Home » Recensioni » Beverly Hills Cop (1984): lo so che sentite risuonare “Axel F.” nella testa

Beverly Hills Cop (1984): lo so che sentite risuonare “Axel F.” nella testa

Realizzare un film non è una scienza perfetta, se è un grande successo, cambiare anche un solo elemento farebbe stonare tutto lo spartito, ma per essere un grande successo, prima tutti i pezzi devono andare al loro posto e qui si viaggia davvero “Ai confini della realtà” tra gli scenari possibili, “Sliding doors” se preferite i film romantici e se fosse questo il caso, mi sa che avete sbagliato blog.

Nel 1977 lo storico e loschissimo produttore Don Simpson si fa venire l’idea di uno sbirro in trasferta a Beverly Hills, affida il lavoro allo sceneggiatore Danilo Bach che sceglie Pittsburgh come città natale del protagonista e Elly Axel come nome per il personaggio, ma tutto finisce nel dimenticatoio fino al 1983, quando il successo al botteghino di “Flashdance” fa guadagnare a Simpson i soldi necessari per rimettere in pista il progetto intitolato “Beverly Drive”. La sceneggiatura viene riscritta da Daniel Petrie, Jr. ora il personaggio di chiama Axel Elly (uhm quanta fantasia) e viene da Detroit, ma è con l’arrivo del pupillo di Simpson, il produttore Jerry Bruckheimer (di cui potreste aver sentito parlare, almeno negli anni ’90) che il personaggio diventa Axel Foley e trova il suo attore: Mickey Rourke.

Come Mickey Rourke? In che mondo parallelo Axel Foley è uno dei personaggi più famosi della carriera di Mickey Rourke dài! Infatti, Rourke esce di scena abbastanza presto in favore dell’attore giusto, questa volta sì… Sylvester Stallone.

«He is fantastic. It is his best performance ever» (Cit.)

Ok, sto iniziando a sentirmi come il ragazzino di Last Action Hero, come Sylvester Stallone? Sì, sì, proprio zio Sly a lungo è stato ben più che interessato alla parte. Forte della sua esperienza come autore e regista dei vari Rocky e al massimo della notorietà dopo l’enorme successo al botteghino di Rambo, Stallone vuole fare di Beverly Hills Cop – finalmente il titolo definitivo – il suo film sotto ogni punto di vista, riscrive buona parte della storia, trasforma l’amico del protagonista che viene ucciso e dà il via all’indagine, nel fratello del protagonista che improvvisamente si chiama Axel Cobretti, perché voleva che tutti lo chiamassero “Cobra”, vi ricorda qualcosa tutto questo? Tranquilli tra un po’ ci arriviamo.

Nella versione di Sly, Jeannette ‘Jenny’ Summers deve avere una storia d’amore con Axel, inoltre, pretende una scena iniziale colossale, qualcosa di grandioso, ma anche un inseguimento tutto matto su una Lamborghini rubata. Jerry Bruckheimer e Don Simpson si guardano e al grido di «e io pago!» cercano di convincere Stallone che va bene Sly, ma anche un po’ meno magari. Niente, non si trova un accordo, le strade si dividono e Stallone si porta via anche il pallone (e le sue idee) per riciclarle quasi identiche e creare il suo poliziotto. Questa amiche è amici è la storia di com’è nato Cobra, per oggi è tutto ci vedi… No, aspettate, non possiamo lasciare Don & Jerry in mezzo ad una strada!

«Blatera da mezz’ora su Beverly Hills Cop e ancora non mi ha citato, ti pare normale?», «Guarda lascia stare, mi fa venire il mal di testa quando fa così»

Chi potrebbe sostituire Stallone, ora che la trama è quasi interamente modellata su di lui? La risposta per Bruckheimer e Simpson è semplice: andiamo a prendere un comico, se è uno dei più popolari del Paese anche meglio. La leggenda vuole che a sei settimane dall’inizio delle riprese i due produttori volarono a casa di Eddie Murphy che, però, al momento era alle prese con un altro progetto intento a cambiare attori come calzini, Ghostbusters, in cui il comico avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di Winston Zeddemore.

