Voi avete degli amici, no? Cioè tutti hanno degli amici… E avete presente cosa si fa con gli amici? Spesso anche delle grandi cazzate. Quel genere di cose che a distanza di anni ripensandoci, ci fai su un sacco di grasse risate, sui bei vecchi tempi andati e su quanto ci siamo divertiti. Ecco, solo che molte di quelle cazzate tra amici non vengono filmate e mandate nei cinema di tutto il mondo come terzo capitolo di una delle saghe cinematografiche più famose di sempre.
Dopo il successo al botteghino del secondo capitolo, l’idea di un terzo “Beverly Hills Cop” solletica più di un palato, tranne quello di Eddie Murphy, ben felice di godersi la fama con progetti diversi, come “Il principe cerca moglie” (1988… lasciatemi l’icona aperta, che più avanti torna di moda) e “Harlem Nights” (1989) il classico progetto della vita, scritto diretto ed interpretato da Eddie Murphy che radunava insieme nello stesso film anche Richard Pryor e Arsenio Hall andato, purtroppo, maluccio al botteghino.
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| Fogli verdi con sopra la faccia di ex presidenti defunti comici stampati sopra. |
Il titolo di riserva per Murphy diventa Ancora 48 Ore che incassa decentemente (per un film di Walter Hill), ma non quanto sperato, comunque un trionfo al confronto dei successivi “Il distinto gentiluomo” (1992) e “Il principe delle donne” (1992), quest’ultimo una roba che ricordo come particolarmente tedioso, non il massimo per un comico della fama di Eddie Murphy. Tocca far tornare in auge Axel Foley, ma non tanto per motivi artistici, quanto semplicemente per batter cassa, dettaglio che Murphy non ha mai nascosto (storia vera), anche perché la pre-produzione del film era già cominciata, quindi tanto vale farsi ricoprire di soldi.
Don (Simpson) & Jerry (Bruckheimer) hanno sempre in testa quella vecchia idea di spedire Axel Foley a Londra, per salvare il capitano Bogomil preso in ostaggio da alcuni terroristi, il poliziotto di Detroit avrebbe dovuto fare squadra con Sean Connery nei panni di un detective di Scotland Yard e un altro sbirro locale che avrebbe potuto essere John Cleese. Non voglio mettere in dubbio il fiuto di Don & Jerry, ma io all’ex Monty Python avrei fatto interpretare il cattivo… Sai le risate?
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| Potevamo avere John Cleese, invece abbiamo John Saxon. |
Sta di fatto che Don & Jerry cancellano l’idea perché secondo loro ricorda troppo “Black Rain – Pioggia sporca” (1989) che, però, ricordo pieno di Yakuza giapponesi, vabbè… Sta di fatto che cercando di passare la palla al sua maestà Joel Silver che fa un po’ di melina a centro campo e adducendo motivazioni tipo «Ho il gomito che fa contatto con il piede» si smarca facendo salire a bordo Mace Neufeld e Robert Rehme, produttori di un sacco di roba per la tv, del primo Punitore cinematografico, ma anche di Caccia a Ottobre rosso e, forse, questo spiega la presenza di Timothy Carhart nei panni del cattivo di turno.
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| «Vi presento il cattivo Ellis De Wald, anche se continuo a chiamarlo Ellis the wall, come un pezzo dei Pink Floyd» |
Don & Jerry Mace & Robert si mettono subito dalla parte della ragione e assumono LO sceneggiatore, l’uomo dalla cui testa sono nati molti dei vostri film del cuore, uno dei prediletti di questo blog… Steven E. de Souza. L’uomo dietro a 48 Ore, Commando e Trappola di cristallo, però, si sente dire la sua idea di un “Die Hard in un parco di divertimenti” va benissimo, a patto di tagliare sulle scene d’azione perché il budget è appena sceso a 50 milioni di fogli verdi con sopra le facce di alcuni presidenti defunti, la maggior parte dei quali finiranno dritti nel portafoglio di Eddie Murphy e, inoltre, Steven? Stai pensando ai bambini, vero? Perché nessuno pensa ai bambini!? (Cit.).
