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Black Mirror – Stagione 3: Fantascienza o distopia? Forse solo la realtà

Lo sapete che
ho una predilezione per il formato antologico ed è inutile girarci attorno
temendo di passare per esagerati: “Black Mirror” è una delle migliori serie tv
in circolazione. Quel pazzoide geniale di Charlie Brooker ha saputo aggiornare
“Ai confini della realtà” all’Era di Internet, dei sociale network e degli
smartphone.

Quando Netflix
ha annunciato una terza stagione di questa serie sulla sua piattaforma, ero
preoccupato, temevo che questa apertura al grande pubblico, avrebbe fatto
perdere qualità ad un prodotto finora curatissimo e micidiale, anche nella sua
capacità di far venire una sana ansia allo spettatore.
Anche perché in
due stagioni, “Specchio Nero” aveva collezionato un totale di sei episodi, più
un (geniale) speciale natalizio. Con questa terza stagione il numero
di episodi totali è raddoppiato, ma per fortuna, non si è dimezzata la
qualità. Certo, bisogna dire che i soldi degli Americani hanno portato qualche
regista in più, alcuni attori famosi e una certa aria leggermente più patinata
del solito, ma lo spirito corrosivo della serie è rimasto quasi completamente
intatto.


Tranquilli, non vi si è rotto lo schermo a furia di leggere le mie caSSate.

“Black Mirror” s’interroga sull’utilizzo eccessivo della tecnologia nelle
nostre vite: televisori, monitor dello schermo e del telefono, sono lo specchio
nero in cui l’anima delle nostra società Facebook-dipendente è costretta a
specchiarsi, un punto di vista caustico e satirico, capace di far riflettere e
di smuovere la coscienza.

Spesso
parlando di questa serie vengono fuori espressioni come “Fantascienza” o “Distopia”,
ma è chiaro ormai che se anche lo spunto di una storia è di natura
fantascientifico, “Black Mirror” lo sfrutta per descrivere il nostro presente,
o un futuro che potrebbe essere già qui dopodomani. Questa serie parla di noi
oggi, forse per quello risulta così disturbante. Lo fa dal suo
(chiacchieratissimo) episodio pilota, quel “National Anthem”, in cui il rapitore
dell’amatissima principessina inglese, chiede in cambio per la sua liberazione
che il primo ministro inglese faccia, ehm, sesso con un maiale in diretta tv.


Vecchia, ma mi fa ancora ridere un sacco (sono una brutta persona lo so).

Un episodio
che definire angoscioso sarebbe riduttivo, non mi considero uno facilmente impressionabile,
ma vi assicuro che quell’episodio mi è rimasto in testa per giorni ed è
tornato sinistramente di moda, per via del famigerato “Piggate” che ha visto
protagonista David Cameron, tanto che Charlie Brooker intervistato, ha dovuto
dichiarare che l’episodio era stato scritto ben prima. Se non basta questa come
prova del fatto che “Black Mirror” sappia anticipare la realtà, solo come la
grande fantascienza sa fare, allora non esistono le prove!

Devo dire che
ho apprezzato tutti e sei gli episodi che compongono questa terza stagione, qui
sotto troverete un breve commento ad ognuno di loro tutti rigorosamente NO
SPOILER! Non voglio di certo togliervi il gusto della sorpresa… And here we go!
(cit.)
3×01 – Nosedive
Laice è una
ragazzotta dall’invidiabile media di 4.3, che convive in una casa troppo
piccola con lo stropicciato fratello, uno che gioca ai videogames tutto il
giorno, passiona che si nota anche dalla sua pessima media di 3.1.
Sì, perché nella
realtà della storia, tutto è gestito dalla media punti che ogni cittadino
accumula ogni giorno, ognuno va in giro con uno smartphone con cui valuta le
persone con cui interagisce, avete presente il sistema di votazioni a
stellette, da zero a cinque di Amazon? Stessa cosa.


“Cinque stelline per voi!”.