Da una parte essere un comico circondato da talenti come Dan Aykroyd, Bill Murray e John Candy (inizialmente anche lui tra i nomi in gioco per diventare un acchiappa fantasmi), dall’altra volare a Beverly Hills Cop, ed essere assoluto protagonista di un film in cui avrebbe avuto carta bianca di improvvisare visto che la sceneggiatura era più che altro una traccia, ovviamente pagato profumatamente, voi cos’avreste fatto? Murphy non ha dubbi e di fatto regala ad Ernie Hudson il ruolo per cui ancora oggi viene ricordato.

«Oh bravo Cassidy! Ora si comincia a ragionare»

Perché proprio Eddie Murphy? Se avessero sbagliato Don & Jerry sarebbero finiti come i fratelli Duke, tanto per citare un altro film famoso di Murphy. Certo, bisogna dire che il comico era non popolare, di più! Faceva furore al Saturday Night Live e i suoi spettacoli facevano il tutto esaurito, era il periodo del suo celebre monologo su Michael Jackson, infatti, non a caso, una delle scene più memorabili di “Beverly Hills Cop” è quando Axel Foley per farsi dare una stanza d’albergo da duecento dollari a notte, fa una tirata sul fatto che dovrebbe scrivere un articolo proprio sul re del Pop, ma ve la dico io la verità: Don e Jerry sono stati due gran furboni e senza nulla togliere al talento e alla popolarità di Eddie Murphy, i due produttori sapevano che il comico era l’uomo giusto. E torniamo un po’ sempre allo stesso punto, nessuno concede mai a Walter Hill il credito che merita.

Questo a Beverly Hills lo chiamano “Inside joke”

Chi è stato a far esordire al cinema Eddie Murphy, proprio in un poliziesco? Walter Hill in 48 Ore, una prova magnifica esaltata dalla critica che di sicuro Don & Jerry conoscevano, andiamo! In questo film dei panni del braccio destro del cattivo troviamo Jonathan Banks che magari molti di voi ricorderanno come il Mike di “Breaking Bad” e Better call Saul, ma recitava proprio in 48 Ore.

«Ho lavorato con Walter Hill un po’ di rispetto!»

La regia viene affidata a Martin Brest, autore in carriera di un altro piccolo cult come “Prima di mezzanotte” (1988) e del remake di “Profumo di donna”, quello del 1992 con Al Pacino, che qui fa fondamentalmente da direttore d’orchestra, tiene il tempo, ma il suo solista è Eddie Murphy nel suo spettacolo personale. Improvvisa battute, diverte e si diverte e quando non è in scena, tutti i personaggi si chiedono «Dov’è Axel Foley?» e non è tanto per dire, lo fanno davvero.

Sì, perché il film che da noi si guadagna un ridondante e chilometrico sottotitolo [Cassidy inspira forte] Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills [Cassidy espira forte] di fatto è un 48 Ore, tutto fortemente e volutamente centrato su un unico protagonista libero di fare letteralmente quello che vuole (nel film e sul set) che si gioca lo spunto di base dell’eterno scontro culturale e delle differenze di approccio tra le due coste degli Stati Uniti (quella Est e quella Ovest), non dico proprio Woody Allen che dichiara che non vivrebbe mai a Los Angeles, una città il cui unico spunto culturale è poter svoltare a destra quando il semaforo è rosso, però quasi.

Occhio però a svoltare, si rischia di fare questa fine.

Si parte subito forte, sul sassofono di “The Heat Is On” di Glenn Frey, il regista Martin Brest ci mostra un pezzettino di Detroit, forse il posto d’America più lontano (geograficamente ed economicamente) da Beverly Hills. Qui conosciamo il detective Axel Foley (Eddie Murphy) impegnato a smerciare un camion pieno di Lucky Strike a due loschi figuri locali. Ad Axel la parlantina non manca e nemmeno la faccia, diciamo tosta, perché dire come il culo sarebbe poco educato e pronti via, tutto va a rotoli e parte un inseguimento camion contro auto della polizia, per la gioia del capo di Axel, l’ispettore Todd (Gilbert R. Hill) uno che, citando le sue immortali parole, è “stanco di essere inculato al posto suo”, perché Axel è il classico caso di bravo, ma non s’impegna, anzi s’impegna, però a risolvere i casi nel modo più spiccio e diretto possibile, il classico poliziotto duro che lavora da solo, ma con molta più voglia di divertirsi e fare casino. Immaginatevi il Jack Cates di 48 Ore, però con il volto di Reggie Hammond e affetto da “ridadola” compulsiva.