Il target di riferimento di “Beverly Hills Cop III” viene ricalibrato più o meno sul livello “Commedia per famiglie con simpatica canaglia come protagonista” e nel tentativo di mettere Eddie Murphy nelle migliori condizioni possibili, la regia viene affidata ad suo amico, ad un mio amico! Ad un amico della Bara Volante, il grande John Landis!
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| «Lo vedete quel ragazzo lì, Cassidy? Non può vivere senza di me, ogni volta mi invita su quel suo macabro trabiccolo volante» |
Ora, vorrei che vi prendeste tutti un minuto per riflettere sul fatto che un film non brutto, non bello, ma abbastanza anonimo come “Beverly Hills Cop III” sia frutto del lavoro di due fenomeni come Steven E. de Souza e John Landis. La prova che per ottenere un capolavoro a volte non basta ammonticchiare nomi celebri tutti insieme.
Vi ero debitore di un’icona lasciata aperta, la chiudiamo subito. Trovo che l’umorismo di Eddie Murphy sia sempre stato così esplosivo da rappresentare una sfida per i registi che lo hanno diretto. Walter Hill con il suo piglio da cowboy gli ha mostrato la via, Tony Scott lo ha lasciato libero di sfogarsi costruendogli intorno uno stilosissimo quadro di arte moderna, altri non hanno provato nemmeno a contenerlo, John Landis è sempre stato l’unico in grado di veicolarlo. Una poltrona per due è un classico anche per questo motivo, ma è arrivato prima del grande patatrac di Il principe cerca moglie.
Per farla breve pare che sul set di quel film, il rapporto tra Landis e Murphy sia leggerissimamente andato a donnine di facili costumi, si parla di insulti e prese per il collo, roba ben poco amichevole, insomma. Ecco perché nessuno si aspettava Landis dietro la macchina da presa di questo film, per sua stessa ammissione il grande John ha accettato anche se la sceneggiatura era poca cosa, fondamentalmente per passare altro tempo con il suo amico Eddie (storia vera), cosa vi dicevo all’inizio? Le cazzate più grosse nella vita te le fanno fare gli amici. Non ci credete? Perché credete che Landis abbia deciso di dirigere “Blues Brothers 2000” (1998)? Per far contento il suo amico Dan Aykroyd (storia vera).
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| «Cos’è quella roba John?», «Una lettera di Dan, dice che vuole rimettere insieme la banda» |
Prima di questo ripasso, ero abbastanza sicuro di aver visto “Beverly Hills Cop III” una sola volta. Riguardandolo mi ha stupito il numero di scene che ricordavo così bene, anche perché la trama non è proprio impossibile da ricordare, ma è sintomatico del fatto che i momenti caratteristici (alcuni anche troppo!) al film non mancano, ma i paletti delle produzione con cui fare i conti erano davvero tanti.
Uno notevole il coinvolgimento di Eddie Murphy che continuava più o meno a cantare la stessa canzone «Axel Foley ora è un agente con esperienza, è più maturo…», ve lo immaginate John Landis venuto giù per far casino con il suo vecchio compare che se lo ritrova in versione “bravo padre di famiglia”? Eppure, fin dalla prima scena si vede che malgrado la marchetta e la mancata bisboccia con il vecchio amico, questo è un film di John Landis in tutto e per tutto, probabilmente il più difficile che abbia mai dovuto dirigere, ma sicuramente riconoscibile.
Diventa chiaro dai famigerati primi cinque minuti – quelli che determinano tutto l’andamento di un film – che qui siamo a casa Landis, Axel Foley sta preparando una retata per beccare alcuni meccanici ladri d’auto, ha cancellato la SWAT (pronunciata “Suuuuot” dal doppiaggio italiano) perché… Beh, cavolo, sono meccanici mica sicari prezzolati, no? John Landis con il suo classico stile, prepara la “battuta finale” della sua gag confermandoci che no, questi meccanici non fanno paura per niente, infatti si esibiscono cantando e ballando (in playback) “Come see about me” delle Supremes, non proprio minacciosissimi, ecco.