In questo
futuro che assomiglia (sinistramente) al nostro presente, un alto indice di
popolarità porta con sé vantaggi notevoli, in base alla tua media punti puoi
avere una casa migliore e, perché no, anche amici migliori.

La svolta
arriva quando Laice riceve una videochiamata da Naomie (Alice Eve) una Miss perfezione
dalla media punti paurosa che chiede alla sua vecchia amica d’infanzia di
farle da testimone al suo matrimonio. Il discorso davanti agli invitati dalla
media punti altissima è l’occasione di cui Laice ha bisogno per ricevere
parecchie “Five stars” dalla gente che conta e potersi finalmente permettere
la casa dei sogni.
“Nosedive” dimostra
subito che ora “Black Mirror” può avvalersi dei soldi degli Americani, alla
fine è forse l’episodio più all’acqua di rose di tutti, con quella scena
finale che sembra quasi una risposta a tutto questo sistema di plastica, per
cui non è importante se ti diverti davvero, l’unica cosa che conta è che sui “Social
Cosi” i tuoi amici pensino che la tua vita è meravigliosa.


Beh però dai, io darei cinque stelline anche a questa rossa qui.

Il regista Joe
Wright (quello di “Hanna” e The Soloist”) fa un buon lavoro, era dai tempi di “Edward
mani di forbice” che non vedevo una rappresentazione di una società perfettina
e dai colori pastello fuori, ma ipocrita e finta dentro. Se non fosse per gli
smartphone e le utilitarie dal look futuristico, sembrerebbero quasi gli anni ’50
prossimi venturi.

Il salto di
qualità l’episodio lo fa grazie a Bryce Dallas Howard, la figlia del regista
Ron Howard qui è perfetta, il fatto che sia più rotonda del solito (causa
maternità) aiuta a rendere la sua Laice ancora più credibile nei panni della
ragazza che le prova tutte per essere accettata.
3×02 – Playtest
Il
protagonista di questo episodio sembra una specie di Charlie Hunnam
dei poveri, in realtà ha un pedigree mica da ridere, visto che si tratta di Wyatt Russell (visto in Cold in July), ovvero, il figlio di Kurt
Russell and Goldie Hawn, che qui interpreta uno scemone in fuga dai suoi
problemi familiari e dal dramma di aver visto suo padre spegnersi per colpa
dell’alzheimer.


Diciamo che ha preso più dal lato materno ecco…

Il biondone è
uno scemo patentato, gira il mondo paragonandosi ad Indiana Jones e per
stemperare la tensione, si mette pure a gridare “Kali maaaaaa!” citando il tempio Maledetto, giusto per darvi un’idea del personaggio. Bloccato a Londra si offre volontario per testare un
nuovo segretissimo videogioco horror, siete liberi d’immaginarvi una cosa a
metà tra “Resident Evil” e “Silent Hill”, ma giocato in prima persona, anzi primissima
persona, grazie ad una realtà virtuale rivoluzionaria e, forse, più vera del
reale.

Il gioco
consiste più o meno nello stare da solo in un vecchio maniero ottocentesco
(virtuale) per il maggior tempo possibile, con la possibilità di uscire dal
gioco se le cose dovessero diventare troppo spaventose.


Paura? Se si avete visto ben pochi Horror in vita vostra.

“Playtest”, di
tutto il mucchio, è l’episodio più smaccatamente horror, non solo per le
premesse, ma anche per la messa in scena, non possiamo certo dire che sia
originale, anzi, state pur certi che se siete spettatori avvezzi ai film
horror, potrete prevedere svolte principali (e finale) con svariati minuti di
anticipo, garantito al limone.

