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Black Mirror – Stagione 4: Specchio nero delle mie brame

Lo dico sempre
che vado giù di testa per le storie antologiche e la geniale “Black Mirror”
creata da quel capoccione di Charlie Brooker è una delle migliori serie in
circolazione, almeno finché non sono arrivati gli americani, infatti dalla terza stagione la musica è cambiata.

Nulla da dire, “Specchio
nero” è ancora una delle serie di maggiore qualità che vi possa capitare di
vedere ed ora che è prodotta e distribuita da Netflix, non è nemmeno più una
serie di nicchia, se mai lo fosse stata. Da parte mia, attendevo molto questa quarta
stagione, ero curioso di capire se il cambio di registro della stagione d’esordio
targata Netflix sarebbe stato definitivo e devo dire sì, non è più
la “Black Mirror” di una volta. Come mi sento vecchio dopo aver scritto
questa frase, sembro mio nonno!

Questa quarta
stagione è quella in cui “Specchio nero” ha definitivamente raccolto il
testimone di serie tv leggendarie come “Ai confini della realtà”, perché la
mitica serie creata da Rod Serling ci regalava una serie di storie strambe,
spesso con finale a sorpresa, in cui l’elemento fantastico e scatenante della
trama era… Beh, qualunque cosa. Potevano essere gli alieni, la fine del mondo,
una cospirazione. Mentre, nella quarta stagione di “Black Mirror” ci
troviamo davanti a sei storie strane, in cui l’elemento fantastico è sempre e
comunque di base tecnologico, però davvero, dopo questi sei episodi devo dire
che “Black Mirror” è una “The Twilight Zone 2.0”, piuttosto che la serie della
BBC che ci annodava le budella.


“Vi ricordate quanto ci siamo divertiti? Beh ora scordatevelo”.

Nella prime due
stagioni, “Specchio nero” aveva due caratteristiche fondamentali: un’enorme
capacità di farti provare empatia per i protagonisti e un elemento tecnologico
alla base della storia credibile, molto credibile, così tanto da ritrovarti
sistematicamente a riflettere: e se accedesse a me?

Mi spiace dirlo,
ma per me è davvero l’unica critica a questa quarta stagione, “Black Mirror” ha
cambiato pelle, l’apertura al grande pubblico ha funzionato, tutti hanno amato
episodi come “San Junipero” (e ci credo era bellissimo!), ma in quattro stagioni
siamo passati da una serie che aveva come modelli di riferimento puntate come “The
Entire History of You” (1×03) ad una serie che punta a riprodurre il successo
di “San Junipero” (3×04), la questione è davvero tutta qui.
Ed ora che ho
messo in chiaro l’unico contro (grosso? Questo sta al vostro gusto personale),
parliamo dei singoli episodi, quindi ve lo scrivo a chiare lettere: SPOILER!
4×01 – U.S.S.
Callister


Questa quarta
stagione si gioca l’episodio da un’ora e mezza subito, pronti via ed è anche
la puntata più ricca, più “americana” di tutte, sia per il budget che per la
selezione degli attori. Infatti, il protagonista è Jesse Plemons il sosia di
Matt Damon visto in “Breaking Bad” e in Fargo- Stagione 2.
Il nostro Meth
Damon (eh, fa ancora ridere!) è il geniale nerd a capo della Callister inc. l’inventore
del rivoluzionario Infinity, una specie di Second Life, ma molto più grosso. Nella
sua vita lavorativa, il nostro è un timido sociopatico innamorato della vecchia
serie tv di fantascienza “Space Fleet”, siete liberissimi di pensare a “Star
Trek” tanto il modello è proprio quello.
Quando nel suo
ufficio arriva la neo assunta Cristin Milioti (la madre di “How i met you
mother”), il nostro la invita (diciamo così) nella sua personale versione di
Infinity, una piattaforma che esiste solo sul suo computer di casa, dove le
versioni digitalizzate dei suoi colleghi di lavoro, ottenute partendo dal loro
DNA, sono costrette a vivere in eterno un’infinita simulazione di “Space Fleet”
con il nerd ad impersonare l’eroico capitano Kirk della situazione, un inferno
ad occhi aperti per queste copie digitali da cui non esiste via di fuga, o forse
no?
L’episodio
diretto da Toby Haynes (veterano di tanti episodi di Doctor Who e Sherlock) farà
la gioia dei Trekkie di mezzo mondo, è ben fatto nel suo mostrare una
fantascienza un po’ retrò, con donne in minigonna e tutto il resto.


Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare USS Callister…

A ben pensarci,
tutti questi personaggi in ostaggio di un piccolo despota e della sua fantasia
infantile, mi hanno ricordato “Prigionieri di Anthony” l’episodio contenuto del
film di “Ai confini della realtà” (1983) diretto dal mitico Joe Dante, in cui
una famiglia era tenuta in scacco dai poteri mentali del piccolo e
teledipendente bambino protagonista. Giusto per ribadire che i gradi di
separazione con “The Twilight Zone” sono stati quasi totalmente azzerati.

Mi sono divertito
a cogliere al volo il cameo (solo vocale) di un altro membro del cast di “Breaking
Bad”, ovvero Aaron Paul, ma se devo essere onesto l’episodio mi ha detto
pochino. Qual è il senso di tutto? Che non devo trattare male i personaggi
digitali? Che non devo intrappolare i miei colleghi dentro un software?
Ora io dico, una
volta digitalizzata la sequenza di DNA, si trasformerà bene in un file sul
computer di Jesse Plemons, no? Come un foglio dopo che lo avete passato dentro
lo scanner. Quindi, la trovata del lecca-lecca nel minibar mi è sembrata
inutile, insomma, divertente, ma mi ha detto pochino ecco.

4×02 – Arkangel

L’episodio
diretto da Jodie Foster (che ormai si è stabilità fissa in tv, dopo House of cards e Orange) aveva il potenziale per essere ricordato come uno dei
migliori di questa serie, non è andata così, qualcosa è mancato, ma mi è
sembrato di gran lunga uno dei più riusciti di questa stagione.

Se aveste la
possibilità attraverso un piccolo innesto e un comodo tablet, di monitorare
costantemente i vostri figli, di filtrare le immagini violente che vedono, di
tenere sotto controllo il loro stato di salute e con un GPS monitorarli, voi
cosa fareste? Io sono certo che fosse stato per mia madre di quei cosi dentro
il cranio ne avrei almeno un paio.


“Garantito a vita vero? Ci tengo a sapere cosa farà fino a 56 anni”.

Ovviamente, i
problemi arrivano con l’adolescenza della piccola Sara (Brenna Harding) che
prima cresce in un mondo ovattato e una volta messo in soffitta il tablet
diventa una ragazza normale con normali istinti da adolescente. Va tutto
abbastanza bene fino alla sera in cui Sara torna a casa tardi e l’apprensiva
mamma Marie (Rosemari DeWitt) si rifà prendere dall’ansia genitoriale, perché si
sa, per i genitori i figli avranno SEMPRE cinque anni, non si scappa.

Le due protagoniste
sono molto brave, Jodie Foster fa un ottimo lavoro, Charlie Brooker autore dell’episodio
nel finale forse ha un po’ di timidezza, peccato altrimenti sarebbe stato un
capolavoro, in ogni caso, di tutta questa stagione, “Arkangel” resta l’unico
episodio in puro stile “Black Mirror” vecchia gestione. Temo anche che sarà l’ultimo
che vedremo, quindi tocca farselo bastare.
4×03 – Crocodile

Alla regia
troviamo niente popò di meno che John Hillcoat, peccato che per quanto mi
riguarda questo episodio è di gran lunga il peggiore della stagione.

Mi hanno perso al
primo minuto, ok i due protagonisti ero sotto effetto di droghe ed alcool, ma
se prendi sotto uno in bici, ingoi il rospo e chiami gli sbirri. Andando via
per la loro strada dopo essersi sbarazzati del cadavere, il mio livello di
empatia per la futura architetto e il suo amico giornalista è terminato in
quello stesso istante.


Nemmeno un travestimento da Ninja serve per migliorare la qualità dell’episodio.

Nemmeno rendere
il giornalista un alcolizzato in preda ai sensi di colpa ha aiutato, quindi la
bionda architetto che lo uccide e poi fa di tutto per coprire le sue tracce,
per me era ufficialmente la cattiva della storia. La ragazza delle
assicurazioni che utilizza il suo macchinario per esplorare i ricordi delle
persone e, casualmente, finisce sulle sue piste è la responsabile della
tecnologia in tutto l’episodio.

