho avvertiti, la tensione è costruita più attraverso il silenzio che i “Salti paura” (anche noti come “Jump scare” per fortuna pochi), la villa diventa progressivamente una trappola, uno spazio che da sereno si trasforma in prigione, e la regia insiste su corridoi, porte socchiuse, angoli bui che suggeriscono una presenza costante, anche quando Ben non è in scena. La parola chiave di tutto questo è buio, perché Roberts è astuto quel tanto che basta da sapere che l’ombra è sua alleata nel mantenere credibile questo B-Movie che punta tutto sull’eccesso di sangue e trucchi orgogliosamente vecchia scuola.

La scelta di uno scimpanzé come antagonista è particolarmente efficace perché colpisce un nervo scoperto, non è un predatore “naturale” nel senso classico del cinema horror, ma un animale che riconosciamo come vicino, quasi umano nei gesti e nelle espressioni, tanto che spesso al cinema, lo abbiamo visto come il più amichevole dei nostri simili, che differiscono da noi per il solo 3% di materiale genetico. Questo rende ogni attacco più fastidioso, perché alla moda di Cujo, sappiamo che quello è solo un animale malato, anche se ogni attacco smette di essere una questione di sopravvivenza, ma quasi un tradimento emotivo. Il film lavora molto su questo aspetto, mostrando il conflitto interiore dei personaggi, divisi tra l’istinto di difendersi e il rifiuto di accettare che Ben non sia più quello di prima.

Una vocale: «AAAAAAAAAAAH!»

Dal punto di vista tecnico, Roberts dimostra ancora una volta di sapere come muovere la macchina da presa in spazi chiusi, la regia non è mai compiaciuta, il buio è il miglior alleato del regista e al resto ci pensa il montaggio sonoro, rumori lontani, versi soffocati, silenzi improvvisi e spesso protratti volutamente a lungo per tenere all’erta lo spettatore, con il linguaggio dei segni che ha un peso nello sviluppo e non è solo un modo per risultare inclusivi, così, per moda.

In un panorama dove sembra che solo gli Horror “Elevati” (etichetta che odio e trovo ridicola) sembrano gli unici che possano osare con la violenza, “Primate”, o meglio “Ben – Rabbia animale” come da riuscita invenzione dei titolisti italiani, è gustosamente retrò, non ha nessuna pretesa di essere un film profondamente simbolico, più che un Animal Horror o Animal Attack se preferite, Johannes Roberts firma un titolo che non si fissa sul puntare il dito (di mani o piedi, in quanto quadrumane) contro l’arroganza umana nell’addomesticare tutto. Le venature da Eco Horror si smorzano presto, più che altro c’è la difficoltà della famiglia a riconoscere quando qualcosa – o qualcuno – è cambiato irrimediabilmente, per il resto poi, “Primate” abbraccia calorosamente le dinamiche dello Slasher, senza nemmeno nascondersi dietro ad un dito (di mani o piedi, stesso discorso di cui sopra) facendolo.

Gira la ruota, compra una altra vocale: «UUUUUUUUUH!»

Proprio per questo, il difetto principale è quello di molti Slasher che non hanno paura di essere B-Movie (che per chi non lo sapesse, non è affatto un insulto, ma una caratteristica di un film), ovvero parecchi personaggi secondati sono tratteggiati in modo piuttosto superficiale e servono più come carne da macello che altro, tutta “Street cred” per il neo arrivato, nel campo dell’Horror, Ben, che ne lascia a terra parecchi di corpi morti ammazzati, molti senza più la pelle della faccia o la mascella, per un’operazione che rimane coerente con il suo obiettivo, colpire, inquietare e andarsene senza chiedere il permesso gridando… SIMMIA!

“Ben – Rabbia animale” è un horror compatto, cattivo il giusto, un B-Movie consapevole di esserlo che non reinventa il genere ma lo rispetta e lo usa con intelligenza, aspettarsi di più sarebbe stato a mio avviso fuori luogo, ma un film così è quasi più facile sbagliarlo che farlo giusto, Johannes Roberts con tutto il suo mestiere ha portato a casa il risultato, un incubo breve ma intenso pronto a ricordarci due cose, la prima che, a volte, ciò che crediamo di conoscere è la cosa più pericolosa di tutte. La seconda? Ogni film migliora con una SIMMIA e da Scimmiologo DOC posso dirvi che una assassina è anche meglio, grazie Ben, benvenuto in una grande tradizione di scimmie da Bara Volante!

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