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Benedetta (2021): sono una donna non sono una santa (forse)

Paul Verhoeven, classe 1938, probabilmente il più noto cineasta dei Paesi Bassi, controverso? Appena appena, geniale? Potete scommetterci il vostro patrimonio, uno dei prediletti di questa Bara? Garantito al limone! Alla tenera età di 83 anni, annuncia di essere in concorso al festival di Cannes con un film ispirato alla vita di Benedetta Carlini e cosa fa? Quello che gli riesce meglio, solleva un polverone e aggiunge un capitolo ad una delle rubriche più apprezzate di questo Blog, bentornati al nuovo capitolo di… Sollevare un Paul Verhoeven!

Inutile girarci troppo attorno, “Benedetta” era tra i miei film più attesi del 2021, abbiamo dovuto attendere la fine dell’anno per vederlo (uscirà anche in sala? Se si consideratemi già al cinema!) e se fossi uno di quelli che fa classifiche di fine anno, lo metterei tra i migliori film visti dal primo gennaio fino ad oggi senza pensarci due volte, non solo perché è un film che scombussola lo spettatore come troppo cinema contemporaneo ha paura di fare, ma anche perché è l’ennesima prova di coerenza artistica da parte di un Autore (con la “A” maiuscola) come Paul Verhoeven, il cui genio verrà riconosciuto sempre troppo tardi, ma non da questa Bara, qui abbiamo sempre portato Polvèron sul palmo di una mano.

Provate a guardarvi intorno, dove lo trovate un regista che ad 83 anni ha ancora il talento, l’energia e la spregiudicata volontà di fare un film così vivo e provocatorio come Verhoeven? Che ormai ha trovato asilo politico in Francia e nel produttore Saïd Ben Saïd, un nuovo benefattore che lo ha preso sotto la sua ala protettiva, garantendogli fondi e libertà creativa. Infatti i progetti che aveva per le mani il nostro Polvèron erano tre: uno sulla resistenza francese durante la seconda guerra mondiale (segni di continuità), un film su Gesù (hai voglia a sollevare polveroni!) e uno più economico da realizzare, ma non per questo meno controverso. Prendendo ispirazione dal libro di Judith C. Brown intitolato “Atti impuri – Vita di una monaca lesbica nell’Italia del Rinascimento” (1986), Verhoeven anche autore della sceneggiatura insieme a David Birke, ha deciso di portare sul grande schermo la sua interpretazione della vita di suor Benedetta Carlini, vissuta a Pescia in Toscana agli inizi del XVII secolo, una che a sua volta sollevava polveroni visto che il suo percorso di beatificazione si trasformò presto in una condanna per eresia, con l’accusa di aver simulato miracoli e aver fornicato con una donna. Ditemi se questo non è materiale per il nostro Olandese preferito?

Polvèron sorpreso sul set del suo nuovo film a sollevare un altro Polvèron.

Il film girato nel 2019 in Francia, non ha rallentato la sua corsa nemmeno davanti alla pandemia globale, infatti è arrivato in concorso a Cannes anticipato dalla sua fama: Verhoeven dirige una storia di giovani suore porno zozze che fanno le cosacce, 83 anni e non perdere mai il vizio, perché a Verhoeven due cose piacciono tanto, la seconda è il cinema. Sulla Croisette dove le provocazioni le prendono bene (citofonare Lars von Trier per conferma, ore pasti) Verhoeven è arrivato con tutti i mirini laser puntati addosso, ovviamente il suo film ha sollevato un polverone, con quell’uso improprio di una statuetta della Vergine Maria non poteva che essere altrimenti, ma a Cannes sono meno scemi di quello che si potrebbe pensare, nell’anno in cui a vincere il premio più ambito è stato il famigerato film della tipa che si scopa un’auto (cit.), ovvero “Titane”. Verhoeven ha fatto ancora una volta sfoggio di talento, perché il suo film, per quanto non lesini sulle scene di sesso è molto più di un pruriginoso titolo di Nunsploitation, per certi versi è una gioiosa ed anarchica provocazione, perfettamente coerente con la poetica e il cinema di Verhoeven, che va ben oltre due donne che fanno sesso, ancora vi sconvolgete per questo? Quanto siete antichi pare dirci Polvèron, classe 1938.

