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Bigfoot e i suoi amici (1987): Trent’anni e un saluto alla mia maestra

Uno dei più
vecchi ricordi che ho pescando dalla mia memoria, è ben poco preciso, ma
davvero tanto vivido: sono piccolo, circa sei anni, arriva il giorno fatidico
dell’incontro genitori insegnanti, non che io fossi uno di quegli studenti
particolarmente scapestrati, ma la vera costante della mia vita è un’altra, la
mancanza di tempismo.

Sì, perché sfiga! L’incontro
avviene nel pomeriggio ed io quella mattina mi becco una rara cazziata dalla
maestra che diventa materiale per la discussione. Che vi devo dire? Non ho
fortuna con queste cose. La mia umiliante colpa è quella di essere stato
distratto in classe, ecco non proprio un caso che resterà negli annali dell’istruzione
scolastica moderna direi.

Sono distratto perché
stando alla signora maestra, parlo con i compagni con grande enfasi di qualcosa
non seguendo la lezione, sai che novità. Mia madre nell’incontro si lascia
scappare che l’unica anomalia rispetto al solito è il fatto che la sera prima,
mi è stato concesso di guardare alla tv un film che volevo vedere, fino alla
fine, anche se terminava dopo l’orario canonico del sonno. Ora, io non ho
indizi concreti per verificare quale era il titolo del film, se non uno piccolo, ma se state leggendo questo qui sopra, potreste aver notato che la
propensione per esaltarmi e condividere l’entusiasmo per un film, è una delle
poche costanti che mi ha sempre accompagnato.
La maestra alla
fine risolve tutto in tempi brevi, lasciandomi andare con una frase che è il
mio indizio, ma anche il mio ricordo più vivido di tutto questo aneddoto: “Va
bene, ma basta film con le scimmie”.

Ad un uomo puoi togliere quasi tutto, ma non i suoi film con le scimmie (John Lithgow nella parte del mio inconscio in quel momento).

Mi ricordo bene
anche la mia risposta mormorata tra i denti (fanciullesca e prematura forma di “Vaffanculo”)
e ignorata dal mio successivo “No, niente, ok”, forse la mia risposta è la
pistola fumante di questa storia: “Non era una scimmia, era un Bigfoot”.

“Bigfoot e i suoi
amici”, uscito nel 1987 e replicata con puntuale costanza fino a metà degli
anni ’90 in tv, quest’anno compie trent’anni ed io ho fatto “Team-up” con il Cumbrugliume ed IPMP per celebrare il film, cliccate come se non ci fosse un domani!
Gli Hendersons
vanno in campeggio, tutto fila liscio, il figlioletto Ernie (Joshua Rudoy) ha
catturato la sua prima preda, un coniglio e, come direbbe mamma Nancy (Melinda
Dillon), questo sarà il primo campeggio di famiglia in cui Ernie ha preso
qualcosa e papà George (John Lithgow… APPLAUSI!) no. Ecco, più o meno, perché
sulla via del ritorno, con la giardinetta di famiglia George stende un animale,
strambo, grosso e maleodorante.

“Ragazzi siete di strada per Seattle? Mi date uno strappo?”.

Nel soccorrere la
creatura (o portandosi a casa il trofeo per farci bei soldi), gli Henderson scoprono
che si tratta del leggendario Bigfoot che, per altro, non è morto per niente!
Anzi, se lo ritrovano bello pimpante a divorare roba nella cucina di casa! Superato (l’esilarante) panico iniziale, proveranno a nasconderlo dalla furia omicida dei cacciatori come Jacques LaFleur (David Suchet),
sperando di trovare un posto sicuro per lui magari con l’aiuto dell’esperto di Sasquatch,
il Dr. Wallace Wrightwood (il grande Don Ameche). Seguono una fuga per la vicina
città di Seattle e svariati momenti incredibilmente azzeccati.

Il mio cane fa “Seduto!” nello stesso identico modo (storia vera).

Niente da fare: “Harry
and the Hendersons” non perde un colpo! Rivedendolo mi sono reso conto di
ricordare ancora quasi tutte le battute più clamorose a memoria, ma la più
piacevole scoperta è stata quella di ritrovarmi davanti un film che ho sempre
amato molto, invecchiato in maniera impeccabile, l’unico segno della sua età
anagrafica arriva dal fatto che George, cerca informazioni sui Bigfoot andando
in biblioteca a sfogliare dei libri, invece di fare una ricerca su Google. Lo dico ai più giovani: una volta si faceva così. No, perché magari può sembrare
strano.

Oliver Dear sarà un parente del regista? Lucius, il caso Bigfoot è tuo…

Il ritmo va alla
grande, il bilanciamento tra momenti comici, drammatici e messaggi educativi è
perfetto, la recitazione impeccabile e gli effetti speciali ti fanno davvero
credere che Harry sia un Bigfoot, senza mai sospendere l’incredulità che una
storia del genere richiede.

