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Black Phone 2 (2025): uno, due, tre, il Rapace sta tornando da te…

Ormai lo sapete, quando esce un film il parere di Stephen King su di esso si diffonde in rete, come le onde in uno stagno dopo che ci hai lanciato dentro un sasso, a volte viene considerato un bollino di qualità a volte, la lettera scarlatta dell’infamia, perché si sa, zio Stevie ha dei gusti tutti suoi, tutto sommato giusti, visto che è l’autore della massima di vita: ogni volta che noleggio un film, noleggio il film e “Rambo”, così nel caso peggiore, almeno un film bello lo vedo.

Su “Black Phone 2” lo scrittore del Maine ha dichiarato: non è un film all’altezza del primo. È migliore (storia vera). Voi direte, bella forza, è il seguito di un film tratto dal romanzo di suo figlio Joe Hill, qui rimasto a bordo come produttore, per il ritorno di Scott Derrickson all’Horror e ad una maschera (in due comode metà smontabili) che aveva affascinato una buona fetta di pubblico.

Ho avuto la fortuna, martedì 14 ottobre, di essere stato invitato all’anteprima stampa di “Black Phone 2” a Milano, per l’ultima fatica di Scott Derrickson uscito nelle sale un paio di giorni dopo, il regista torna sul luogo del delitto, Ethan Hawke torna a vestire i panni del Mago Galbusera Rapace.

«Cassidy vuole la tua maschera per la sua collezione, toglitela!», «Ridipingimi la staccionata!»

Dietro le quinte, a dare il via libera a questo secondo capitolo c’è ancora come detto Joe Hill, figlio d’arte di Stephen King, che oltre a essere produttore ha avuto voce in capitolo sulla sceneggiatura, almeno a livello di consulenza. L’autore aveva concepito il romanzo originale come storia autoconclusiva, e anche il primo film era fedele a quella struttura chiusa. Dare luce a un sequel/prequel poteva sembrare un azzardo, Hill ha approvato la strada dell’ampiamento del mito del Rapace senza snaturare del tutto il tono del materiale di partenza. L’idea è quella di esplorare le origini e il passato oscuro del killer, ma anche di approfondire il trauma dei protagonisti, ma senza stravolgere (troppo) il cuore della storia, anche se più che altro sembra di guardare un film che ha visto un certo classico di Wes Craven, senza averlo capito proprio benissimo, ma con la volontà di voler risultare “elevato” lo stesso.

La regia di Derrickson conferma la sua capacità di costruire atmosfere dense e inquietanti, il regista gioca con luci e ombre molto bene, sul suo talento visivo ho poco da dire, ha buon occhio e sa sfruttare inquadrature ravvicinate e campi lunghi per creare un senso di oppressione costante. I passaggi tra reale e onirico sono gestiti con precisione, alternando momenti di sospensione silenziosa a sequenze di terrore improvviso. Derrickson si diverte a far dialogare il buio con la memoria, a muovere la macchina da presa come se seguisse i fantasmi dei protagonisti, e riesce a trasformare spazi ordinari in scenari di inquietudine continua. Anche quando il ritmo cala o la retro-cotninuity narrativa si fa sotto, la regia mantiene il controllo dell’atmosfera anche se la trovata del formato Super8 per il mondo onirico, alla lunga perda di forza e originalità.

«Io ti accetto. Così come sei»

Finney (Mason Thames) è cresciuto, ma non del tutto guarito, il trauma lo ha reso uomo, ma anche un po’ spettro di se stesso visto che ora è il primo ad utilizzare metodi da bullo. Gwen, la sorella, lotta con sogni che sono visioni, con un mondo che non sa più distinguere il reale dall’immaginato. E da qualche parte, nel buio, il Rapace continua a muoversi. Ma questa volta non come figura di carne e ossa: la sua presenza è sfumata, deformata, a tratti onirica. Derrickson lo rievoca come un incubo che non si spegne mai del tutto — e qui entra in gioco il parallelo con Nightmare, piuttosto evidente modello di riferimento, ma senza che le “regole” del mondo onirico, siano così ben definite, come i sogni certo, o come le sceneggiature paracule.

Il Rapace, come Freddy Krueger, si muove tra veglia e sonno, tra reale e immaginario. Il suo potere non è solo fisico, ma mentale: può comparire nei sogni, insinuarsi negli spazi domestici, giocare con la percezione dei protagonisti e instillare paura anche senza essere visto. In questo senso, “Black Phone 2” prova a riprendere la logica del “terrore onirico”, dove il mostro non è confinato al mondo reale ma invade l’inconscio, facendo vacillare la sicurezza stessa del sonno. La differenza, però, è netta: Freddy è un anarchico, sarcastico, quasi giocoso nella sua crudeltà, il Rapace di Derrickson rimane grave, greve e controllato. Questa scelta conferisce al film un tono più riflessivo e meno spettacolare, ma rischia anche di ridurre l’impatto visivo delle apparizioni, che in alcuni momenti sembrano più un’evocazione elegante che un vero shock. Infatti, basta guardare la conclusione, con il cattivo che puff! Saluta e va, come se non fosse l’elemento cardine della trama.

Il prossimo passo per lui? Le “Frasi maschie” tipo: welcome to prime time bitch!

Visivamente, però, il film ha i suoi momenti, l’uso della pellicola Super8 (anche se alla lunga sovra utilizzato), i frammenti di memoria bruciata, ma la sensazione è di aver perso l’estetica sporca e granulosa, quella evocata nel primo capitolo. In certi passaggi sembra quasi di intravedere l’occhio di Derrickson dietro la macchina da presa mentre cerca di conciliare due pulsioni opposte: la voglia di tornare agli, beh, incubi (occhiolino-occhiolino), degli anni ’80 e il bisogno di costruire un horror più maturo, più introspettivo, più “elevato”, perché se non lo fai, oggi, sei un Paperino.

«Oddio l’horror elevato vuole elevare anche me!»

Eppure, anche con questi inciampi, “Black Phone 2” funzionicchia, anche se non tutte le nuove spiegazioni sul passato del Rapace convincono, ma la retro-continuity rischia di sfilacciare la tensione che nel primo film era più claustrofobica. Ma quando il telefono torna a squillare, e Finney deve affrontare non solo i fantasmi degli altri ma anche il proprio, qualcosa scatta, ma penso sia anche merito del mestiere di Ethan Hawke, che ancora una volta si trova a suo agio nella parte, e poi quella maschera! Dai è fighissma!

In definitiva, “Black Phone 2” è un horror che tenta il salto tra il reale e l’onirico, tra il dolore e la memoria, non sempre atterra in piedi, anzi, spesso scivola goffamente, ovviamente non allaccia nemmeno le scarpe al modello originale, ovvero Nightmare o per la precisione, alla sua capacità di risultare un titolo pieno (e spaventoso) sotto tutti i punti di vista, però questo telefono suona ancora, è rende il silenzio, tra una chiamata e l’altra, bello teso.

Una volta si diceva: una telefonata allunga la vita. Sì, finché il Rapace non ha bisogno del telefono.

Quindi il seguito di Black Phone cerca di cavalcare quello che ha reso mitiche molte maschere (non per forza smontabili in due parti) del cinema Horror, ovvero la serialità, forse anche un po’ forzata, ma comunque parte del genere, tutto sommato l’ho trovato un film in linea con il capostipite, non mi sento di sposare la frase di zio Stevie, la prima per lo meno, quella sull’affittare sempre anche una copia di Rambo invece, torna sempre buona, anche per film come “Black Phone 2”.

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