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Benvenuti a Zombieland (2009): questa terra è la loro terra

Visto che a dieci anni dalla sua uscita, sta per uscire il secondo capitolo di “Zombieland”, vogliamo negarsi un piccolo ripasso? Proprio no! Come direbbe Tallahassee: «Time to nut up or shut up».

Lo so che si tratta di una traduzione delle prime righe di dialogo del film, unita ad un’invenzione della nostra distribuzione, che deve essersi sentita proprio in obbligo di appesantire il semplice e diretto “Zombieland”, trasformandolo in “Benvenuti a Zombieland”. Eppure come quasi ogni trovata legata a questa film, persino il titolo Italiano mi piace, perché mi ricorda una battuta di un’altra commedia horror d’azione di culto come Sbirri oltre la vita.
Fatti mandare dalla mamma a prendere un’umana che è andata a prendere il latte.

Potrebbe davvero essere tutta qui la fortuna di questo film, perché alcune pellicole diventano dei piccoli Cult grazie anche a trovate così, oppure come accaduto a “Zombieland”, per via del tempismo e di una serie di scelte talmente azzeccata, da risultare impeccabili.

Il soggetto di “Zombieland” è rimasto nella testa dei due sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick a lungo, il loro piano originale era vendere la storia al piccolo schermo per poterla sviluppare come una serie televisiva (storia vera). Ma il successo commerciale di “Dawn of the Dead” (2004) di Zack Snyder ha cambiato lo scenario, e forse la notizia di una certa serie di AMC più o meno sullo stesso argomento (ma con quintali di noia in più), hanno convinto la Columbia Pictures ad acquistare la sceneggiatura, per trasformarla in un lungometraggio dal budget di tutto rispetto.
Il cinema e la televisione dopo il 2004, riassunte in una sola immagine.

Il film cavalca tutta la confusione generale tra zombie e persone infette assetate di sangue (che per di più corrono!) che è stata una diatriba tra i puristi Romeriani e la nuova scuola di pensiero. Che però non so bene quale essa sia, perché per dirla alla Simon Pegg, la morte non è una bibita energetica. Ma resta il fatto che “Zombieland” ha contribuito a sdoganare i film di zombie presso il grande pubblico, anche se resta una pellicola in costante equilibrio tra una trovata classica azzeccata (il protagonista e le sue regole per sopravvivere, simili a quelle del “Manuale per sopravvivere agli zombi” di Max Brooks) e un’innovazione fuori posto e alla moda (Fast. Zombie. Sucks!).

Gli zombie classici non ti facevano fare tutta questa fatica.

La trama è una fantasia adolescenziale, lo sfigato che impara ad essere un eroe (e un uomo) trovando anche la fidanzatina, il tutto raccontato con una struttura che ricorda molto quella di un lungo pilota di una serie televisiva. Questo spiega perché i personaggi sono tutti così cesellati fino al dettaglio (tipo la mania di Tallahassee per i Twinkie, o per le automobili con un grosso numero tre sulla fiancata) e nel mezzo i morti correnti viventi, sono quasi un pretesto per raccontare una trama che altrove avrebbe
potuto essere un film tipo che so, “Juno” (2007), una di quelle commedie indipendente con attori giovani che vanno dal mediamente all’abbastanza famoso. Il tutto nelle mani di un regista che arrivava appunto da qualche regia televisiva di roba comica e parecchi cortometraggi, come Ruben Fleischer al suo esordio.

“Zombieland” ha un inizio fulminante, sulle note di “For Whom The Bell Tolls” dei Metallica, vediamo come la fine sia arrivata e la società sia andata in pezzi dopo il solito virus che trasforma tutto in rianimati assetati di sangue. Per restare in vita ci vuole un buon allenamento, è necessario fare attenzione quando ci abbassiamo le braghe per fare beh, quella grossa. Tornano molto utili le cinture di sicurezza e soprattutto, se lo zombie sembra morto, un secondo colpo di sicurezza sparato in testa potrebbe salvarvi la vita. Insomma ci vogliono le regole che il petulante Columbus (Jesse Eisenberg) si è auto imposto per sopravvivere in questa landa di morti viventi.

