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Black Panther (2018): Waka-Wakanda eh eh (this time for Africa)

I bianchi hanno una paura fottuta dei fratelli neri.

Una fifa diffusa ovunque nel mondo, ma che in un solo Paese
diventa palese, ovviamente mi riferisco agli Stati Uniti d’America.
La divisione da bianchi e neri è ancora un argomento
spinoso, talmente attuale da riuscire ad attraversare quella grande pozzanghera
nota come oceano Atlantico fino ad arrivare qui da noi, cavalcando una delle
maggiori esportazioni del Paese a stelle e strisce, ovvero il cinema.
“Black Panther” diciottesimo titolo legato al Marvel Comics
Universe, ha ricevuto quasi solo critiche ultra positive, al primo weekend in
patria ha spaccato i botteghini, il riflesso è che tanta critica di settore
(traduzione: pagata per scrivere di cinema) si è subito allineata all’andazzo
“Miglior film Marvel di sempre” che è diventato quasi un Meme su Internet per
quante volte è stato ripetuto.

“Ammirate la vastità del cazzo che me ne frega dei vostri Meme da Internet”.

Ma non è certo un caso isolato il fatto che un film “Nero”
spacchi i botteghini in due, i “Fratelli” al cinema ci vanno e gradiscono avere protagonisti di colore per cui poter fare il tifo, in qualche modo è riuscito a riassumere molto
bene questo dettaglio il mitico Martin Freeman che qui interpreta l’agente
della CIA Everett Ross. Qualche (geniale) giornalista ha pensato bene di
chiedere a Bilbo Baggins come si
sentisse ad essere l’unico bianco, su un set di attori di colore, la risposta
di Martino Uomolibero aumenta la mia stima per lui: «Non credi che sia quello che
gli attori di colore pensano tutte le volte?» (storia vera).

“Hai anche domande intelligenti da farmi oppure sono tutte così?”.

In lizza tra i film nominati per i prossimi Oscar c’è anche
quel Get Out che ha riempito le sale
di ragazzi e ragazze di colori, tutti impegnati a fare il tipo per il
protagonista e se un horror sta accanto a film più canonici per gli standard
di quei parrucconi dell’Accademy, state pur certi che è per una sola ragione,
perché ad Hollywood l’unico colore che conta sul serio è il verde delle
banconote con sopra stampati tanti ex presidenti defunti.

A voler guardare più indietro, i “Fratelli” hanno sempre
gradito avere dei loro rappresentanti al cinema, da Shaft, a Super Fly,
passando per il più comico Dolemite, la Blaxploitation ha smosso i suoi bei
capitali sfronanto tanta iconografia e potete dire quello che volete sui
Cinecomics della Marvel, ma non che non sappiano annusare l’aria e capire quali
sono i gusti del pubblico, lo ha sempre fatto con i suoi fumetti, quindi al
cinema sta soltanto continuando una tradizione consolidata.

Sembrate Willy il principe di Bel-Air e Jazz quando si salutavano.

Pantera Nera, scusate, ogni tanto mi scapperà di chiamarlo
con il nome con cui ho letto le avventure del personaggio per anni proprio nei
fumetti, è stato annunciato come il primo supereroe nero che poi, a ben
guardare, Falcon è arrivato prima di lui, ma se per questo anche Luke Cage.
Anzi ancora prima prima, c’era stato Blade interpetato da Wesley Snipes
(lasciatemi l’icona aperta su di lui che più avanti tornerà di moda), ma a
volerla dire proprio tutta tutta anche la “Catwoman” (2004) di Halle Berry che
era pure donna, ma si sa come funzionano le campagne pubblicitarie, no? In fondo,
la Distinta Concorrenza con Wonder Woman
è stata molto più paracula.

Chi nasconde quella maschera: Tigre (Tiger Man) Pantera (Black Panther).

Insomma, la paura dei bianchi per i fratelli neri esiste, ma
se poi al cinema possiamo tirare tutti su dei bei soldoni, siamo “Quasi amici”
passatemi la mezza citazione, anche se il film era francese. Poi, però,
bisognerebbe anche giudicare il film per quello che è, non per gli incassi e le
furbizie del reparto vendite e qui le cose iniziano ad andare decisamente meno
bene.