La sentite risuonare anche ora vero? La risata di Tonino Accolla.

La molla che fa scattare la storia è il suo amico d’infanzia Mike (James Russo), i due facevano guai insieme da ragazzini e Mike che fa dentro e fuori le prigioni per furti e furtarelli di poco conto, in passato aveva evitato ad Axel il riformatorio. Per una storia di titoli al portatore in Marchi tedeschi (altri tempi) sgraffignati Mike è di nuovo a Detroit dopo diverso tempo passato a Beverly Hills, ma il proprietario di quei titoli, il ricco mercante d’arte Victor Maitland (Steven Berkoff) gradirebbe riaverli e manda il suo sgherro Zack (Jonathan Banks) a risolvere eliminando per sempre Mike. «Madornale errore» (cit.)

Axel si prende le ferie per indagare per conto suo sulla morte dell’amico, l’unico gancio che ha è la loro vecchia e comune amica, la bionda Jeannette ‘Jenny’ Summers (Lisa Eilbacher) che gestisce una galleria d’arte e ha dei contatti con Maitland. Axel sembra uno in vacanza, ma ha decisamente il pepe al culo per incastrare il bastardo che ha fatto fuori il suo amico, questo non vuol dire che non si concederà ogni occasione buona per fare casino, che per Eddie Murphy equivale ad un momento per brillare.

Lo scontro tra costa Est e costa Ovest si consuma da subito fin dall’arrivo di Axel nella ricchissima (e bianca) Beverly Hills, il fatto che sembri un marziano caduto da un altro pianeta diventa chiaro con tutti i personaggi che incontra, dall’albergo a cinque stelle dove decide di intrufolarsi (portandosi a casa accappatoi come se non ci fosse un domani) fino all’incontro con Serge (Bronson Pinchot) alla galleria, un soggettone che sbaglia il nome al nostro chiamandolo “Acquel” permettendo al doppiatore storico di Murphy, Tonino Accolla, di esibirsi svariate volte nella risata che ha reso celebre qui da noi il popolare comico.

Umorismo gaio, molto gaio, anche troppo.

Rivedere “Beverly Hills Cop” oggi mette la malinconia, non per il film quello è uno spasso, ha pochissimi cali di ritmo – forse solo nella parte centrale che, però, è quella nello strip club, quindi tutto sommato nemmeno lì si ci annoia – più che altro perché arriva da un’altra era geologica, non solo i film con gli sbirri oggi sono estinti, ma anche quelli con i comici non hanno questo brio e malgrado sia chiaro che qui Eddie Murphy a briglie sciolte è libero di fare il bello e il cattivo tempo, il film ci guadagna anziché perderci. Non so quanti altri comici oggi riuscirebbero a non risultare noiosi atteggiandosi a sbirro per 105 minuti.

L’idea dello sbirro di Detroit che poco sopporta l’autorità, ma è un drago nel suo lavoro, viene perpetuata in continuazione, i poliziotti di Beverly Hills sono il suo esatto opposto, giacca e cravatta, inquadrati e ligi alle regole, il loro capo è l’intransigente Ronny Cox (qui nell’inedito ruolo per lui del buono!), mentre i due poveri malcapitati che devono cercare di tenere il suo passo, ma finiranno lo stesso per farsi coinvolgere dai metodi e dalla simpatia di Axel, sono due spalle comiche, perché per un Murphy così scatenato, una sola non bastava!

«Noi non siamo la spalla di nessuno!», «Ehi chiedi a Dan e Jamie Lee, con loro a Natale ci divertiamo sempre»

Il detective William ‘Billy’ Rosewood (Judge Reinhold) è il giovanotto buono e un po’ scemone, il suo responsabile il sergente John Taggart (John Ashton) e un ciocco di legno rigido e morigerato. Entrambi, però, capiranno il talento e il fiuto di Axel assecondandolo nei suoi folli metodi.