La faccia di chi ne ha viste tante di polemiche, il sorriso di chi le ha sollevate tutte lui.

Per certi versi “Benedetta” mi è piaciuto moltissimo perché non fa nulla per tendere una mano allo spettatore, al massimo è il pubblico che deve capire gli intenti di Verhoeven e il suo spirito, infatti sono sicuro che questo film farà imbestialire un sacco di persone e non piacerà a chi ha poca dimestichezza con il cinema del regista Olandese. Perché “Benedetta” è un film provocatorio ma mai fine a sé stesso, più che erotico bisognerebbe definirlo proprio eretico, eppure è anche un film pieno di vitalità, fatto di carne, sesso e sangue proprio come tutto il cinema di Verhoeven, per altro senza mai tirar via la mano sui dettagli anche forti o grotteschi, quelli che la Settima Arte di solito evita per pudica censura: ci sono flagellazioni (come in Starship Troopers) ma anche protagoniste sedute sul “trono” (come in Fiore di carne), il corpo femminile è mostrato come solo un uomo con un sincero amore per le donne potrebbe fare, in un film dove se sei disposto a stare al gioco di Verhoeven, a patto di condividere con lui quel suo gioioso spirito dissacratorio e mai moralizzatore, potrai solo goderti un bel film, un altro nella filmografia di questo grande e sottovalutato regista.

Cosa vi dico sempre sui primi cinque minuti di un film? Sono quelli che ne determinano tutto l’andamento e qui Polvèron mette subito le carte in tavola: il film comincia con la piccola Benedetta intenta a pregare davanti alla statua della Madonna, lungo il percorso che la porterà con la sua famiglia al monastero di Pescia in Toscana. Un gruppo di briganti ferma la ricca famiglia per derubarli e Benedetta qui sfoggia subito il suo legame speciale con le personalità nei gironi alti del Paradiso, la Vergine protegge la bambina e agisce in sua voce, infatti con una trovata volutamente grottesca, un uccellino invocato da Benedetta caga nell’unico occhio buono di uno dei banditi, che subito capiscono che si può scherzare con i fanti, ma è meglio lasciare in pace Benedetta i santi.

Le suore che conoscevo io non somigliavano a lei e mi cacciavano anche dal campetto da basket (storia vera)

Merda e santità, siamo a cinque minuti di film e Polveròn ha già messo in chiaro i suoi intenti, infatti se a Cannes (e nei cinema di tutto il mondo) chiunque si aspettava un pruriginoso film di belle signorine vestite (si fa per dire) da suore intente a strofinarsi, il nostro Verhoeven mette in chiaro che la vera provocazione per lui va in un’altra direzione, una che riassumerei in tre parole: cloro al clero!

Già perché Benedetta, dopo una compravendita degna di un cavallo di razza, viene venduta al monastero di Pescia gestito dalla badessa Suor Felicita (un’austera e azzeccatissima Charlotte Rampling) dove passerà il resto della sua vita. Proprio qui diciotto anni dopo arriverà anche l’innesco, la tentazione per la giovane suora, mi riferisco alla popolana Bartolomea (Daphne Patakia), una vita di soprusi per mano dei maschi della sua famiglia, in fuga verso il monastero che in teoria dovrebbe accogliere tutti i bisognosi, ma come scopriamo dalle parole della stessa Badessa: «Al monastero non tutti sono ben accetti, hai soldi per pagare?». Insomma Verhoeven non le manda a dire, beati gli ultimi sì, ma se puoi pagare la strada verso il paradiso potrebbe diventare una comoda autostrada.

Suor Addolorata dell’ordine delle penitenti sofferenti, il volto della chiesa per Paul.