Tutto può diventare un’arma, come ci ha insegnato zia Patricia.

Già Jesse Eisenberg, questo è il film che lo ha messo sulla mappa geografica, potrà non piacervi magari la sua faccia, ma a lungo l’uomo con il cognome che fa pensare a Breaking Bad, ha avuto la soffocante capacità di interpretare sistematicamente lo stesso ruolo fino allo sfinimento: Il sociopatico ad un passo dalla crisi di panico. Quasi la versione giovane del tipo di personaggio che un tempo interpretava solo Woody Allen (gli ho fatto un enorme complimento). Questo spiega perché una volta arrivato a recitare davvero con il regista di New York, la sua carriera sia finita in stallo. Certo Lex Luthor non ha aiutato proprio per niente. Anzi a ben pensarci, ci deve sempre essere un Woody nella vita di Jesse Eisenberg, ma lasciatemi l’icona aperta, che sul Woody che conta in questo film, ci tornerò più avanti.

«Sappi che se ti vedrò importunare anche lo sceriffo Woody ti sparo»

L’oggetto del desiderio del protagonista è Wichita, una Emma Stone quando era ancora carina, prima che l’ipertiroidismo la consumasse, passare da Zo-Zo-Zombie Land a La La Land non le ha fatto bene. La sorellina Little Rock invece è la campionessa del mondo delle commedie indipendenti, Abigail “Little Miss Sunshine” Breslin. Anzi se vogliamo dirla proprio tutta, per completare il paragrafo dedicato all’altra metà del cielo di questo film, la bella bionda dell’appartamento 406 è Amber Heard quando ancora era una promessa del genere horror, la più seria candidata a titolo di “Scream Queen” (anche se la Breslin ci è andata più vicina) del nuovo millennio, prima di perdersi tra canguri e Johnny Depp.

«Anche tu eri più carina nel 2009», «Io ho attraversato la pubertà, tu che scusa hai?»

Ci sono dei film il cui titolo finisce scritto sulla pagina sbagliata del libro della storia del cinema, perché malgrado il loro valore, sbagliato i tempi, ma a “Zombieland” tutto si può criticare tranne la mancanza di tempismo. La caratteristica che balza agli occhi oggi più che allora, è come abbia saputo pizzicare regista e attori proprio nel momento ideale della loro carriera, quando avevano più o meno tutti, tutto da dimostrare. Ma è chiaro che non basta qualche giovane di belle speranze, l’esperienza conta e per tenere su un film con un cast così, e per di più con degli zombie che corrono, devi avere davvero un’arma segreta di gran livello, quella di “Benvenuti a Zombieland” ha un nome, un cognome, un cappello e un’icona da chiudere: Woody Harrelson!

Tua madre è così zombie che l’ho vista che prendeva a calci una bara e le ho chiesto: «Cosa sta facendo?», «Sto traslocando». (quasi-cit.)

Ora, non mi nascondo dietro ad un Twinkie dito, Woody Harrelson è uno dei miei preferiti dai tempi di uno dei più grandi film del mondo, quell’uomo sa fare tutto, il dramma, la commedia e ha anche il fisico per i ruoli da duro, il problema è che con le sue diciamo beh, sperimentazioni con la canapa Indiana, si è quasi fumato la carriera. Direi che è l’espressione più azzeccata. Ad esclusione di particine per i Coen e film sugli sballoni come “A Scanner Darkly” (2006) rischiavamo di perderlo. Invece il personaggio di Tallahassee ha regalato nuovo slancio alla carriera di Harrelson, che sul set ha imposto le sue di regole, alla faccia di Columbus.

Giocarsi la carriera fumando con gli amici, oppure fumare con gli amici e farsi pagare dalla produzione? Uhm difficile scelta.

Per averlo nel film, il regista Ruben Fleischer ha dovuto abbracciare il regime alimentare di Harrelson (vegetariano convinto) per tutta la durata delle riprese, inoltre Woody ha voluto dire la sua su alcune scelte di cast (una in particolare, più avanti ci torniamo) e ha preteso di scegliersi lui stesso i vestiti da far indossare al suo personaggio (storia vera).

A destra il regista Ruben Fleischer, a sinistra il motivo per cui il film funziona per davvero.