Prodotto dalla
Amblin Enterteinment, il film non riporta il nome di Steven Spielberg, perché il
regista con gli occhiali tondi ha prodotto tanta di quella roba che non aveva
nemmeno bisogno di metterci la firma, anche se la sua presenza aleggia su tutto
il film. Sì, perché il regista e sceneggiatore William Dear, ricalca alla
perfezione lo schema consolidato di “E.T. l’extra-terrestre” (1982): la
diffidenza iniziale, la difficile convivenza, i cattivi alla caccia del “Mostro”
e i buoni che cercano di salvarlo, perché ne comprendono la bontà d’animo. Proprio la stessa cosa, solo che invece di un tracagnotto con le dita intermittenti,
c’è un cristone peloso con l’87 di piede.



Harry si fa curare la mano ferita, era invidioso del ditone pulsante di E.T.

Se volete un
parere equilibrato e distaccato su questo film da me non potrete mai averlo,
per il semplice fatto che l’ho sempre trovato un grande film e, anche rivedendolo, non ho cambiato parere, potrebbero guardarlo i bambini di oggi, come facevo io
ai tempi e sono sicuro che si affezionerebbero ad Harry appassionandosi alle
vicende degli Henderson, ne sono certo.

Il film è una
favoletta che sfrutta un’icona del folklore americano, spogliandola
completamente della sua aurea minacciosa, per mandare chiarissimi messaggi
contro la caccia. Mai stato a favore di quello che molti considerato uno sport,
che poi ci va pure coraggio a chiamarlo sport: date un fucile anche a fagiani,
cinghiali e conigli, poi magari ne riparliamo!


Ecco, provate a prendervela con qualcuno della SUA taglia!

Harry che
seppellisce la stuoia di visone della donna, o che cerca la parte mancante
della testa di cervo impagliata (sfondando la parete di casa Henderson con un
pugno) sono chiari intenti, che mandano a destinazione il messaggio ecologista
facendo ridere alla grande, William Dear è bravissimo a sottolineare gli
inevitabili momenti comici che il soggetto di base offre.



Quindi, abbiamo
gag ricorrenti e divertenti come “Seduto!”, oppure la capoccia di Harry che
deforma il tetto in lamiera della giardinetta degli Hendersons che, per altro, a
ben guardarla, sembra la stessa della moglie di Roger Murtaugh che in Arma Letale 2 viene devastata allo
stesso modo.

Ronald Reagan in “Bonzo la scimmia sapiente” ti fa ridere Harry? Sapessi chi è il presidente nel 2017!

Ho la tentazione
di raccontarvi tutti i miei momenti preferiti, ma rischierei di
descrivervi tutto il film scena per scena, preferisco parlare del perché “Bigfoot
e i suoi amici” centra in pieno i suoi obbiettivi. Per prima cosa, nemmeno per
un secondo si dubita della creatura al centro del film, ripresa sempre in pieno
giorno, senza il minimo utilizzo di computer grafica, da questo punto di vista
Harry è l’Anti-Howard per quanto
funziona bene, sarà anche che ricorda un po’ Chewbacca, o forse perché è l’ennesima magia di Rick Baker “the
monster maker”, se avete un cappello è il momento di levarvelo in segno di
rispetto.

“Giusto una spuntatina alle basette grazie”.

Sette premi Oscar
su undici nomination, con i suoi trucchi ha contribuito a tutti i film che
contano, specializzato in lupi mannari (sua la trasformazione di “Un lupo
mannaro Americano a Londra” del mio amico John Landis) e di un quantitativo di
scimmie che levati, ma levati proprio. Provate a dire quale di tutte le sue
magie ancora oggi considera la sua preferita? Proprio il nostro Harry.

Difficile dargli
torto, visto che la capoccia animatronica del Bigfoot garantisce un numero
quasi illimitato di espressioni, mi sono rivisto questo film, a breve distanza
dall’ultimo “La bella e la bestia”, quello con gli attori: il modo in cui i
trucchi vecchia scuola di trent’anni fa, prendano a sonori sberloni in faccia
la CGI di oggi è imbarazzante, fa venire voglia di smettere di guardare i film
usciti dopo l’anno 2000.

Un bel sorrisone, alla faccia della nostra CGI moderna.

Ora, se prendere Don
Ameche, il cattivo di Una poltrona perdue e fargli interpretare un personaggio ad una prima occhiata ambiguo
come il Dr. Wallace Wrightwood è una grande idea, ancora meglio è stato usare
come ripieno per il costume di Harry, il grande (in tutti i sensi) Kevin Peter
Hal, un frugolone di 2 metri e 20 che nello stesso anno è riuscito a far
sciogliere cuori con il volto di Harry e a terrorizzare tutti facendo a botte
nella giungla con Schwarzenegger dentro il costume di Predator, un anno mica male per il ragazzo.

Kevin Peter Hall
è semplicemente perfetto, quando fugge in lungo e in largo per Seattle, si
muove con una falcata lunga identica a quella dei fantomatici filmati amatoriali
che ogni tanto spuntano, quando qualcuno giura di aver visto davvero un Sasquatch,
inoltre, con la capoccia oblunga e scimmiesca di Harry in testa, diventa ancora
più alto, tanto che John Lithgow quando recita con lui deve guardare verso l’alto,
una novità per il vecchio John, visto che lui è alto 1,93.



