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Blade Runner 2049 (2017): Ma gli androidi hanno spermatozoi elettrici?

Non era il sequel
che vi aspettavate, vero? Verrebbe da dire che è il tipo di secondo capitolo che
voi umani non potreste immaginarvi.


Ci ho messo del
bel tempo per riuscire a vederlo e altrettanto per riuscire a scriverne, che
ci volete fare, il periodo è così, ma per certi versi meglio, almeno mi sono
chiarito le idee perché a caldo non avrei saputo proprio che dire di questo
film, se non che sono riuscito a vederlo tutto senza che mi scappasse nemmeno
un vaffanculo, non come quelli che si è guadagnato che so, Episodio VII, oppure a coppie di due Alien Covenant.

In
Blade Runner 2(049) Ryan Gosling era davvero un replicante, mi verrebbe da dire come mi secca avere sempre ragione,
eppure, alla fine, la trovata è funzionale alla trama, non è il (non) colpo di
scena su cui viene basato tutto, per fortuna, perché questo film, al
netto di due difetti sostanziali, riesce a fare un numero ragguardevole di cose
giuste, tanto che quasi mi spiace che se ne sia parlato più prima
della sua uscita che dopo, ma andiamo per gradi, come diceva Celsius.
Difetto numero
uno: la durata del film. Ok che io sono un fanatico del minutaggio da 90 minuti
spaccati, che per me è quello perfetto e che ultimamente tutti i film con un
minimo di budget sforano solo per dimostrare di poterlo fare. Non mi faccio
certo spaventare da 163 minuti di pellicola, ma con venti, trenta minuti in
meno, Blade Runner 2(049) sarebbe stato più coeso ed efficace, anche perché
molto del tempo lo perde a mostrare cose del tipo, Ryan Gosling cammina fino a
lì, Ryan Gosling si guarda intorno, Ryan Gosling fa una faccia perple… No
quello no, visto che la faccia di Ryan Gosling per 163 minuti resta sempre la
stessa, persino durante le avances combinate di Ana de Armas e Mackenzie Davis,
penso che sia possibile solo in due casi: essere morti, oppure essere dei
replicanti, in questo caso barrare “B”.



Ryan Gosling ha due espression… no, no no, ferma tutto stavo scherzando.

In generale, Blade
Runner 2(049) sembra un film che sa benissimo di non poter competere né con il
mito, né con il densissimo substrato di letture di secondo (terzo, quarto)
livello del film originale, quindi
non ci prova nemmeno, da questo punto di vista sembra uno di quei seguiti di
film ultra famosi che una volta uscivano con grande leggerezza, erano anche
buoni film, ma ricordati come note e piè di pagina nella grande pagina di Wikipedia dei capolavori (lanciatemi un salvagente per uscire da questa pericolosa
metafora ipertestuale in cui mi sono infilato!). Roba tipo boh, “2010 – L’anno
del contatto” (1984), in un’epoca in cui tutto deve creare AAAAAAIIIIIIIIPPPPP
(detto “Hype”) Blade Runner 2(049) se ne frega, è uno di quei seguiti che si
accerta di raccontarti per davvero di quali sono state le conseguenze
(applicando la grande lezione di Jimmy Cameron) e ci mostra cos’è accaduto ai personaggi.

Se avessero fatto
un banalissimo film d’azione con i neon, la pioggia, Vangelis e quante più
strizzate d’occhio possibili, il pubblico ci si sarebbe gettato sopra lo
stesso, invece per questo devo davvero ringraziare Denis Villeneuve per il suo
lavoro, “Blade Runner 2049” è un seguito vero, per certi versi anche sci-fi
come si faceva una volta, con una cura per i dettagli visivi quasi maniacale,
in un mondo di sequel replicanti, questo replicante cerca davvero se stesso,
personalmente lo trovo degno di ammirazione.



Vi avviso per tempo, prima che mandiate Miss Frangetta 2017 a farmi fuori.

Ora lo dico, se
non avete visto il film e non volete sapere proprio niente niente niente della
trama, diciamo SPOILER così stiamo tutti sereni, se avete visto il film, invece,
tempo di andare a capo e ci sono.

Blade Runner
2(049) ci fornisce finalmente la risposta definitiva alla domanda sorta con il
film originale, ovvero: replicante sì, replicante no, replicante gnamme, se
famo du spaghi.
Dopo anni passati
ad interrogarci: Rick Deckard era un replicante? La risposta è
un forte e convinto: NI, oppure in alternativa un altrettanto convinto “… Ma
chissenefrega”.
Sì, perché la
sceneggiatura di Hampton Fancher (una delle penne dietro al primo film) e di
Michael Green (Logan ma anche Alien Covenant tenetemi l’icona aperta
che su questo argomento sono caldo) non forniscono una risposta precisa, Rick
Deckard è invecchiato, ha passato la vita con la sua Rachel e lei è rimasta
incinta. No, fermi tutti, Time Out Cassidy!