Il risultato di queste bizzarre scelte però va a completo vantaggio del film, Tallahassee è il motore di “Zombieland”, l’esatto opposto del protagonista, anzi proprio il tipo di adulto che Columbus vorrebbe diventare. Perché ricordatevelo, sono sempre quelli più timidi ed introversi a fare i sogni di gloria più matti, ed è chiaro che la spavalderia di Tallahassee è quella che vorrebbe avere Columbus, una volta superata la paura per il suo nuovo – e parecchio strambo – compagno di viaggio.

Meglio farsi un goccetto… Cheers!

Il messaggio finale di “Benvenuti a Zombieland” è stucchevole quando un camion di Twinkie (scusa Tallahassee!), perfettamente in linea con l’anima da commedia indipendente che si porta nelle budella, l’obbiettivo stesso dei protagonisti non è nulla di particolarmente strutturato, l’obbiettivo di raggiungere il parco di divertimenti di Pacific Play Land è lo stesso della famiglia Griswold, cioè che resta del sogno americano, ma senza nemmeno le letture di secondo livello che National Lampoon poteva permettersi.

Il bello di “Zombieland” resta la sua freschezza, il modo spiccio di farti appassionare a dei personaggi che visti in altri film, vorresti prendere a schiaffi, ad esclusione di Tallahassee, che fa reparto quasi da solo.
Scivolata di potenza!!! (Cit.)

Le sue “Zombie kill of the week” sono spassose, è un divertimento vederlo citare “Un tranquillo weekend di paura” (1972) oppure affrontare quasi da solo un’orda di non morti famelici. Il tipo di personaggio trucido e candido, duro e tonto, che non si vedeva più o meno dai tempi di Jack Burton e Ash Williams, e questo è un complimento ancora più grosso rispetto a quello che ho riservato a Jesse Eisenberg!

In questi casi si dice: Groovy!

Ruben Fleischer dirige tutto con la mano ferma di chi arriva dalla commedia e sa quanto sia importante lasciare il giusto spazio agli attori, e l’occhio di chi dopo anni di cortometraggi e video, sa come rendere pop lo schermo cinematografico, in un film che sulla cultura popolare vive e prospera, per non dire banchetta come uno zombie sopra una carcassa. Anche qui però lo zampino di Woody Harrelson si vede tutto, perché la trovata più divertente del film, resta la comparsata di Bill Murray, nei panni di Bill Murray (però conciato da finto zombie).

…e tu sei Bill “incula-fantasmi” Murray! (Cit.)

Oltre agli inevitabili (e doverosi!) riferimenti a Ghostbusters, è chiaro che l’amicizia tra Harrelson e il vostro acchiappa fantasmi del cuore (nata sul set del troppo sottovalutato “Kingpin” 1996) sia fondamentale per la buona riuscita del film, insomma già solo per la battuta «Any regrets?», «Garfield maybe» vale la pena guardarsi tutto il film, in lingua originale mi raccomando.

Aspettiamo di vedere “Ghostbusters 3” prima di rimpiangere “Garfield”.

Non è la mia preferita, tra le tante volte in cui Bill Murray ha interpretato Bill Murray al cinema (quella resta blindata e imbattibile), ma di sicuro “Zombieland” resta memorabile almeno quando “Coffee and Cigarettes” (2003) e sicuramente più di quella roba Natalizia diretto da Sofia Coppola per Netflix.

Insomma “Benvenuti a Zombieland” è una pellicola che trova il modo di farsi voler bene, e proprio grazie al tempismo si è guadagnata la sua aurea di film di culto. Anche se Amazon nel 2013 ha cercato di lanciare davvero una serie tv (con un cast completamente diverso) il destino di tutte le storie con i morti viventi è quello di ritornare. In tutta onestà non sentivo affatto il bisogno di uno “Zombieland 2” ma ormai lo sappiamo come funziona Hollywood, considerando la piega presa dalle carriere di molti dei protagonisti del primo capitolo, non mi stupisce troppo vedere questo seguito, non dovesse piacermi, gli sparerò in testa. Due volte.
Time to nut up or shut up!
Adesso sono pronto per aspettare al varco il secondo film.
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