“Cosa vuol dire che sono il secondo attore più grande del film?”.

Kevin Peter Hall
ha impersonato Harry anche nella prima stagione della serie tv ispirata a
questo film, andata in onda anche qui da noi dal 1991 al 1993 con il titolo “Harry
e gli Hendersons”, solo la prima stagione, purtroppo, perché Hall è deceduto
dopo aver contratto il virus dell’HIV da una trasfusione di sangue, ricevuta
dopo un incidente stradale a Los Angeles in cui fu coinvolto alla fine del
1990, poco dopo l’uscita di Predator 2.
Io, ovviamente, non potevo saperlo, perché sotto il costume non era possibile riconoscere
l’attore, nel dubbio, da bambino mi guardavo con gran gioia anche la serie
tv, ma questa era la parte facile da dire.

Harry e gli Hendersons, nel passaggio da grande a piccolo schermo.

Ecco, a proposito
di scelte geniali di casting, staremmo qui a parlare della fuffa se non fosse
per John Lithgow! Ora, io ve lo ricordo perché magari ve lo siete perso, ma da anni sono il vicepresidente del “John
Lithgow Fans Club”, per ora siamo un esercito (ben sette!) e accettiamo sempre
nuove iscrizioni, stiamo parlando di un grande attore che ha sempre fornito prove
splendide, dai tempi in cui recitava per Brian Del Palma, fino ad oggi, dove
ogni tanto ancora illumina lo schermo. Ma il mio culto per quest’uomo è
iniziato proprio grazie a questo film, inutile girarci attorno.

Se provare empatia
per Harry è piuttosto facile, è George Henderson il centro morale di tutto il
film. All’inizio è un cacciatore incallito, ma con i minuti che passano capiamo
che è solo una maschera che indossa forse per restare in contatto con il padre,
gestore di un negozio di caccia, pieno di fucili e armi di ogni tipo, come può
essere possibile in un solo Paese al mondo (gli Stati Uniti di sparolandia).

Chiedo scusa, stavo facendo le flessioni, ho le palpebre che mi sudano…

Complice anche il
tema musicale azzeccatissimo. Fateci caso: tutti i momenti emotivi del film prevedono
un faccia a faccia tra George ed Harry che, per altro, hanno la stessa tonalità
di blu degli occhi. E John Lithgow cosa fa nel film? Niente semplicemente
essere perfetto ogni volta che viene inquadrato, non importa che stia ululando
imitando il verso di Harry, sia sarcastico con qualche fanatico delle armi alla
ricerca di fucili alla Rambo, o che tiri fuori il momento drammatico quando il
padre gli rovina il ritratto della sagoma in cartone di Harry. Perfetto, non
sbaglia mai una faccia e ha dei tempi comici impeccabili.

“Quindi io avrei un fan club? E non ho memmeno la tessera onoraria?”.

La mia scena
preferita per descrivere al meglio tutto il suo talento? Il suo duello verbale
con il ciclista invasato, che passa da incazzato (“Te la sei semplicemente…
Fatta sotto!”), alla balbuzie (“Mi chiamo George Hend…”) nel giro di due
secondi, ma l’apice è assoluto è la faccia che fa quando strappa la confessione
al ciclista davanti ai giornalisti. Si volta con un dito verso il cielo e una
faccia che dice allo stesso tempo “Vedi? Lo sapevo che dicevi balle” misto ad
un “Vittoria!”. Le volte in cui mi è capitato di avere la meglio in una
diatriba verbale, ho sempre avuto in testa la faccia trionfante di John Lithgow.
Se non si merita un Fans Club uno così, non so proprio chi, iscrivetevi!
Iscrivetevi numerosi!

Sono così fan di John Lithgow, che ho anche la sua stessa camicia nell’armadio (storia vera!).

Ora, signora
Maestra, so di non aver mai creato troppi problema da studente, la mia politica
del “Tu non dai fastidio a me ed io non do fastidio a te”, tra alti e bassi ha
funzionato per tutto il tempo che ho passato tra i banchi di scuola. Non credo
che lei leggerà mai queste righe ed anche se fosse, ci tengo a rassicurarla
che ha fatto un ottimo lavoro con me, cioè, per quanto possibile visto il
brutto soggetto e la testa di legno che mi ritrovo. Però a distanza di trentanni
da quell’incontro genitori insegnanti e dall’uscita di questo film, mi sento
di doverle dire che no, non era una scimmia ma un Bigfoot e che ancora no, non
ho di certo smesso di guardare i film con le scimmie. Ma, soprattutto, signora Maestra, non ho ancora finito di
condividere il mio entusiasmo per un film con chi mi sta ad ascoltare. Non è
colpa sua, al cuore e alle scimmie non si comanda.

“Scusi signora maestra” (Harry nella parte delle mie buone maniere).
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