Ribadisco: per
apprezzare “Crocodile” bisognerebbe stare sul filo, essere in ansia per il
destino della protagonista, sottilmente sperare che riesca a farla franca,
invece niente, anche perché poi arriva il finale a sorpresa che, per me, è una
delle trovate più idiote mai viste in questa serie.
Andiamo gente? Ma
cosa fanno interrogano il porcellino d’india? Gli fanno annusare la bottiglie
di birra per sollecitare i suoi ricordi? Gli fanno le domande e anche fosse,
come fa a rispondere? Non è porcellino, non è mai stato in India (cit.)… Dai,
andiamo su!
4×04 – Hang the DJ

Lo diciamo
subito? “San Junipero 2.0”, ok così mi sono tolto il dente.

Il mio vecchio
amico Tim Van Patten, regista di tanti episodi di “I Soprano” e di “Boardwalk
Empire” usa tutto il suo mestiere e ci regala forse il miglior episodio della
stagione. In un futuro che sembra giovedì prossimo, i giovani s’incontrano
solo grazie ad un App, che determina quanto tempo passeranno insieme, poche
ore, qualche mese, diversi anni, l’obbiettivo? Accumulare dati per poter
trovare la combinazione perfetta, il partener ideale con cui dividere tutta la
vita.
L’episodio è
molto bello, anche se la trama inizialmente mi ha ricordato molto quella del
fumetto Contronatura, i due
protagonisti sono molto bravi ed affiatati, ho apprezzato l’esca che Charlie
Brooker ci lancia a metà episodio, facendo fare alla sua protagonista qualche
affermazione complottista che serve a mettere in dubbio l’efficacia di questo
sistema, è chiaro che è un modo per depistare gli spettatori seminando false
tracce, perché “Hang the DJ” è davvero l’unico episodio di questa stagione che
termina a sorpresa, un bel ribaltamento finale che ti toglie il tappeto da
sotto i piedi, ultra promosso, se volete comprendere il titolo della puntata,
dovrete vederlo fino ai titoli di coda.
4×05 – Metalhead

Aggiungi didascalia

Quasi all’unanimità
considerato il peggior episodio della stagione, ma posso dirla tutta? La
miglior regia di David Slade da parecchio tempo a questa parte!

Bianco e nero glaciale,
echi di titoli come “Duels” (1971) e Lo Squalo, quindi non propriamente la pizza con i fichi, ma sono certo che
questo mondo post apocalittico, in cui le macchine hanno vinto spiazzerà tutti
quelli che non sono cresciuti con Terminator
come me.


Talmente cattivo che persino un T-800 ha paura di raccogliere la sua robot-cacca.

“Metalhead” dà
per scontato che il pubblico accetti il fatto che l’umanità è stata sconfitta
e i robo-cani dominano il mondo, spiegazioni non ne avrete, quindi ciccia. Godetevi
la caccia, l’umano che non vuole morire contro la macchina programmata per
uccidere, personalmente mi sono divertito molto, verrà ricordato come quello
del “Cane robot”, ma mi rendo conto che può non incontrare il gusto del grande
pubblico. Anche perché il senso finale quale sarebbe? Non fare arrabbiare i
Robot-cani? Bah!

4×06 – Black Museum

La sensazione che
ho avuto è che abbiano messo insieme tutte le idee non abbastanza buone per
diventare un episodio da sole, quindi “Black Museum” è una puntata prendi tre e
paghi uno!

Una ragazza in
viaggio per le strade d’America decide di visitare il “Black Museum” gestito da
un ex responsabile delle nuove tecnologie ospedaliere caduto un po’ in
disgrazia. Diventa l’occasione per l’uomo per ricordare il suo passato
mostrando qualcuno degli articoli esposti.
Tipo la retina
per capelli che ti fa provare quello che prova il soggetto che la indossa,
oppure ancora meglio, una tecnologia per ospitare i ricordi delle persone
finite in coma. Ovviamente, non è mica così semplice, anche qui arriverà il
colpo di scena, posso dirlo? Molto in stile fumetto della “EC Comics”.


Ecco, ci hanno messo pure una scimmia per farmi contento, si vede che mi conoscono.

Decisamente l’episodio
più circense, ha un retrogusto dà spettacolo degli orrori, tutto sommato
abbastanza divertente, il fatto che una scimmia (o per lo meno un pupazzo)
abbia un grosso ruolo nella puntata gli ha fatto guadagnare un paio di punti ai
miei occhi.

Questo è tutto
gente, sono piuttosto sicuro che la serie andrà ancora avanti parecchio, la
seguirò perché la qualità è alta e il mio amore per le storie antologiche
grande, ma mi manca un po’ quella gelida serie inglese capace di farti dei nodi
alle budella che nemmeno il migliore marinaio, peccato.
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