How I wish, how I wish you were here (Cit.)

Se è invecchiato
ed è anche diventato papà allora non era un replicante, ma le replicantesse
possono restare incinte? Oppure, Deckard oltre a sognare pecore elettriche ha
pure degli spermatozoi elettrici? Prima di iniziare anche a parlare di Templari
come farebbe Giacobbo dichiaro finito il Time Out cestistico e vi dico che ai
fine della trama non è poi così fondamentale, per lo meno per Deckard.

Che dopo una vita
passata insieme ad una Replicante ha sposato anche la loro causa, bisogna dire
che è il terzo storico franchise di Harrison Ford che si gioca la carta di far
diventare padre il personaggio principale, è accaduto a Han Solo, ora a Rick Deckard, ma anche a Ind… No, ad Indy no, non
esistono film con il figlio di Indiana Jones, NON ESISTONO, OK?



“Non so di cosa tu stia parlando Cassidy, in ogni caso è colpa di Spielberg”.

Denis Villeneuve
fa un lavoro meraviglioso a creare un mondo che sembra davvero quello di Blade
Runner 30 anni dopo e non solo nel titolo, ma in ogni dettaglio, se il primo film sembrava un noir anni ’40
ambientato in un ipotetico 2019, questo che arriva trent’anni dopo strizza
l’occhio ad un look anni ’70, questo spiega il pellicciotto sul cappotto
dell’agente K (Ryan Gosling) il look spregiudicato di Mackenzie Davis, ma anche
il design dei palazzi e delle auto e persino nelle pubblicità, sui cartelloni
ci sono marche che nel nostro mondo non esistono più, ma che creano una
maniacale continuità con il film precedente.

Chi è quel detective vestito di nero che è una calamita per le ragazze? SHAFT! K!

Il mondo che
conoscevamo è invecchiato quanto noi, quanto Harrison Ford e se le pioggie
torrenziali e costanti dell’anno 2019 erano l’inizio di un disastro ecologico,
nel 2049 le cose vanno anche peggio, l’uomo con il cognome da pilota di formula
uno è bravissimo a regalarci un mondo avvolto nella nebbia, che pare provocata
dall’inquinamento e in certi momenti fa di tutto per non fare
gomitino-gomitino allo spettatore (Visto GIEI
GIEI Abrams? Visto che si può fare?) portando la storia in posti che non
siano i soliti quattro vicoli illuminati dal neon pieno di negozietti
orientaleggianti, ci mostra una San Diego che è un’enorme discarica a cielo
aperto, ma anche un hotel di Las Vegas, dove si assiste ancora agli spettacoli
di Elvis (olografico) ed è tutto avvolto in una polvere rossa che pare che i
personaggi abbiano portato tutti le chiappe su Marte. Per altro, curiosità: la
Theatrical Version di “Blade Runner” terminava
con Deckard e Rachel in volo idealmente verso l’Overlook Hotel, visto che la
scena utilizzava del girato avanzato a “Shining” (1980) è ironico ritrovare Deckard
proprio in un albergo.

Overlook Hotel anno 2049, la camera 237 è libera se volete.

Ora, lo dico in
maniera schietta come vi ho parlato di un altro dato di fatto (la lunghezza del
film), ma se non danno l’Oscar a Roger Deakins questa volta, possono anche
evitare di proseguire con la manifestazione Hollywoodiana, perché ogni
cazzarola di fotogramma di questo film è un quadro, uno di quelli che potreste
appendervi in soggiorno per ammirare tutto il giorno, sarà pure una banalità, ma
bisogna dirla perché non capita sempre di vedere del gran cinema così, ma è
anche vero che da spettatori forse è meglio non farsi distrarre dal gran
spettacolo visivo, modo gentile per dire che sto per aprire gli armadi per
tirare fuori gli scheletri di questo film.

Roger Deakins professione: Artista.

Blade Runner
2(049) è un film diviso, una pellicola che evita scientificamente di riproporre
al pubblico le scene più iconografiche del film del 1982, ma riesce comunque a
rievocarlo nell’atmosfera, insomma una pellicola che decide di percorrere la
via più difficile possibile per prendere le distanze da Ridley Scott, eppure
allo stesso tempo, Dio Ridley cerca in tutti i modi di infiltrarsi qua e là,
come produttore esecutivo del film Scott(o) è l’elemento che rovina la
tranquillità, il rubinetto che gocciola alle tre di notte quando non riesci a
prendere sonno, a tradimento fatemi chiudere quell’icona aperta lassù dicendo
che la colpa è del suo uomo all’Havana nelle colonie extramondo, ovvero Michael
Green.

