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BoJack Horseman – Stagione 3: Un uomo chiamato Cavallo

Lo avevo
dichiarato che attendevo molto questa terza stagione di BoJack Horseman,
infatti non appena è comparsa sul tabellone di Netflix mi ci sono fiondato,
lasciando indietro anche cose più chiacchierate, tipo “Strangers Things” (tranquilli, arriva…). Non mi sono affatto pentito, la terza stagione dell’uomo-cavallo
chiamato BoJack è probabilmente una delle migliori.

Ho visto la
stagione numero uno e due a distanza ravvicinata come solo Netflix può
permetterti di fare, me le sono godute entrambe, forse la seconda cala un
pochino di livello, ma solo perché… Grazie! La numero uno è geniale! Questa
terza stagione supera in curva la numero due e quasi pareggia con quella di
esordio, un risultato clamoroso soprattutto perché sembrava quella con la
strada più cementata di tutte, la stagione che non poteva permettersi
deviazioni o leggerezze, proprio come il suo protagonista, impegnato alla corsa
all’Oscar per il suo film “Secretariat”. Si può parlare di corsa all’Oscar
anche se il protagonista è un cavallo? Sarà legale tutto questo? Gli altri
attori candidati, Jerj Clooners e Brad Poot sono solo umani… Sto iniziando a
farmi le domande che di solito fa Todd, tutto questo è preoccupante.
Come abbiamo
visto nella prime due stagioni, BoJack è passato dall’essere il divo (ex)
famoso della sit-com televisiva “Horsin’ Around”, ad essere la star dellla biografia
sulla vita del cavallo da corsa Secretariat e, malgrado il film sia stato
completato in computer grafica senza nemmeno un minuto di recitazione vera del
nostro, la sua determinatissima nuova PR è pronta a far vincere la statuetta di
Zio Oscar al suo cliente.



Corsa all’Oscar, capito? Lui è un cavallo, corsa all’Oscar, capito no? (sto guardando troppo questa serie).
Quindi, bisogna
fare il giro dei festival del cinema che contano, si parte per New York (con
Todd dentro la valigia) prima e poi alla volta di un Festival (sotto)marino, nel
geniale episodio 3×04, come dite, il Sundance? No, meglio di no, BoJack ha
qualche problema con Roberto Ford Rossa da quella volta che ha interpretato “L’uomo
che sussurrava ai cavalli” (storia vera!).
L’episodio è
favoloso, perché il respiratore che permette a BoJack di sopravvivere
sotto sotto il mare (Cit.) gli impedisce di parlare, ma anche di sbronzarsi se non
per via… Vabbè, lasciamo perdere!
Qui il nostro
dovrà scontrarsi con la promozione del film, l’affollato sistema di trasporto e
una famiglia di cavallucci (marini), in un episodio completamente muto che non
fa altro che amplificare l’atmosfera dolce amara di questa bellissima serie,
guardando BoJack sperso in un mondo a lui alieno, sembra di rivedere la
malinconia del grande Bill Murray in “Lost in Translation”, se non addirittura
qualche film di Charlie Chaplin, se vi sembrano paragoni troppo alti per una
serie a cartoni animati, è solo perché ancora non avete visto questa, che
sta passando troppo in sordina per la sua effettiva e altissima qualità.



Lost in translation underwater nation.
Pur concentrandosi
sulla corsa all’Oscar di BoJack, la terza stagione non si dimentica degli altri
personaggi, come Princess Carolyn sempre più incasinata nel suo lavoro, come
quello non particolarmente semplice di dover tenere a bada la super star della
musica Sextina Aquafina, una specie di Miley Cyrus, alle prese con una piccola
incomprensione che la renderà la celebrità di punta del movimento “Pro-Choice”,
preparatevi perché la sua hit-single “Get Dat Fetus, Kill Dat Fetus” vi si
piazzerà in testa per giorni per quanto è terribilmente orecchiabile, poi
ditemi che non vi ho avvisato.



No sul serio, provate a togliervi il ritornello dalla testa se ci riuscite.
Anche Todd è
al centro della sua sottotrama personale, iniziata grazie al ritorno di una
vecchia conoscenza proveniente dal 2007, anno che diventa assoluto protagonista
dell’episodio 3×02, ambientato proprio nel 2007 e pieno di riferimenti, dalla
carriera di Jessica Biel alle canzoni di Katy Perry.
La costruzione
di questo mondo popolato da umani ed animali antropomorfi è, come al solito,
dettagliatissima, guardate i vari poster sparsi negli uffici e negli
appartamenti e capirete quanto gli autori si siano divertiti a inventare film e
serie tv immaginare che in questo mondo esistono, tipo “Krill & Grave” o il
seguito di “Fa la cosa giusta” di Spike Lee. Ma anche la gag sul rullo di pellicola
con il VERO finale de “I Soprano” è davvero meritevole.
Ma, come detto,
è quel retrogusto dolce amaro che fa di “BoJack Horseman” una serie unica e
bellissima, l’Oscar sarà finalmente quel momento di felicità che il
protagonista tanto desidera e che non riesce mai ad ottenere? Avete un solo
modo di scoprirlo e, senza rovinarvi la visione, sappiate che l’andamento della
stagione non sarà così facile da intuire come tutta questa ansia da pre-Oscar
lascerebbe credere, questa terza stagione manda a segno una svolta bella
grossa, capace di gettare una luce completamente diversa alla serie.



“L’etere stava svanendo, l’acido era sparito da un pezzo, ma la mescalina stava andando forte” (Cit.)
L’episodio
3×11, in cui BoJack e Sarah Lynn si drogano dal primo all’ultimo minuto,
ricorda quello analogo della prima stagione, in cui loro due e Todd tentavano
di finire l’autobiografia di BoJack, in realtà è amarissimo, uno spaccato della
celebrità più reale di quanto il formato a cartoni animati lasci intendere, perché questa serie è incredibilmente adulta e matura nei contenuti
e sa riflettere in modo serio e amaro sulla celebrità.
In finale di
stagione, che non rivelerò nemmeno sotto tortura (ma con la solita “Wild Horses”
degli Stones in sottofondo) è veramente bellissimo, vedere per credere.
Non vorrei
avervi messo troppa malinconia pure io, la stagione fa anche molto ridere e mi
ha regalato almeno un tormentone clamoroso, Todd che suona i “Bonghi”, la mia
nuova canzone da doccia, no sul serio, quarta stagione Netflix, subito se
possibile!
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