Quello che
funziona di “Playtest”, però, è la messa in scena: il regista Dan Trachtenberg (quello di 10 Cloverfield lane) fa un buon lavoro e il figlio di Jena Plissken tutto
sommato tiene bene lo schermo. Per dire della cura generale dei dettagli,
provate a tenere d’occhio quanti ragni si vedono PRIMA che il biondo cominci il
suo gioco, vi do due indizi: il film trasmesso sull’aereo (se non ho visto male
mi sembrava Big ass spider! del 2013) e il ragazzo con la maglietta da
aracnide che passa in primo piano. Forse non è l’episodio più rivoluzionario di
“Black Mirror”, però mi sono molto divertito a guardarlo!
3×03 – Shut up and
dance
Kenny (Alex
Lawther visto in The imitation game)
è un ragazzino inglese con la testa sulle spalle, ma in questo adolescente in
piena crisi ormonale ci sono dei sani istinti, che sfoga solitario in camera sua
davanti al pc. Sfiga! Qualcuno riprende la (ammettiamolo, non tanto bella)
scenetta e inizia a ricattarlo: “O fai quello che ti diciamo, oppure il filmato
finisce a tutti i tuoi contatti…”. GULP!
S’inizia con
cose semplici, tipo pedalare per chilometri con tempi brevissimi per
raggiungere un posto, guidato solo da messaggi intimidatori telefonici. Fino a
qui nulla di diverso rispetto a quello che Foodora fa fare ai suoi driver.
Ma le
richieste si fanno sempre più rischiose e il nostro Kenny dovrà fare squadra
con Hector (Jerome Flynn il mitico Bronn di Giocotrono!)
per salvare la sua reputazione.


“Mi manca Giocotrono, lì nessuno fa storie per qualche scena di sesso!”.

Lo dico
subito: il mio episodio preferito, insieme a quello che commenterò qui sotto.

L’atmosfera è totalmente “British”, sembra quasi un episodio perduto che
avrebbe potuto comparire nella prima o nella seconda stagione di “Specchio Nero”,
anche per l’angoscia che la puntata ti lascia addosso, siamo pienamente in quei
territori.


Il momento di sana angoscia che solo “Black Mirror” può regalare.

Kenny, fin dal
nome che ricorda il suo omonimo di “South Park”, sembra la vittima sacrificale
predestinata, è impossibile non restare coinvolti dal suo dramma, Jerome Flynn in
stato di grazia è la marcia in più di un episodio che con il suo intreccio
misterioso ti tiene incollato allo schermo e il finale… Beh, andatevelo a
vedere, da me non saprete nulla!

3×04 – San
Junipero
Voi siete tra
quelli che aspettano tutta la settimana il sabato sera, solo per poter andare a
ballare in qualche locale? Personalmente non faccio parte di questa categoria,
in ogni caso, questo episodio potrebbe piacervi, perché le protagonista dell’episodio,
Kelly (Gugu Mbatha-Raw vista in Jupiter Ascending) e Yorkie (sì, si chiama come
il cane ed è interpretata da Mackenzie Davis), passano i sabati sera in locali
come il “Tucker” nella cittadina balneare di San Junipero… Nell’anno 1987. Solo
che da come parlano, non sembrano proprio due ragazze degli anni ’80.
Ok, lo so cosa state
pensando: ancora l’omaggio agli anni ’80? Proprio nell’anno in cui Stranger Things miete successi? Lo so,
però tutta questa malinconia è totalmente sensata all’interno dell’episodio,
non è il solito modo per buttare nel mucchio una citazione a Puzzle Bubble o a “Lost
Boys”. Il regista Owen Harris, veterane di tante serie tv, adatta alla
perfezione la sceneggiatura di Charlie Brooker che ha firmato tutti gli
episodi della stagione, ma qui si è davvero superato.

Vorrete un gran bene a queste due, garantito al limone.

La storia sembra
un film di John Hughes in miniatura, anche grazie al look di Mackenzie Davis,
ormai legata a filo doppio agli anni ’80 anche grazie al suo ruolo nella serie “Halt
and Catch Fire”. Inoltre, penso che sia l’episodio più liberale e, in qualche
modo, “ottimista” (virgolette d’obbligo) di tutti, verso metà puntata vi verrà
da pensare che le nostre protagoniste siano una specie di viaggiatrici
temporali, ma vi assicuro che in realtà l’intreccio è molto più interessante di
così.