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| Si vede che il vecchio John è al comando eh? |
Il colpo di genio di Landis è quello di mettere tra le fila dei meccanici al lavoro, anche il mitico Al Leong, l’uomo che al cinema faceva il pericolosissimo sicario armato nei film. Lo vedi e pensi che tra un attimo si metterà a sparare come fa sempre, rompendo le uova nel paniere ad Axel. Perché tanto dopo due film lo sappiamo che Axel farà qualche casino dei suoi, l’abilità di un grande della commedia come Landis è dilatare i tempi, far aspettare la “battuta finale” al pubblico giocando con le sue aspettative. Ecco perché quando arrivano dei veri sicari prezzolati al servizio del viscido Ellis De Wald (Timothy Carhart) ad eliminare i meccanici e a prendere il loro posto, avviene in maniera veloce e comunque comica, con la vernice rossa da auto al posto del sangue.
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| No, nemmeno questa volta Al Leong riuscirà a pronunciare una sola parola (eroe!) |
A questo punto la tavola è apparecchiata, Axel può fare irruzione trovandosi davanti gente armata fino ai denti, in modo da far funzionare di più la battuta («Avevi detto che non erano armati!», «Avranno visto un film di Schwarzenegger!») e ci vuole una motivazione per far tornare per la terza volta Axel in California, questa volta è la morte dell’Ispettore Douglas Todd (Gilbert R. Hill) che da buon capo di polizia dei film, muore sì, ma maltrattando i suoi sottoposti come vuole la tradizione dei polizieschi americani («Axel, sei in pausa caffè? Va’ a prendere quel gran figlio di puttana»).
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| «Dovevi chiamare la… Suuuuuuuot» |
Il successivo inseguimento in auto, con la macchina di Axel che perde pezzi in maniera ben poco realistica (e per questo comica) è una versione minore, ma proprio tanto minore della devastazione di auto di “The Blues Brothers” (1980) che balza agli occhi perché rispetto a quel capolavoro sembra di stare su un altro pianeta, ma soprattutto perché dopo l’azione ultra patinata e muscolare di Tony Scott, sembra di stare guardando la serie tv tratta da “Beverly Hills Cop”. Non per difendere a tutti i costi il mio amico John, ma persino Martin Brest nel primo capitolo, disponeva di più mezzi di quelli che ha avuto per le mani Landis.
Tutti gli indizi e gli asciugamani, conducono al parco di divertimenti Wonderworld, ovviamente poco fuori Beverly Hills, quindi sulle note della celebre “Axel F.” (che si sente ben due secondi, perché nel frattempo Harold Faltermeyer non è tornato a comporre per questo terzo capitolo, storia vera) il poliziotto di Detroit torna in California e ritrova William ‘Billy’ Rosewood (Judge Reinhold) e… E nessuno, perché a causa di precedenti impegni di John Ashton, Taggart in questo film non compare, mandato in pensione da qualche parte a Phoenix con mezza riga di dialogo. Giusto per farvi capire che aria tirava attorno alla realizzazione di questo film.
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| «No ti prego, cerca di capirci non sono più gli anni ’80, non fare così dai!» |
A “Beverly Hills Cop III” manca il brio del migliore Eddie Murphy, quando lo vediamo cercare di intrufolarsi nel parco, la sua reazione al costoso prezzo del biglietto di ingresso non è esplosiva come sarebbe lecito aspettarsi e se Tony Scott ha potuto concedersi di concentrarsi sull’azione, l’estetica del film (e su Brigitte Nielsen), John Landis si ritrova ad avere come protagonista più che altro il parco di divertimenti di Wonderworld con la sua giostra “Attacco alieno” gestita dalla bella Janice (Theresa Randle).