Infatti la controversa Benedetta (interpretata da un’altra notevole bionda Verhoeveniana come Virginie Efira, intravista in Elle) con i suoi presunti miracoli all’inizio è considerata un’attrazione molto abita, perché se Assisi da piccolo paesello è diventato meta di pellegrinaggio per danarosi devoti, perché non potrebbe diventarlo anche Pescia? Insomma una mano lava l’altra e tutte e due pescano dalla cassetta delle offerte ed è per questo che dico che più che erotico, “Benedetta” è eretico, visto che alla berlina Verhoeven non mette certo l’orientamento sessuale della sua protagonista (figuriamoci!), al massimo punta il dito contro l’avidità (molto umana e poco divina) della chiesa cattolica e ovviamente lo fa con il suo inimitabile stile.

Se la cagata di uccello che apre il film non fosse abbastanza chiara, Verhoeven rincara la dose con la recita in cui Benedetta “ascende” al paradiso in una rappresentazione teatrale volutamente posticcia e degna di una recita dell’oratorio, proprio durante questa messa in scena, la suora si convince di poter parlare direttamente con Gesù, qui rappresentato nel modo più canonico e volutamente stereotipato possibile: un maschio bianco con la barba e gli occhi azzurri che irrompe nella vita di Benedetta attraverso visioni al limite del grottesco.

Buddy Christ (per molto meno Kevin Smith ha fatto incazzare la chiesa)

Anche se non mi piace, la parola giusta per descriverle è “Kitsch”, come solo alcuni presepi o immagini sacre sanno essere (concedete un tocco di provocazione anche a me), infatti il Gesù di Verhoeven arriva armato di spadone nei sogni di Benedetta e la salva da alcuni serpenti (che strisciano sulla pancia o camminano sui loro piedi) come se fosse il principe azzurro vendicatore, una sorta di “Cristo compagnone” (cit.) volutamente grottesco che farà storcere i nasi più conservatori, ma ci tengo a ricordarvelo, Verhoeven è lo stesso che aveva rappresentato un Gesù americano, bianco, biondo con gli occhi azzurri, corazzato e pesantemente armato che per altro, nel finale del film, camminava anche sulla acque, quindi ci sono vistosi precedenti della filmografia del nostro.

Per certi versi il fatto che il film sia stato girato in francese, e abbia come titolo il nome della protagonista, lo rende quasi il cugino diretto di Elle, idealmente il secondo capitolo di una trilogia a tema di cui mi piacerebbe tanto vedere anche il terzo capitolo. Già perché Verhoeven non solo si serve degli stessi collaboratori con cui ha firmato Elle, ma i due film dialogano, perché parlano entrambi di emancipazione e presa di coscienza femminile, che in un modo non canonico (per l’educato cinema contemporaneo) passa anche per non dire soprattutto per vabbè, i paesi bassi, la linea sotto l’equatore, perché anche in “Benedetta”, l’amore e la consapevolezza dei personaggi, passa attraverso una sessualità che non è mai negata, anzi! Infatti alle bugie e ai sotterfugi dell’istituzione rappresentata dalla chiesa, Verhoeven oppone il vero sentimento delle sue protagoniste che viene espresso in maniera beh, molto fisica.

Sta raggiungendo l’illuminazione divina (più o meno)

Quando Bartolomea entra nel monastero, diventa subito una tentazione per Benedetta, la protagonista cede ai suoi istinti nel momento in cui ha la visione di Gesù sulla croce, una scena che per altro mi ha ricordato quella analoga di “Il quarto uomo”. Benedetta raggiunge le sue visioni solo grazie all’amore fisico che può esprimere con Bartolomea, infatti non c’è blasfemia nei loro gesti, la statuetta della Vergine diventa utile al loro amore solo per motivi puramente pratici, la malizia non sta nelle due protagoniste, ma in chi maligna su di loro.

Infatti Verhoeven oppone alla violenza di confessioni che sembrano estorsioni, la verità e la fermezza con cui Benedetta pare sinceramente convinta della sua stessa santità, la protagonista si proclama “Sposa di Cristo” e per questo scala velocemente la gerarchia del monastero (come faceva John Rico tra le fila della fanteria mobile in Starship Troopers) e lo fa di fatto sfruttando le stesse armi che da secoli la chiesa utilizza per prosperare: dubbio, superstizione e una messa in scena che non è più realistica della recita a cui partecipa la protagonista all’inizio del film.