La Marvel ha fatto un film sul suo eroe nero più cazzuto di
sempre, pensato apposta per un pubblico di ragazzi e ragazze che magari in sala
ci vanno con il polsino dai colori panafricani rosso, nero e verde, se avete
dimestichezza con la cultura afroamericana (o con i film di Spike Lee) lo
conoscerete di certo. Questo giusto per sottolineare che questo film è scritto,
pensato e diretto per smuovere delle cose che un ragazzo bianco (e più bianchi
di me in giro ne trovate pochi) come me magari non sentirà propriamente sue,
ecco, quindi ben venga la celebrazione dell’Africa e delle radici, se qualcuno
dovesse avere problemi etici e morali nei confronti di un film pieno di neri,
beh questo è un problema vostro e la mia voglia di conoscermi tende ad essere
limitata, per quanto mi riguarda i problemi di “Black Panther” sono ben altri.
Tipo il fatto che guardando i 134 minuti della pellicola, mi
sono anche molto annoiato, perché il film è davvero tanto parlato, troppo
parlato, durante la visione sono arrivato a pensare di stare guardando una
specie di puntata lunga di uno strano Game of  Thrones africano. Sì, perché tra manovre di palazzo, tradimenti ed
incoronazioni quello che manca è l’azione, quasi tutta riassunta in una scena
di inseguimento in auto ambientata in Corea del Sud e in un finale in cui,
bisogna dirlo, la computer grafica di qualità scarsa non aiuta per niente: lo
scontro sui binari del treno è di una bruttezza rara.

“When you play the game of thrones, you win or you die. Can you dig it?” (Trionfo di Cit.)

L’inizio è molto interessante, in una scena che arriva prima
del classico logo rosso della Casa delle Idee, il regista Ryan Coogler dimostra
che il giorno in cui distribuivano la timidezza, lui probabilmente era a
qualche marcia di protesta, la prima scena è ambientata ad Oakland,
città natale del regista in cui era ambientato anche il suo bel film d’esordio “Prossima
fermata Fruitvale Station” (Fruitvale Station, 2013), la storia vera Oscar
Grant ucciso ingiustamente dalla polizia locale ed interpretato dall’attore
feticcio di Coogler, ovvero l’uomo con il nome più bello della storia, ma con
una “B” di troppo, vale a dire Michael B. Jordan che era già stato la Torcia
Umana nel pessimo Fantastici 4 e
qui fa pace con il mondo dei Cinecomics grazie ad un’ottima prova.

Se la scelta di Oakland è dettata dal cuore, l’anno di
ambientazione della scena iniziale, invece, è una presa di posizione, il 1992, lo
stesso anno delle rivolte raziali di Los Angeles è un chiaro intento di portare
argomenti seri all’interno del genere delle super calzamaglie, quello che
ultimamente buona parte del pubblico schifa perché considerato davvero troppo stupidino. Bene, se volete
saperlo “Black Panther” non si gioca quasi mai la carta dell’ironia, anzi si
prende piuttosto sul serio, tanto che l’unica battuta di tutto il film la
pronuncia M’Baku, non fa ridere nemmeno per sbaglio e il personaggio è
costretto a ridere da solo (storia vera). Più tragicomico della battuta è il
fatto che l’attore Winston Duke che qui interpreta il capo della tribù dei
Jabari, nel fumetto è noto come Man-Ape, visto che la tribù venera i grossi
gorilla di montagna, ma il nome nel film non viene mai citato, per evitare
infelici associazioni razziali che avrebbero fatto ridere solo qualche
contadinaccio del Midwest, uno di quelli che nell’armadio conserva ancora il
capuccio bianco a punta.

Metti una tigre nel motore, oppure una pantera sul tetto della macchina.

