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Black Phone (2022): gli innocenti non stanno in silenzio (ma parlano al telefono)

non solo è molto bravo, ma se dovessimo puntare sulle opere del primogenito Owen King, con tutto il rispetto, stiamo freschi.

Per la verità il suo romanzo “NOS4A2” (2014) è già diventato una sonnolenta serie per Prime Video mentre il fumetto “Locke & Key” se lo è accaparrato Netflix, mi piacerebbe un bell’adattamento di “La scatola a forma di cuore” (2007), ma intanto qualcuno ha battuto tutti sul tempo, mi riferisco a Scott Derrickson che dopo aver lasciato il Dottor Stefano Strano nelle mani di Sam Raimi è tornato al suo primo amore, ovvero l’horror.

Una carriera in equilibrio tra i film dell’orrore e quelli fantastici su commissione, Derrickson aveva firmato uno dei pochi film di esorcismo quasi originali, prima che l’ultimo atto del suo “The Exorcism of Emily Rose” (2005) non scivolasse mestamente nel solito modello imposto da Friedkin. Piuttosto riuscito anche il suo “Sinister” (2012), con i suoi spaventi efficaci e una solida prova di Ethan Hawke.

Quando il regista è conciato come il cattivo del suo film (la maglia del topo è una chicca)

Per sua stessa ammissione il regista era alla ricerca di un soggetto più personale, dopo essere scappato dalle grinfie della Marvel anche comprensibile. Nelle varie interviste ha paragonato il film a “I 400 colpi” (1959… Anche meno Scott, anche meno), ma ha trovato quello che cercava in un racconto di Joe Hill, intitolato appunto “The Black Phone”, pubblicato nel 2004 all’interno della raccolta “Ghosts”.

La sceneggiatura, scritta a quattro mani dallo stesso Derrickson e da C. Robert Cargill è diventata un film prodotto dal solito immarcescibile Jason Blum e distribuito dalla Universal, il risultato? Buono, incredibilmente buono. Forse non il titolone horror che tutti si aspettavano in un’annata che fino ad tra i titoli distribuiti in sala ha prodotto Scream e X (sta per uscire anche nelle nostre sale!), però era un pezzo che la Blumhouse non mandava a segno un titolo tanto solido, per altro perfetto non solo per fare la conoscenza di Joe Hill, ma anche per quella porzione di pubblico che di norma non ama molto il genere horror. Ve lo dico, potete leggere il post senza problemi, non ci sono anticipazioni di sorta.

Questi due si mettono in tasca tutto il cast di “Strane Cose”, ve lo dico io.

Alla faccia della retromania alla Stranger Things, la storia è ambientata nella Denver del 1978, qui facciamo la conoscenza del tredicenne Finney Shaw (Mason Thames, scelta di casting impeccabile numero uno), un ragazzo sveglio con tutti i problemi di un tredicenne ma anche qualcuno di più, a scuola evita i bulli solo grazie al suo amico Robin (Miguel Cazarez Mora, premio scalciaculi 2022 già assegnato) e la sua unica amica è la sorellina Gwen (Madeleine McGraw, scelta di casting impeccabile numero due), che però ha lo stesso dono ereditato dalla scomparsa madre, ovvero i suoi sogni spesso incredibilmente vividi, tendono a realizzarsi come delle premonizioni, dettaglio che non piace affatto al padre violento e alcolizzato dei due ragazzi, il signor Shaw (interpretato da Jeremy Davies), protagonista di una scena di violenza domestica che mette subito in chiaro l’aria che tira a casa Shaw, che per altro risulta realistica grazie alla prova di Madeleine McGraw, che ammettiamolo, ruba spesso la scena a tutto il resto del cast.

La cittadina dove vivono i personaggi è minacciata dall’assassino noto come Grabber, nella versione doppiata il Rapace (bella fantasia), un losco figuro che conciato come un prestigiatore ha già preso e fatto sparire sei ragazzi, tutti maschietti e finirà per catturare anche Finney, caricato a forza nel retro di un camioncino nel primo (ma di certo non unico) omaggio visivo di Derrickson a Il silenzio degli innocenti.

La versione goth del mago Galbusera.

Finney si risveglia in un fosso tutto bagnato senza un rene uno scantinato dove urlare sarà completamente inutile, nella stanza un materasso, un gabinetto e un telefono (ovviamente nero) appeso al muro e totalmente inutile, visto che è fuori servizio e non funziona. Il Rapace invece è una gran prova di Ethan Hawke, che infrange la sua regola di non interpretare cattivoni solo per Derrickson, di cui evidentemente si fida dopo la loro collaborazione in “Sinister”. Per fortuna che ha deciso di farlo aggiungo, visto che la sua prova è ottima, un ruolo alla Kevin Bacon per fare un paragone con uno che zompetta agilmente tra ruoli da buono o cattivo risultando sempre convincente.

In più qui Ethan Hawke fa i conti con un’invenzione, una trovata del tutto cinematografica assente dal racconto originale di Hill, ovvero la maschera, lo dico fuori dai denti, la voglio! Si perché non solo è spaventosa il giusto ma è anche molto pratica, una maschera smontabile che a seconda delle necessità può coprire tutto il volto, oppure solo bocca o occhi, si vede che è stata creata apposta per il film da quel genietto di Tom Savini (storia vera).

“Ti piace vero Cassidy? Lo so che ne vorresti una così anche tu”

Hawke sfrutta le limitazioni della maschera lavorando alla grande sulla voce e sul linguaggio del corpo, diventando una minaccia anche in assenza, perché “Black Phone” poggia quasi tutto sulle spalle di Mason Thames. Davvero bravo Derrickson ad adattare una storia tanto parlata – perfetta per la carta stampata – in cinema.

Già perché la mela non cade mai troppo lontano dall’albero, il telefono nello scantinato comincia a suonare anche se non potrebbe e non dovrebbe farlo, dall’altra parte della cornetta Finney si ritrova a parlare con le voci degli altri ragazzi rapiti e uccisi prima di lui, pronti a cercare di consigliarlo, per evitare che anche lui faccia la loro stessa fine. Ditemi quello che volete, ma un telefono che suona dall’aldilà a me ricorda molto il Maestro Richard Matheson, tra le massime influenze di Stephen King e di conseguenza, anche di suo figlio Joe Hill.

«Non ci credo, anche qui chiamano i call center!»

C’è aria di casa in “Black Phone”, per tutti quelli come me cresciuti a pane e King, più dell’impermeabile giallo di Gwen, la sensazione è proprio quella di un’altra storia degna della famiglia King, anche per Joe Hill i mostri sono quelli che affrontiamo in quella fase della vita che sta tra l’infanzia e l’adolescenza, mai come in questo caso la metafora è chiara, siamo di fronte ad un romanzo di formazione, Finney per uscire da quello scantinato dovrà crescere affrontando il mostro sulla soglia, ecco perché “Black Phone” piacerà a chi ama l’horror, ma anche a chi tentenna ad approcciarsi a questo genere, più che un thriller su un ragazzo rapito da salvare, Derrickson porta in scena un racconto di formazione con tutti gli spaventi nei punti giusti, meno splatter e più cuore mi verrebbe da dire.

Il regista trova la chiave giusta per rendere cinematografiche le tante e lunghe conversazioni al telefono con i precedenti, chiamiamoli “inquilini” dello scantinato maledetto, in 102 minuti il ritmo resta abbastanza serrato ed è chiaro che facendo sua la lezione di zio Wes Craven, con i suoi adulti perennemente assenti, i giovani protagonisti sono soli contro il mostro. Nessun maggiorenne potrà aiutarli davvero, perché alla fine, i mostri che popolano quella terra di mezzo tra l’infanzia e l’età adulta, uno finisce sempre per doverseli affrontare da solo.

«Tu, non puoi, passare!» (cit.)

Derrickson condisce le conversazioni telefoniche con apparizioni, flashback, un ottimo utilizzo dei momenti onirici e si finisce a fare il tifo per entrambi i fratellini Shaw, alle prese con l’uomo nero in un percorso di formazione che si traduce in un film beh, molto cinematografico.

Punti bonus per il buon Scott, per aver sottolineato la natura mite e anche un po’ paurosa di Finney, con una piccola grande citazione colta. Sono sempre appassionato dei film che si vedono nei film, qui il regista fa guardare alla tv al suo protagonista una delle scene madri di “Il mostro di sangue” (1959). La scena di suo è molto bella non solo perché è raro vedere omaggi così sentiti a quell’adorabile pazzoide di William Castle, ma soprattutto perché è chiaro che Finney sia terrorizzato dal film, ma ancora di più dal mostrarsi debole di fronte al suo violento padre. “Black Phone” funziona perché è tutto così, su una trama non particolarmente originale ma coinvolgente, Derrickson ha saputo rendere cinematografico un racconto per forza di cose tutto basato su parole e dialoghi.

… E adesso cosa farò? Son certo che morirò / In questa stanza di merda, non a casa mia (cit.)

Il risultato è uno dei film più solidi tra tutta la produzione recente della Blumhouse, probabilmente non sarà il titolone che qualcuno aspettava e di sicuro non è “I 400 colpi” in versione Derrickson, ma ve lo consiglio caldamente perché c’è aria di casa in questo film, forse con Joe Hill siamo al sicuro per almeno un’altra generazione di adattamenti per il piccolo e grande schermo e soprattutto, “Black Phone” potrebbe far avvicinare al genere horror anche i più recalcitranti, non dico proprio come ha fatto papà prima di Joe, ma glielo auguro. Insomma fossi in voi a questo telefono nero che squilla, questa volta risponderei.

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