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| «Ragazzi dovrei dire qualcosa di simpatico e memorabile ma ho finito le idee» |
Il film è così in difficoltà nel cercare di compensare all’assente ingiustificato Murphy che persino al riempitivo comico Serge (Bronson Pinchot) viene chiesto di esagerare tantissimo, l’abbiamo lasciato nel secondo film a fare caffè con scorzette di limone, lo ritroviamo qui a vendere armi da combattimento per l’autodifesa sì, ma tutte con un tocco di (presunta) classe. Vorrei stare qui a dirvi che il suo “Annientatore 2000” è la solita critica di Landis alla manie degli odiati Repubblicani (in questo caso la fissa per le armi), quella che il buon John infila sempre nei suoi film, prendendo sfacciatamente per il culo tutta quella Destra che dopo aver pagato il biglietto, in sala ride senza nemmeno capire di essere l’oggetto della satira. Ecco, vorrei dirvelo, ma è inutile cercare di dare a questo seguito su commissione più spessore di quello che ha per davvero, nel film ci sono un sacco di robette “alla Landis”, ma sono tutte depotenziate, dal budget scarso, da un protagonista poco convinto e dal target del film puntato dritto su “Commedia per famiglia” nemmeno fosse l’Annientatore 2000.
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| Sembra una scena di “Austin Powers” in realtà è solo tornato il vecchio Serge. |
Da cosa si capisce? Dalla pubblicità di questa esageratissima arma presentata da Serge, in cui compaiono una serie di guardabili signorine (tra cui la Julie Strain di Heavy Metal), però in costume da bagno. Niente tette questa volta John, ci sono i bambini.
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| Niente scimmie e niente tette rendono Landis pazzo furioso (Quasi-cit.) |
Non dico che manchino i momenti memorabili in “Beverly Hills Cop III” il salvataggio dei due bambini sulla ruota panoramica si lascia guardare, grazie ad un misto di Chroma key e parecchia controfigura, è una scena che scricchiola, ma almeno ti fa venire voglia di seguire quello che accade sullo schermo, anche se la parte migliore di questa sequenza è quando Axel Foley taglia la fila e ruba il posto sulla giostra a George Lucas.
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| Il momento esatto in cui Lucas per vendicarsi, ha creato Jar Jar Binks. |
Sì, perché come da sua consolidata abitudine, uno dei marchi di fabbrica di un enorme appassionato di cinema come John Landis è quello di farcire i suoi film di comparsate di facce note, soprattutto suoi colleghi registi. Ecco perché la guardia di sicurezza che apre la cella di Axel è interpretata da Joe Dante.
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| «Cassidy devi smetterla di dire a tutti che ti piace Gremlins 2, altrimenti non potrò più farti uscire» |
Oppure perché al bar i tre avventori seduti al bancone sono Robert B. Sherman, Arthur Hiller e sua maestà, il leggendario Ray Harryhausen. Se avete un cappello in testa, questo è il momento di toglierlo, altrimenti correte a comprarne uno, poi tornate qui e toglietevelo.
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| Santo Harryhausen! |
Nel finale, invece, uno dei vigili del fuoco ha il volto del non abbastanza compianto John Singleton, ma il problema di “Beverly Hills Cop III” è che davvero sembra che qualcuno abbia spento prima Eddie Murphy, poi John Landis e Steven E. de Souza usando un idrante.
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| Uno dei suoi film si chiamava “Rosewood”, ma non Billy Rosewood! |
Il film è meno brutto di quello che la mia memoria mi suggeriva, resta il fatto che rispetto ai due precedenti “Beverly Hills Cop” sia una cosetta tendente all’anonimo e, malgrado gli sforzi di coerenza interna di Landis, risulta, comunque, una robetta su commissione a cui manca la solita irriverenza del regista di Chicago. Non basta uno svogliato Eddie Murphy vestito da mascotte che litiga con dei ragazzini, purtroppo.
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| «Who the fuck is Mauro Repetto?» (Questo si chiama Inside Joke) |
Resta inoltre il fatto che il film non è servito nemmeno a far fare la pace tra Landis e Murphy, questo spiega perché il comico negli anni si sia così prodigato di, vorrei dire lanciare merda su questo film, ma potrebbe non rendere al meglio l’idea dell’impegno di Murphy. Sta di fatto che John Landis alle rimpatriate dei bei vecchi tempi andati ha rinunciato, Eddie Murphy, invece no, infatti da anni minaccia un “Beverly Hills Cop IV” e mentre vi sto scrivendo, è sul set di “Il principe cerca moglie 2”, ovviamente diretto dal primo che passa, ma non da Landis che, ammettiamolo, ha già pagato pegno nel 1994.




