Questa intro sottilmente politica è quella che racchiude
anche l’unica svolta vera in questo Trono di Spade ambientato in Africa, perché
per il resto la trama comincia un minuto dopo la fine di Civil War, con T’Challa
(Chadwick Boseman) impegnato ad ereditare il manto della pantera e la corona di
re del Wakanda, il misteriosa (e immaginario) stato africano la cui economia e
supremazia tecnologica è basata sulla sconfinata miniera di metallo noto come
Vibranio, un materiale dalle proprietà infinite che nel film ci vengono
illustrate per filo e per segno. I Wakandiani usano il Vibranio per tutto: per
alimentare treni e navette spaziali, il costume di Pantera Nera è farcito di
questo straordinario metallo che assorbe l’energia cinetica e la restituisce
amplificata, i Wakandiani ficcano questo materiale ovunque. In pratica è come
l’Eternit nell’Italia degli anni ’60, questo ci garantisce che “Black Panther
IX” sarà un legal thriller tutto ambientato in tribunale, con Pantera Nera a
difendersi dalla accuse dei parenti dei Wakandiani morti di cancro, difeso in
tribunale da Matt Murdock.

Non che in generale “Black Panther” sia un brutto film, anzi, è comunque meglio di quasi qualunque film della Distinta
Concorrenza, la trama fila senza nessun buco di sceneggiatura e il cast è
composto dal meglio degli attori di colore disponibili: Angela Bassett, il
prezzemolino Forest Whitaker, ma anche Lupita Nyong’o e Letitia Wright, nei
panni della sorellina che fornisce costume ed armamenti al fratello Panterone,
una specie di Q solo molto più giovane e Nerd.

“Fighi! Batman spicciami casa!” , “Calma fratellino, i costumi puoi solo guardarli qui, tanto nel film parliamo e basta”.

Ci ho messo un po’ a riconoscere anche Danai Gurira, la
Michonne dei Camminamorti, qui nei panni della tosta Okoye, a capo delle Dora
Milaje, la guardia reale Wakandiana. Non ha aiutato il fatto che qui fosse
“pettinata” come Skin degli Skunk Anansie, ecco, non so quanti altri ruoli con
spada potrà trovare la nostra Danai in carriera, ma finchè ci riesce e le
riescono tutti bene così, brava lei!

Ragazze, quando la vostra sosia dice “Attacca” non credo intenda in questo senso!

Funzionano anche i cattivi, Ulysses Klaue di Andy Serkis
(per una volta senza sensori Mocap
addosso) qui interpreta lo storico cattivaccio dal braccio sonico Klaw e
Serkis ci da dentro a giogioneggiare duro, tanto da potersi permettere di canticchiare
“What is Love” risultando comunque cattivissimo, poi ho un debole per Serkis è
un caratterista di gran livello e qui pare il primo a divertirsi, anche se sono
certo che a breve gli toccherà indossare ancora i sensori per la motion
capture, quando vedrete il film capirete il perché.

La gioia di quando non devi recitare con tutti quei cosi appiccicati sulla faccia.

L’azione, purtroppo, non è moltissima, ma Ryan
Coogler affiancata dal regista ed esperto di cultura africana Joe Robert Cole,
firmano una sceneggiatura in cui il Waka-Wakanda eh eh (this time for Africa) ha
il suo bel ruolo, le location sono fighe, la città dei gorilla di montagna è
una bombetta nel look, mentre il Wakanda in sé forse poteva essere un po’ più
fantasioso, ma in ogni caso il legame con la cultura africana è tutto lì da
vedere.

Ecco, ci sarebbe il grosso problema, quasi tutto mentale
mio, che molte scene dedicate alla cultura africana, non facevo altro che
ricordami altri film, vi faccio qualche esempio: il protagonista destinato a
regnare sul trono di Zamunda del Wakanda, “Il principe cerca moglie”
(1988), le celebrazioni organizzare per Re Julien in “Madagascar” (2005), la
parlata Wakandiana che sembrava tanto il finto Africano di “Ace Ventura:
Missione Africa” (1995) e per certi versi anche la scena dl treno con i finti
travestimenti di Una poltrona per due.
Oh, sono un cretino cosa ci volete fare? Lo sono da tanti anni, ormai ho
esperienza.

Strellu strellu Panterellu, prestu prestu riturnellu! (quasi-cit.)