Il risultato è
un “Thelma & Louise”, anche se Kelly guida una Jeep rossa che sembra quella
di Sarah Connor in Terminator. L’ho trovato l’episodio più etico forse mai prodotto da questa
serie, un gioiellino scritto e recitato alla grande, come direbbe Laice: cinque
stelle!
3×05 – Men Against Fire
Un gruppo di
soldati super addestrati si aggira per le campagne Inglesi, la missione è
semplice: caccia allo scarafaggio. Mostri schifosi umanoidi che spaventano i
contadini e meritano solo di essere sterminati.
Il soldatino
motivato Stripes (Malachi Kirby) alla sua prima missione ne manda tre al
creatore, ma viene “Sparaflashato” da uno di essi con una strana lucetta, una
versione povera del cacciavite sonico del Doctor Who.


Spogliatoi misti che farebbero la gioia di Paul Verhoeven.

Il ragazzo
inizia ad avere strane visioni, ma dovrà continuare ad andare a caccia di
scarafaggi con la sua socia, la soldatessa Raiman (Tricia Miller vista in Orange is the new black).

Sì, il modello
è ancora una volta “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein, già fonte per
filmoni come Aliens – Scontro finale
e “Starship Troopers”, ci sarebbe anche un altro titolo di fantascienza ultra
celebre che dovrei citare, ma se lo facessi in pratica vi racconterei il finale
dell’episodio. Voi guardatelo e godetevi lo psicologo militare Arquette, interpretato
dal grande Michael Kelly (il Doug di Houseof Cards), in questa apologia anti militarista intinta nell’ottimismo che
ha sempre caratterizzato questa serie… Sono ironico, se non si fosse capito.
3×06  – Hated in the Nation
L’episodio più
lungo mai sfornato da “Black Mirror”, un film di un’ora e mezza diretto da James Hawes (Penny Dreadful), con Kelly
Macdonald (Boardwalk Empire) come protagonista.
Avete presente
quando Internet si smuove come un solo uomo contro qualcuno? Magari uno di quei
VIP colpevoli di essere degli stronzi irrecuperabili? Bene e se questi
personaggi iniziassero a morire malamente? Sì, lo so, Gianluca Vacchi sarebbe il
primo a lasciarci le penne!
La poliziotta Kelly
Macdonald indaga su un gioco online, in cui la persona nominata muore
davvero nella realtà. Gli echi sono quelli del primo mitico episodio di “Black
Mirror”, quel “National Anthem” che ha messo questa serie sulla carta
geografica, gli intenti satirici sono molto simili, anche se non arriva lo
stesso pugno allo stomaco, in una puntata che mescola indagine, riflessioni
sull’odio vomitato vigliaccamente in rete da dietro uno schermo di Smartphone o
di computer (sono buoni tutti così, a pugni! Alla vecchia maniera bisogna
fare!) ed echi da B-Movie, uno in particolare che anche qui, non vi posso
citare altrimenti vi rovino la visione.
“Lei è mai stata l’amante di Nucky Thompson? Le ricordo che è sotto giuramento”.
La terza
stagione di “Black Mirror” conferma quello che sapevamo, questa è una delle
migliori serie in circolazione, c’è davvero poco da aggiungere, oggi come oggi,
nessuno omaggia le vecchie serie antologiche come fa quel genio pazzo di Charlie
Brooker e, allo stesso tempo, nessuno punta il dito in maniera più intelligente
e satirica verso la nostra società Facebook-Dipendente.
“Black Mirror”
passa indenne anche attraverso lo sdoganamento presso il grande pubblico che
Netflix può garantire, forse ora la confezione è più patinata, ma la cattiveria
intrinseca è sempre la stessa. C’è davvero bisogno di una serie così ai giorni
nostri, che ti fa felice grazie alla qualità di regia e sceneggiatura e ti
lascia con un turbamento al fondo del cranio, si chiama satira, in questo
strambo Paese a forma di scarpa non sappiamo nemmeno cosa sia, ma cavolo se è
un’arma potente.
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