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Bingo Hell (2021): cose bingose

Anche quest’anno Prime Video rinnova l’iniziativa Welcome to the Blumhouse, il primo
titolo estratto dal cilindro dalla casa di produzione di Giasone Blum è un…
Bingo!

Il film scritto e diretto da Gigi Saul Guerrero, attrice
con alle spalle parecchie regie di alcuni episodi di serie televisive e molti
cortometraggi, tutti smaccatamente horror e comici (mi attira molto il suo “Evil
dead in 60 seconds” del 2013), che poi è il registro utilizzato anche per
questo “Bingo Hell”.

Avete creduto che Gigi fosse un messicano con la panza e i baffi eh?

Il tema della gentrificazione torna spesso nelle
produzioni americane, che sia Daredevil
o l’ultima stagione di “Shameless”, capita spesso di imbattersi in storie anche
horror basate su questo tema, ad esempio mi viene in mente il recente Vampires vs. the Bronx che ha molto in
comune con il film di Gigi Saul Guerrero, per certi versi sembra la versione
molto più in là con l’età, visto che i suoi protagonisti sono tutti anziani.

Oak Springs è un quartiere che sta cambiando, i maledetti
Hipster sono arrivati con i loro locali che vendono beveroni a base di soia e
altre diavolerie moderne, che a Lupita (Adriana Barraza) proprio non vanno giù,
l’anziana signora rappresenta la vecchia guardia, una di quelle che il
quartiere lo ha tenuto in ordine anche quando era minacciato dalle bande. L’unico passatempo vecchia scuola che ancora si concede è il Bingo gestito da Mario
(David Jensen), che però muore male nella prima scena del film, soffocato da
una strana melma verdastra. Eh che brutta morte!

Quindi anche l’ultimo baluardo del vecchio quartiere
cade, sotto i colpi del Dio denaro, il nuovo proprietario conserverà l’edificio
e l’abitudine settimanale di pescare numeri, ma lo farà alla sua maniera,
perché a Oak Springs è arrivato Mr. Big, che ha il sorriso da squalo di Richard Brake.

Il sorriso che terrorizza anche i dentisti: Richard Brake.

Che razza di faccia incredibile ha Brake? Sembra uscito da un altro decennio, uno di quei caratteristi
che fa reparto da solo e infatti, si carica sulle spalle anche buona parte di
questo filmetto che dura 85 minuti, non vi impegnerà troppo i neuroni risultando
in parti uguali derivativo ma comunque curato. In un cinema che fa abuso di
luci al neon, Gigi Saul Guerrero trova il modo di rendere sinistri quelli di
“Bingo Hell”.

La sensazione in alcuni momenti è quella di stare
guardando un cortometraggio espanso al minutaggio di un film e in certi altri,
che dentro “Bingo Hell” con un maggiore approfondimento dei personaggi, avrebbe
potuto esserci materiale per altre due ore di racconto, il risultato è sospeso
a metà, un film molto orientato a risultare esteticamente ben fatto (missione
compiuta) anche se parecchio ridondante, nelle scelte di regia e nella trama.

90, la paura!

Già perché Mr. Big premia i suoi vincitori con carrettate
di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, roba da far perdere la
lucidità ai poveretti di Oak Springs che prima vincono e poi muoiono male, in
morti violente dove la melma verdastra già citata non manca mai, così come i neon sparati,
ma il risultato inevitabilmente risulta ripetitivo. Anche perché ammettiamolo,
la critica al capitalismo è presente ma più che mordere mordicchia, in generale
poi è impossibile non pensare al padre della letteratura Horror
contemporanea, di fatto “Bingo Hell” sembra una versione geriatrica di “Cose
preziose” di Stephen King, con il sorrido a diciottomila denti di Brake al
posto di Leland Gaunt e con Lupita novella sceriffa Alan Pangborn e se vi
sembra che io stia semplificando, vi assicuro che il film lo fa anche di più.

C’è una nuova sceriffa in città.

Il risultato non è abbastanza matto da far ridere e non
abbastanza profondo da essere preso sul serio. Capite che se decidi di
intitolare un film con il buffo “Bingo Hell”, qualche aspettativa
comica la crei, anche se poi il risultato finale, invece di somigliare ad un
episodio con anziani alle prese con la gentrificazione di Ai confini della realtà, sembra più che altro un Piccoli Brividi con i vecchietti, anche se mi sarebbe piaciuto una sorta di Il meraviglioso abito color gelato alla panna con gli anzianotti.

Insomma non è ben chiaro a chi voglia rivolgersi il film, che risulta in ogni
caso curato e ben recitato, ma guardandolo è anche comprensibile perché la
Blumhouse abbia deciso di giocarselo all’interno del progetto “Welcome to the
Blumhouse”, che sembra quello con cui la casa di produzione di Giasone, da
fondo alle scorte di magazzino.

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