Se Hampton
Fancher riprende una scena (quella con un sorprendente Dave Bautista, che mena
ma funziona anche come personaggio a suo modo tragico) direttamente da una di
quelle tagliate nelle tante riedizioni della sceneggiatura del primo “Blade
Runner”, l’altra faccia della medaglia è Michael Green, siete liberi di dirmi
che ho il dente avvelenato nei confronti di 
Alien Covenant (avreste ragione!), ma i punti in comune tra i due film sono fin
troppo visibili.
Non voglio fare
paragoni diretti, proprio perché Denis Villeneuve si è impegnato ad evitarli e
non è proprio mia intenzione, ma tutti i riferimenti biblici del primo film
erano parte di un substrato più denso, ruotavano intorno al ritorno del figlio
prodigo Roy Batty e poco altro, qui, invece, “Blade Runner 2049” proprio come
“Covenant” la butta su una filosofia finto impegnata che questi due ragazzacci QUA hanno riassunto molto
bene e che di fondo trovo piuttosto banalotta.



“Mi ricordo di quei due, avevano da ridire anche su come mi vesto!”.

Si parla di
“Miracoli” (avete notato come questa parola abbia proliferato in tantissime
recensioni e commenti del film, curioso), di Salvatore e si porta in scena una
specie di Gesù Replicante, giocando moltissimo con l’iconografia che vuole il Messia come biondo, con gli occhi azzurri e possibilmente maschio, un discorso
che mi è sembrato fin troppo marcato, come a voler passare per profondi a tutti
i costi, insomma esattamente come l’utilizzo della “Filosofia” (virgolette
obbligatoria) in 
Alien Covenant.

Di suo Blade
Runner 2(049) si gioca anche temi sci-fi forse già visti (la rivolta dei
Replicanti, più umani degli umani) tenendoli, però, in secondo piano, il che
secondo me è anche un bene, lo dico fuori dai denti: non sono interessato a
vedere un “Blade Runner 2050” con i Replicanti in rivolta, mi accontento delle
scimmie grazie!



“Così mi chiamava la mia ex-moglie. Ryan Gosling, perché diceva che non avevo espressioni” (Quasi-Cit.)

L’idea di una
minoranza che lotta per la sua identità è attuale ora più che mai, la critica
che mi viene da muovere a questo film è proprio il fatto di fregarsene di fare
fantascienza che sia anche metafora del nostro incasinato mondo moderno (come
invece accadeva spesso negli anni ’70) e preferisce giocarsi un discorso
più d’elitè per cercare di passare per raffinato a tutti i costi. Trovo anche
interessante mostrare un mondo in cui l’uomo che ormai ha creato la vita (i
Replicanti) giochi a fare Dio, ma se poi dai un calcio al secchio del latte
introducendo il personaggio di Jared Leto, allora non ci siamo.

“Mi si nota di più se non vengo, o se vengo e vado sopra le righe?”.

Jared Leto una
cosa sa fare quando recita: andare sopra le righe con la caratterizzazione. Ultimamente lo ha dimostrato, il suo
personaggio, infatti, risulta luciferino (poteva mancare lo satanasso, in tutta
questa storia semi religiosa?) ed oltre a parlare troppo è sempre in scena in
tutti i momenti di troppo del film, ora io dico: serviva davvero una scena in
cui un certo personaggio storico di Blade Runner torna, davvero solo
per un momento, digitalizzato al computer? Cosa aggiunge quella scena alla
storia? A mio avviso, niente se non concedere una grossa strizzata d’occhio ai
fan. Per altro, dopo Carrie Fisher in Rogue One, un’altra attrice mantenuta giovane (e posticcia) grazie alla CGI, un
po’ come a dire che Harrison Ford con le rughe e il capello sale e pepe va
bene, ma le attrici devono restare giovane, magre e gnocche in saecula
saeculorum.

Quindi, abbiamo
una storia di padri e figli, un potenziale messia a capo di una rivolta mai
mostrata, un sacco di chiacchierare biblico e il fuoco del film che lentamente,
ma inesorabilmente passa dall’Agente K a Rick Deckard in corso d’opera, eppure
il discorso sull’umanità e l’identità personale, che mi è sembrato quello più
interessante di tutto il film, pare quasi passare in secondo piano, quando
avviene il passaggio di consegna tra K e Deckard.
Io scherzavo sul
fatto che il titolo “Blade Runner 2049” mi ricordasse “L’Uomo Ragno 2099”,
eppure quando ho visto il personaggio di Ana de Armas, la seconda cosa che ho
detto (la prima ve la risparmio, ma penso possiate intuirla) è che sono riusciti
anche qui a mettere un personggio femminile sexy ed olografico, proprio come la
Lyla assistente personale di Miguel O’Hara, lo Spider-Man dell’anno 2099!