«Hai qualcosa da confessare per caso?», «Ho visto un film di Verhoeven di recente»

Verhoeven in maniera molto intelligente lascia che tutti i suoi personaggi si muovano tra luci ed ombre, se i rappresentanti della chiesa predicato e pretendono purezza, ma poi sgrufolano tra ambizioni di potere e denaro, la stessa Benedetta è un personaggio controverso, in tal senso identica in tutto e per tutto al suo regista, perché utilizza trucchi degni del cinema per portare avanti la sua provocazione. Qualunque altro regista ad un certo punto avrebbe tirato via il velo con mano decisa, dando una risposta chiara alla domanda sui “poteri” della sua protagonista, Verhoeven sovrappone verità e menzogna, come fa la chiesa (o il cinema) quindi la sua protagonista è allo stesso tempo sincera e falsa in parti uguali, eppure chi si professa difensore della verità, non fa che risultare ancora più bugiardo della tanto chiacchierata Santa di Pescia.

Per Verhoeven la Fede può essere un sincero (per quanto pacchiano) innamoramento nei confronti di Gesù, che non nega i sentimenti e gli istinti della carne quando reali e sentiti, mentre l’istituzione che con spocchia sostiene di parlare in nome di Dio, è più finta dei miracoli di Benedetta, perché risulta essere solo un grottesco teatrino in cui o sei un burattino, oppure fai di tutto per salire la scala gerarchiche ed arrivare ad essere quello che tira i fili. Il vero Polveròn sollevato da beh, Polveròn non sta nelle scene di sesso (per quanto esplicite) ma nel suo attacco a testa bassa contro le istituzioni, un approccio che di blasfemo non ha nulla, al massimo lo si può definire totalmente satirico quello sì, ed io trovo sinceramente bellissimo il fatto che Verhoeven glorifichi un orgasmo rappresentandolo come qualcosa di divino in grado di liberarti e aprirti la mente – d’altra parte i francesi lo chiamano “la piccola morte” – puntando il dito contro tutti quei sotterfugi, quella accuse e illazioni fatte da personaggi gelosi che pensano di essere i difensori della morale, mentre invece sono solo dei bigotti della peggior specie.

Difetti? Forse il budget non permette una rappresentazione dettagliata del rinascimento come visto in L’amore e il sangue, ma ancora di amore e sangue parla Verhoeven che da Virginie Efira ottiene una prova a tratti allampanata come solo una che sostiene di essere la “Sposa di Cristo” può essere, mentre in altri momenti sentita e generosissima, anche nel mostrarsi, bisogna dirlo.

«Always look on the bright side of life» (cit.)

Proprio come la sua protagonista Verhoeven utilizza tutti i trucchi del suo cinema per far arrivare forte e chiaro il suo messaggio, lo sporco e i fluidi corporei non mancano nemmeno in questo film e sono quelli da cui bisogna elevarsi, infatti il nostro Polveròn, classe 1938 (giusto ricordarlo) non solo con la rappresentazione della peste nel suo film, pare al passo con i nostri pandemici tempi, ma nella rappresentazione della presa di coscienza femminile, si conferma anni luce avanti a colleghi che di colpo, sembrano cento anni più vecchi di lui (anche se quasi coetanei come lo Scott sbagliato, Ridley) perché non hanno lo stesso fegato e la stessa capacità di osare con le storie che ha il nostro Paul.

Senza mai moralizzare e armato della sua capacità di sollevare polveroni, il nostro Paul Verhoeven manda a segno un altro gran film estremamente coerente con la sua filmografia. Trovo bellissimo che alla sua veneranda età ancora non si sia allineato a tanto (troppo) cinema ben più convenzionale e per certi versi sicuro, posso dirlo? Cazzo se mi eri mancato Paul! Bentornato anche su questa Bara è sempre un piacere ospitare i suoi polveroni!

Sepolto in precedenza lunedì 6 dicembre 2021

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  1. Mamischerzi, mami?
    Il gender swap del film sui monaci omo con Robert D. Jr di Tropic Thunder????

    • Polvèron può questo e altro, Yeah! 😉 Cheers

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