Tutta la parte onirica delle visioni provocate dell’erba
magica, non solo ci mostrano la scena con l’albero con sopra tutte le
pantere, ma anche l’incontro con lo spirito del padre defunto
che fa tanto “Il Re Leone”, mi sta bene che la Marvel sia proprietà della
Disney, però non esageriamo, ok? Anche con l’erba magica del Wakanda, un po’ di
tabacco dentro mettetelo.

Ok, abbiamo Bagheera la pantera, quando arriva l’orso Baloo?
Simba T’Challa, lascia che ti dica una cosa che mio padre disse a me. Guarda le stelle” (cit.)

Ma quello che per me è il vero problema di “Black Panther” è
l’assenza di carisma del protagonista, Chadwick Boseman sembra stato scelto per
seguire il precetto (tutto bianco) del nero che non fa paura, è un bravo attore
niente da dire, ma a livello di carisma è un vuoto pneumatico, tutti attorno a
lui risultano più interessanti dell’eroe, persino il cattivo! Michael B. Jordan
non solo dà svariate piste a Boseman, ma risulta molto più guerriero Yoruba del
nostro T’Challa, vuoi perché dopo Creed si è guadagnato un minimo di credibilità
come combattente, ma soprattutto perché sfoggia tre o quattro chili di palle in
più del protagonista, quando lo senti parlare dei suoi fratelli, è molto più
credibile ed il suo piano di dominio del mondo, è qualcosa degno di una
Pantera Nera, non il Re del Wakanda, parlo proprio del movimento nato negli
anni ’60!

Gli manca solo il pugno alzato e il guanto nero, come Tommie Smith e John Carlos.

Sì, perché la vera forza del personaggio carteceo è una ed
una soltanto: T’Challa non va sotto contro nessuno. Non solo ha la fierezza del
Re africano, ma mena come un fabbro, ha un costume che sembra quello di Batman
senza le scomode trovate retrò (“Gli Incredibili” della Pixar ci hanno
insegnato che i mantelli per un super eroe sono solo un impiccio), ma con l’aggiunta
dei soldi e la tecnologia che farebbe invidia a Tony Stark. Qui tutto questo,
purtroppo, non si vede, nel suo voler rendere omaggio alla cultura africana, Ryan
Coogler ha fatto un buon lavoro, ma si è accidentalmente dimenticato di
spiegare al mondo perché Pantera Nera è un personaggio degno di portare la blaxploitation
nei film di supereroi.

Per assurdo, sotto la maschera di Pantera Nera ci sarebbe
voluto davvero il vecchio Wesley Snipes che fin dal 1992 voleva interpetare T’Challa,
ma ha dovuto accontentarsi di Blade (storia vera), ci sarebbe stato bisogno di
qualcuno capace di menare come si deve, ma anche con una credibilità,
la schiena dritta e la testa alta di chi sta interpetando davvero uno fiero di
essere nero, voi non avete idea di quanto ad ogni smascheramento, ho sperato di
vedere la faccia di Michael Jai White, anzichè quella di Chadwick Boseman,
lui sì, sarebbe stato un perfetto T’Challa, invece sfiga, al massimo è riuscito
ad essere Spawn… Ora che ci penso pure lui era un supereroe nero!

Ma tu non sei Michael Jai White!! (Cassidy scappa via urlando)

Insomma, mi aspettavo qualcosa di più da questo film, però
in patria sta andando benissimo, quindi Ryan Coogler ha mandato a segno un
altro colpo, superando la prova del blockbuster meglio di uno che mi viene
sempre in mente quando mi trovo di fronte Coogler e la sua idea di cinema,
ovvero John Singleton. Anche perché questo Panterone in patria sta facendo
sfaceli, basta dire che all’ultima gara delle schiacciate della NBA, Victor
Oladipo si è esibito (non proprio con gran fantasia bisogna dirlo) nella
specialità con addosso la maschera di Black Panther, quindi per quel discorso sulla
Blax(panther)ploitation, forse non siamo tanto lontani.

Beh dai, direi che però ai ragazzi il film è piaciuto.
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