L’assistente personale olografica era destinata ad esserci.

Ma a parte queste
mie piccole Nerd-Soddisfazioni, ho trovato bellissimo il personaggio di Joy,
certo occupa una porzione sostanziale della trama e spesso serve soltanto a
sostenere il suo uomo, che dei due è quasi sicuramente quello più fragile, ma
ho trovato brillante la fine dell’arco narrativo del personaggio. Ok, non
solo perché Joi diventa un cartellone olografico gigante e la bellissima Ana
de Armas in quella scena indossa giusto la parrucca color puffo, il che non è
affatto un brutto vedere.

Ho trovato
azzeccato che la rivolta di K sia stata punita in quel modo, che le sembianze
della donna di cui lui era innamorato, quindi non una semplice infilata di 1 e
di 0 digitali, vengano utilizzate come cartellone pubblicitario con chiappe nude
alte 40 metri, esposte non solo al pubblico ludibrio, ma un modo per
sottolineare anche a K che voi “Sintetici” non siete altro che merce ed è
forse questo che spiega la decisione finale dell’Agente K… Certo che potevano
dargli un nome cacchio, ogni volta che scrivo “Agente K” mi viene in mente la
facciona di Tommy Lee Jones in “Men in Black”!

La scena più sexy, ma anche la più triste di tutto il film.

 A proposito di
facce, quella di Ryan Gosling davvero non cambia mai, è incredibile come
quest’uomo riesca a trovare ruoli in cui funziona meglio quando non ha
espressioni, anzi, quando la trama gli chiede specificatamente di non avere
espressioni, anche in questo senso sembra un divo di un’altra era, proprio come
questo film che nella sua tipologia ha poco da spartire con come si fanno i
sequel in questi pazzi pazzi pazzi anni ’10.

Harrison Ford si
prende piano piano lo spazio che ci si aspetta dal suo personaggio, bisogna
superare lo shock di vederlo entrare in scena parlando di formaggio (una
citazione a “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson), ma ancora di più al
fatto che reciti con la maglia della salute addosso, per fortuna il passaggio
di consegne tra lui e Ryan Gosling avviene in maniera abbastanza naturale, i
due sono personaggi diversi, Deckard era un antieroe indurito dalla vita che
qui invecchiando non è certo migliorato, mentre l’Agente K (non Tommy Lee
Jones) è un puro, alla ricerca di se stesso, con un cavallino di legno al posto
di un unicorno fatto di origami come indizio e animale guida.
Denis Villeneuve, però, riesce a smarcarsi dall’ombra lunga di Ridley Scott(o), il finale, oltre a ricordarmi moltissimo quello di Arrival (e non solo per le mani sul vetro) sembra il tocco di un
autore che malgrado il ritmo solenne dei suoi film pare tenerci ad una
scintilla di ottimismo, che non so quanta cittadinanza abbia nel mondo di
“Blade Runner”, però è lì da vedere, apprezzo che un autore cerchi la sua
identità, cosa che, purtroppo, non posso dire anche di Hans Zimmer, che in un
paio di momenti strizza l’occhio a Vangelis, ma per quasi tutto il tempo si
perde nella nebbia, fotografata da Dio da Roger Deakins, ma sempre nebbia.

“Hans arrenditi! vieni fuori dalla nebbia con le mani in alto!”.

In generale, penso
che Arrival sia un film che forse mi
ha smosso di più, Blade Runner 2(049) doveva essere un grande spettacolo
visivo e così è stato, di davvero sorprendente oltre ad Ana de Armas alta 800
metri c’è anche la volontà di fare un seguito come si dovrebbe SEMPRE fare, se
si fossero liberati anche di quella voglia tutta Scottiana, anzi Scott(o)iana
di passare per intellettuali senza esserlo avrei apprezzato di più.

Da questo film
esco con due conferme, la prima che Denis Villeneuve è uno dei pochissimi in
circolazione, anno di grazie 2017 (quasi 2019 Blade Runneriano) ad avere chiaro
in testa come la fantascienza dovrebbe sempre essere fatta, ma anche che i film
di Ridley Scott(o) non incassano, incredibile come gli appassionati del regista inglese, colpiscano anche se alla regia non c’è Dio Ridley.

Assurdo anche il
fatto che “Blade Runner” che viene considerato il film preferito di quasi
chiunque non paghi dividendi al botteghino, io ho rischiato di arrivare
davvero all’anno 2049 per andare a vedere il film, ma qualcuno (tanti) ha
fatto ben peggio di me.
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