«Tranquillo tutto sotto controllo, è una metafora»

“Beverly Hills Cop” è un residuato bellico proveniente da un altro mondo (di intendere il cinema) perché oggi tutte quelle parolacce – molto ben rese da un doppiaggio italiano ben fatto – e quelle battute sugli omosessuali non sarebbe possibile sentirle, questo film ne è proprio ossessionato. Si sente di “Finocchi” al bar da pestare, il personaggio di Serge risulta comico perché caratterizzato come un omosessuale da barzelletta (tranquilli, nei seguiti faranno anche peggio), per mettere in imbarazzo il cattivo, lo stesso Axel si finge gay, raccontando del suo Herpes insomma una fissa, tanto che forse la gag più memorabile di tutto il film ruota intorno a delle banane infilate nel tubo di scappamento dell’auto dei due poliziotti. Che non è una metafora, Axel infila davvero delle banane nel tubo di scappamento della macchina di Billy e Taggart, però sì, è una metafora, per altro a fornirgli il materiale, è un giovanissimo (e ancora con i capelli) Damon Wayans che, ovviamente, recita con un atteggiamento molto “gaio”… Eh, ma allora è una fissa!

«Shhh zitto, non dirlo a John Hallenbeck però quello è sempre scorbutico»

Ma a parte le fissazioni del film, i dialoghi di “Beverly Hills Cop” per quanto molto coloriti sono spettacolari e all’orecchio filano via belli lisci, è sempre bello sentire i personaggi battibeccare in questo modo, capite da voi che un animale da palcoscenico, bravissimo ad improvvisare come Eddie Murphy, qui sia una predatore nel suo ambiente naturale, infatti si mangia tutto il film.

La sua reazione quando viene defenestrato dagli sgherri di Victor Maitland («Disturbo della quiete pubblica? E se mi avessero buttato giù da un’auto in corsa cosa avreste fatto? Una multa per eccesso di velocità!?»), il continuo improvvisare balle per uscire da ogni situazione (tipo fingersi un agente delle dogana) “Beverly Hills Cop” diventa subito l’Eddie Murphy Show che a volte ricorda anche di essere in un poliziesco.

«Non è come sembra, sono per uso personale. Quando sono nervoso fumo»

Il cattivo interpretato da Steven Berkoff non è certo memorabile, ci vuole più tempo a convincere tutti ad usare i metodi di Axel che a farlo fuori, in questo senso il film paga lo scotto di essere nato come film d’azione e riconvertito a commedia d’azione con l’arrivo di Murphy, ma questo non cambia nulla del suo valore, grazie a questo film la carriera di Eddie ha fatto un triplo salto mortale carpiato in avanti, trasformandolo in una delle più grandi superstar degli anni ’80. Al netto di un budget di 15 milioni di fogli verdi con sopra le facce di alcuni ex presidenti defunti, il film ne ha portati a casa la bellezza di quasi 235, battendo un altro grande titolo in grado di diventare un’icona della cultura popolare, pensate un po’? Proprio “Ghostbusters” (storia vera). Ora capite perché Eddie Murphy non ha avuto dubbi nello scendere in corsa dalla Ecto-1?

Anche [Cassidy inspira forte] Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills [Cassidy espira forte] è entrato a far parte della cultura popolare, sì, ok ha consacrato per sempre Eddie Murphy va bene, ma vogliamo parlare della sua colonna sonora? Pam-Pa Pam Pam Pa, sul serio chi è che non conosce il tema del film composto da Harold Faltermeyer? La celeberrima “Axel F.” è assorta immediatamente ad una delle composizioni simbolo del decennio, ripresa e remixata in un numero incalcolabile di versioni, è stata la suoneria del cellulare di almeno un paio di generazioni fino agli anni ’90 molto ben inoltrati. Quanti conoscevano qualcuno che l’aveva sul telefono? Quanti aspettavano a rispondere dopo averne ascoltata un pezzetto? Su le mani! Vi voglio vedere con le mani in aria!

«Fermi tutti mani in al… Ok, le avete già tutti in aria»
“Beverly Hills Cop” è il residuato bellico di un’era cinematografica che è naufragata come Atlantide, la variante comica di un modello classico ormai andato, ma per qualche giorno sentirete ancora riecheggiare le note di “Axel F.” e la risata di Tonino Accolla su queste bare, Foley tornerà a trovarci a breve, non mancate!
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Il signore del disordine (2024): no, non parla di mio suocero

    Per uno come me, costantemente alla ricerca del prossimo Horror da guardare, questo “Lord of Misrule” non l’ho proprio visto arrivare, nel senso che ha zompato tutta la trafila abituale, [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing