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Blade Runner (1982): ho visto Classidy che voi umani non potreste immaginarvi…

Tra “Blade Runner” e il sottoscritto balla giusto un anno di differenza, 365 giorni non sono poi tanti (a meno che voi non siate dei Replicanti), quindi posso dire che siamo quasi vecchi uguali, poi è inutile girarci attorno: questo non è un film come tutti gli altri. Proprio per questa ragione e tutte quelle che vedremo da qui all’ultima parola di questo post, ha diritto al suo posto tra i Classidy!

Avete presente quei montaggi fatti mettendo insieme scene famose di film ultra celebri, di solito assemblate per celebrare la storia del cinema? Ecco, in nove su dieci di quei montaggi (ma anche dieci su dieci) “Blade Runner” non manca mai, perché negli anni è assorto allo stato di culto assoluto. Se voi siete più o meno nostri coetanei (miei e di Blady qui) allora saprete bene che quell’aurea gigantesca di culto è un’ombra lunga che anticipa il film, come Silver Surfer l’arrivo di Galactus, scusate mi è scappata una metafora da lettore Marvel.

Ma la verità è un’altra, ve la dico a costo di beccarmi sputi e anatemi (lo spazio per i commenti la sotto serve anche a quello). La prima volta che qualcuno, quasi tutti, guardano “Blade Runner” non è che lo apprezzino poi così tanto, prima di mettere mano a torce e forconi, però, lasciatemi l’icona aperta, vi prometto di tornarci, per ora vi dico solo: pensateci. Questo film non è piaciuto poi così tanto nemmeno a quelli che lo hanno visto in sala nel 1982. Ora, come se fossi la voce narrante di Deckard, lasciate che vi porti qualche passo indietro, all’inizio di questa storia.

In principio fu Philip K. Dick e a questo punto dovreste già essere tutti in piedi al solo sentir nominare il grande scrittore di fantascienza. Il suo romanzo “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (da noi uscito con il titolo “Il cacciatore di androidi”) del 1968 un paio di anni dopo è l’oggetto del desiderio di Hollywood, persino zio Martin Scorsese pare interessato a dirigerne un adattamento, ma il più veloce a mettere le mani sui diritti di sfruttamento fu il produttore Herb Jaffe che per adattare il romanzo in una sceneggiatura affidò tutto a suo figlio Robert. Sì, la parola che state cercando è nepotismo, bravi.

Vi distraggo da queste pratica di Hollywood con la bella Daryl Hannah, tiè!

A Dick il lavoro di Jaffe Jr piacque così tanto che quando i due s’incontrarono la prima volta all’aeroporto Filippo Kappa C… Vabbè, per oggi lasciamo perdere di tradurre i nomi, gli disse: «Devo picchiarti qui all’aeroporto, oppure quando arriveremo al mio appartamento?» (storia vera). Serve uno sceneggiatore, uno che sappia il fatto suo ed è qui che la storia diventa intricata, la sceneggiatura diventa come l’ovale durante una partita di rugby, la riceve Hampton Fancher che passa a Michael Deeley, che prima coinvolge Ridley Scott e poi passa a David Peoples, che con le ultime riscritture finalmente ottiene l’approvazione di Philip K. Dick, ma siccome l’universo sa essere beffardo, il grande scrittore morirà nel Marzo del 1982, senza mai vedere il film terminato. Beh, considerando che Scott ha sfornato tre versioni del film, l’ultima datata 2007, il grande Dick (e non ridete dai! Siate seri!) sarebbe dovuto arrivare ad avere l’età di Matusalemme!

Theatrical, Director’s e Final cut, a giudicare dalla faccia, Philip K. Dick aveva già capito tutto.

Già Ridley Scott, dopo quel capolavoro pazzesco di Alien, il regista inglese era incastrato nella lenta e complicata produzione di “Dune”, alla ricerca di qualcosa di qualcosa che lo riportasse presto su un set, Scott mollò tutto e si dedicò a questo soggetto, ma senza prima non dire la sua sulla sceneggiatura. Sì, perché se nel film abbiamo dei “Replicanti” e non degli “Androidi” lo dobbiamo a Scott, responsabile anche del titolo del film, che arriva dal romanzo del 1974 di Alan E. Nourse “The Bladerunner” (da noi “Medicorriere”) la cui trama ruota intorno a… Tutta un’altra roba! In realtà, Scott il libro di Nourse forse non lo ha nemmeno letto, gli piaceva giusto il titolo, come Justin Timberlake in “The Social Network” suggerisce di togliere il “The”, Blade Runner, il gioco è fatto. Ma se volete sapere tutto, ma proprio tutto tutto sulla notte in cui Scott scippò il titolo ad Alan E. Nourse, passate a trovare Lucius sulla pagine di Non quel Marlowe, che è pronto a raccontarvi tutta la storia.

Una Sean Young talmente bella che potrei stare a guardarla per ore.

Ridendo, scherzando e scippando titoli in giro, la lunga pre produzione del film viene a costare quasi tre milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde. I produttori sono ancora pronti a lasciare sul tavolo un’altra ventina di milioni degli stessi presidenti, ma ad una condizione: il film deve uscire a giugno, quindi tenendo conto della post produzione, non si sposta nemmeno di un giorno la data del fine riprese. Tenete a mente questo dettaglio, la storia del cinema passa anche da qui.

In cerca di uno alla Robert Mitchum per il ruolo di Rick Deckard, Scott prende in considerazione tutti da Gene Hackman a Sean Connery passando per Dustin Hoffman (!) e Schwarzenegger (identico a Mitchum per altro) poi sceglie semplicemente l’attore più caldo del momento, Harrison Ford reduce da due titoli da niente come L’Impero colpisce ancora e I Predatori dell’arca perduta, non so chi fosse l’agente di Ford allora, ma sapeva come guadagnarsi i suoi soldi.

Ford accetta a condizione che Deckard non indossi il Fedora (aveva già dato, storia vera), come vanno le cose tra lui e Scott sul set? Lasciatemi scegliere le parole giuste, ok trovate… Una merda! Il regista è arrivato a definire Ford “Una spina nel fianco”, mentre se ancora oggi chiede ad Indy di Ridley, vi fa gli sguardi scuri pensando alle notti sotto la pioggia.

La reazione di Harrison Ford quando gli chiedono se si è divertito a girare questo film.

Va decisamente meglio, invece, con Rutger Hauer, Ridley Scott lo vede recitare in Fiore di CarneKitty Tippel e “Soldato d’Orange” e lo vuole a tutti i costi, ma non ha fatto i conti con il senso dell’umorismo di Rutger, che il primo giorno si presenta conciato con occhiale gigante da sole tipo Lapo Elkan, pantalone di satin rosa shocking imbarazzante persino per il David Lee Roth dei tempi migliori e, colpo di genio, maglione bianco con enorme volpe disegnata sopra. Voi pensate che io stia esagerando, in realtà, è una storia vera. Grasse risate tranne la produttrice esecutiva Katherine Haber che a momenti sviene, ah ah bello scherzo Rutger e poi quei capelli ossigenati, davvero ridicoli sei un grande! Chissà come l’ha presa la Haber quando ha scoperto che il capello era il primo dei tanti contributi di Rutger Hauer a Roy Batty il personaggio che lo ha portato alla porte di tannhäuser dell’empireo cinematografico.

Vi avevo promesso che sarei stato bersaglio per i vostri insulti, quindi lasciatemi riprendere l’icona lasciata lassù. Fin dalle mie prime bimbo-visione del film mi è stata chiara la cura con cui “Blade tannhäuser Runner” è stato girato, a memoria mia potrebbe essere stato uno dei primi film che mi ha fatto capire che quelle belle immagini in movimento sullo schermo, capaci di raccontarti una storia appassionante, potevano essere anche qualcosa di più che, per ora, chiameremo arte.

Il modello cinematografico di futuro, che ancora oggi viene ricalcato in TUTTI i film.

Ma la prima volta che vedi “Blade Runner”, in realtà, non è che faccia tutto questo grande effetto, troppa attesa, troppo eco, alla sua uscita fu praticamente ignorato, al netto di un budget di 28 milioni di dollarazzi, ne portò a casa 27 vittima anche lui dell’enorme successo al botteghino di “E.T. l’extraterreste” uscito un paio di settimane prima, l’alienuzzo simpatico di Spielberg passò tipo schiacciasassi sopra “Blade Runner” e La Cosa di John Carpenterusciti entrambi il 25 giugno del 1982. Ed ora fermiamoci tutti un momento ad invidiare gli spettatori del 1982 che potevano scegliere se vedere questo o il capolavoro del Maestro.

La verità è che “Blade Runner” inizi ad amarlo dopo, personalmente ho sempre adorato la voce narrante di Deckard della versione originale, anche se spesso sottolinea l’ovvio, anche perché i produttori temevano che il pubblico non capisse dettagli come la parlata cittadina di Gaff, perché alcune frasi sono ancora tra le mie citazione preferite, ad esempio cerco sempre un contesto per utilizzare cosette tipo «Sushi. Così mi chiamava la mia ex-moglie. Pesce freddo.»

«Con ‘ste cacchio di bacchette sembra un’operazione al cervello più che una cena!»

Di quella versione ho sempre trovato insopportabile il finale, ricordo ancora quando da bambino davanti alla tv mi sono ritrovato a dire: “Ma che è ‘sta roba?”. Un film intero a parlarci della vita limitata dei Replicanti e poi in una frasetta infilata a caso mi dite che Rachel è diverso dagli altri? Ma poi quella scena in pieno giorno, girata al volo su un camion traballante, montando spezzoni avanzati dei titoli di testa di Shining per dare l’illusione di una navetta in volo, no davvero, mai piaciuto.

Mi ha sempre urtato questo finale, voi non avete idea.

La raffazzonata “Director’s cut” uscita in DVD nel 1997 sistema questi dettagli, ma è davvero stata messa su in fretta e furia, ho dovuto aspettare la “Final Cut” del 2007 per avere in mano tutti gli elementi necessari ad apprezzare a pieno il film, anche perché per allora, avevo già tritato tutti i romanzi di Philip K. Dick che sono riuscito a trovare.

Animali onirici come se piovesse (e in “Blade Runner” piove un sacco).

Nel romanzo gli Androidi sono esseri avidi di vita e di sensazioni, egoisti e incapaci di empatia, mentre Deckard è un grigio burocrate che dà loro la caccia, ma piano piano comincia ad assomigliare sempre di più alle sue prede, le motivazioni del personaggio sono banali, per far colpo su una moglie sempre strafatta che lo ignora, Deckard vorrebbe una rarissima pecora androide, animale scelto per simboleggiare una vita pavida passata nel gregge. Quello che fa Dick con il suo romanzo è un inno all’unicità, tema caro allo scrittore di Chicago quasi un monito a non perdere progressivamente noi stessi.

Mentre i replicanti Nexus 6 di Scott sono superuomini volutamente Niciani che vivono ogni sensazione in maniera amplificata, perché è allo stesso tempo la prima, ma potrebbe anche essere l’ultima visto il poco tempo di vita a loro disposizione. Le due trame sono simili procedono su binari paralleli, il film di Scott è una riflessione su cosa ci rende davvero umani, proprio per questo c’è così tanta enfasi nell’omicidio di Zhora (Joanna Cassidy scelta perché l’unica attrice a sua agio a recitare con addosso un pitone birmano… Non fate battutacce! In ogni caso, bel cognome Joanna) da parte di Deckard, perché se arrivi a sparare ad una donna in fuga alle spalle, vuol dire che forse l’umanità la stai perdendo.

Che brutta morte… Avvolti nel Domopack come gli avanzi del pranzo.

Ecco perché la “Final Cut” guadagna punti, proprio perché semina più indizi (l’origami a forma di unicorno) sul grande mistero che ruota attorno a Deckard, il film lascia intendere che anche lui potrebbe essere un Replicante, proprio per questo il fatto che già esista un “Blade Runner 2(049)” di prossima uscita, toglie un po’ di quella poesia, ah comunque lo dico ora: se in questo seguito scopriremo che Ryan Gosling è un replicante io ribalto il cinema sottosopra, ok? Che si sappia.

Il bello di “Blade Runner” sta anche nella sua sontuosa messa in scena, che passa dalle epiche note della colonna sonora di Vangelis, fino ad arrivare ai singoli dettagli, alle bambole tra cui si nasconde Pris (una bellissima Daryl Hannah) allo scontro finale tra Roy Batty e il suo creatore, un’ascesa ideale piena di simbolismi espliciti dello scontro tra i due (la partita a scacchi) e dell’ascesa di Roy (l’ascensore) il ritorno del “Figlio prodigo” come lo chiama il dott. Eldon Tyrell (Joe Turkel) che si conclude con un’illuminazione: sul tetto del palazzo Roy capisce il senso della vita con il suo monologo e la pioggia in questo caso è qualcosa di simile ad un battesimo.

La lunga partita a scacchi con il creatore.

“Blade Runner” è stato forse l’ultimo grande film realizzato prima dell’avvento della computer grafica, la scena di apertura nella Los Angeles del 2019, ad esempio, è un tripudio di mascherini e strati aggiunti sulla pellicola base, aggiungendo ogni volta l’effetto della fiamme, oppure i fondali, molti dei quali semplicemente dipinti e posizionati lontano rispetto alla macchina da presa per dare l’illusione di profondità come si faceva ai vecchi tempi.

Mi piace moltissimo lo scontro quasi da slasher tra Roy e Deckard (“Sette otto, va all’inferno, poliziotto!”), ma è inutile girarci attorno, dove “Blade Runner” si guadagna il suo posto nella storia è nella scena in cui tutto quanto raccontato fino ad ora torna, la realizzazione del set, il tempo di produzione limitato, come quello della vita dei Nexus 6 e il monologo di Roy Batty. Se avete la sfortuna di leggermi con una certa frequenza potreste aver intuito che ho una predilezione per gli aneddoti di produzione, quello che arriva ora lo ammetto, è uno dei miei preferiti in assoluto.

«Per onestà devo confessarti che questo è il mio braccio più debole» (Cit.)

Ultima notte, non a Warlock, ma sul set del film, non manca da girare molto, giusto il finale (robetta proprio) quello che manca è il tempo, perché per effetto della lunga pre produzione Ridley ormai è agli sgoccioli bisogna consegnare il girato e iniziare la post produzione domani, quindi è ora o mai più, sul set corrono tutti come formiche operaie la controfigura di Harrison Ford è pronta a prendere posto sul cornicione finto, un set composto da due alte porzioni di palazzo finto, montate su carrelli mobili, a simulare i due palazzi uno di fronte all’alto, con il vuoto in mezzo dove si consuma l’ultimo atto dello scontro tra Deckard e Roy Batty. Nel trambusto generale manca, però, la controfigura di Rutger Hauer, colui che dovrà eseguire il salto da un “palazzo” all’altro, tick tock tick tock Ridley Scott come uno dei suoi Replicanti non ha più tempo, come fare? Niente paura, ci pensa Rutger!

Ridley! Ridley! Lo faccio io il salto, sono in forma mi alleno tutti i giorni posso farcela, fammi avvicinare il set di mezzo metro lo faccio io. Scott a quel punto guarda il suo attore pensando: ok, così se nel migliore dei casi si giri una caviglia o peggio mi fai la fine di Willy il coyote posso fare “CIAIONE!” al mio finale, ma l’Olandese è convinto, Ridley alle strette prende una decisione fa avvicinare le due porzioni di set e tiene le dita incrociate.

«Qualcuno mi liberi da questo ossigenato, sono troppo giovane per morire!»

Rutger agguanta il piccione (ok, lo so è una colomba, ma avete capito), rincorsa rincorsa rincorsa, salto, fletto i muscoli e sono nel vuoto. Come finisce? Non lo dovete chiedere a me perché già lo sapete, lo avete visto nel film (tutte e tre le versioni), il salto di Rutger è talmente buono che Scott non ritiene di doverne girare un’altra, buona la prima, finisce dritta nel montaggio finale. Ma non c’è il tempo per stappare una bottiglia di quello buono, bisogna girare il monologo, la notte in cui Rutger Hauer entrò nella storia del cinema dalla porta principale.

Il Roy Batty di Hauer è così riuscito non solo perché può contare sull’approccio fisico (e i capelli ossigenati) che l’Olandese imprime sempre ai suoi personaggi, ma perché la sua intuizione geniale è quella di capire che Roy ha 4 anni di vita, quindi spesso da quell’aurea da super uomo emerge il fatto che sia un bambino, quindi spesso curioso o giocoso, ma anche avvezzo alla cattiveria solo perché non ha ancora i mezzi per riconoscere il bene dal male, gli è mancato il tempo per assimilarli, cosa che fa nel monologo finale.

La folle notte del dottor Rutger, termina lassù nell’empireo del cinema.

La ricca staffetta di sceneggiatori aveva partorito un monologo di alcune pagine, Rutger di sua spontanea iniziativa decide di ignorare circa 300 parole, tiene un paio di battute già presenti (tra cui quella epica sulle porte di Tannhäuser) e ne aggiunge una improvvisata al momento, una robetta piuttosto ispirata che suona tipo: «Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia» vi ricordo solo che fino a cinque minuti prima stava rischiando l’osso del collo facendo la controfigura di se stesso, mica male per una notte di lavoro.

La bellezza di questo monologo sta nel fatto che non lo sappiamo se Roy ha davvero visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, forse nella sue parole descrive soltanto un desiderio, quello che si sarebbe aspettato dalla sua vita se la sua vita fosse durata più di così, ma in un certo senso il desiderio di una vita più lunga del Replicante è stato accontentato, Roy Batty ora vive in eterno, avrà una vita lunga almeno quanto quella del cinema, non so se gli androidi sognano pecore elettriche forse fanno sogni di celluloide, diretti da Ridley Scott e con le musiche di Vangelis. «… È tempo di morire».

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