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BoJack Horseman – Stagione 4: Un cavallo senza nome

Quando Netflix
mette a disposizione la nuova stagione di BoJack Horseman tutto si ferma,
priorità assoluta, c’è solo BoJack, specialmente dopo il finale della splendida terza stagione.



Voglio dirlo
subito: la qualità generale della serie creata da Raphael Bob-Waksberg non è
calata di un millimetro, ma avrei voluto essere più entusiasta giunto all’ultimo
episodio di questa quarta stagione, che di suo fa una scelta precisa, quella di
allargare il campo, espandere l’universo del cavallo più depresso di Hollywoo
lasciando spazio anche ai suoi comprimari.
Purtroppo, manca
un episodio bello e malinconico come la puntata muta e sottomarina della stagione precedente, dopo gli eventi
drammatici con Sarah Lynn il nostro BoJack è un cavallo senza nome (come
cantano gli America all’inizio del secondo episodio, forse quello più lineare
ed emotivamente riuscito) di cui tutti hanno perso le tracce.
Sì, perché nel
mondo dello show business l’importante è essere sempre presenti per apparire, l’assenza
di BoJack lascia spazio agli altri personaggi che semplicemente nel frattempo,
sono andati avanti con le loro vite.
Per primo Mr.
Peanutbutter che con il solito entusiasmo oltre i livelli di guardia si ritrova
a correre come governatore della California contro il serissimo Woodchuck
Coodchuck-Berkowitz (salute!), anzi a sciare, in episodio d’apertura molto
divertente bisogna dirlo, dove il cagnone fa anche il verso a tutti i film con
rapporto tra allievo e maestro in stile “Karate Kid” (giusto per non fare nomi)
quando è costretto ad imparare a sciare.



“Metti il burro d’arachidi togli il burro d’arachidi”.

L’unica a cercare
di tenere i rapporti con BoJack è quella che forse più di tutti è legata al cavallo
dal tasso alcolico perennemente alterato, ovvero Diane Nguyen che, però, a sua
volta deve fare a capocciate con la carriera politica del maritino, qui Raphael
Bob-Waksberg si diverte a piazzare un paio di stoccate non male alla politica
americana, con il tema caldo (in tutti i sensi) del Fracking che diventa
centrale nell’episodio quasi post-apocalittico 4×07, non si rideva così tanto
di divi di Hollywoo(d) costretti a sopravvivere in condizioni estreme dai tempi
di “This is the end” con James Franco e soci, qui la facce note sono quelle di
Jessica Biel e spero non vi sia sfuggito il doppiatore della regina delle
formice, Antonia, il vocione di RuPaul è inequivocabile.

Jessica s(Biel)la… Solo loro possono fare giochi di parole sui personaggi?

Non mancano
nemmeno delle frecciatine alla grande passione americana per il possesso delle
armi e delle costanti sparatorie disseminate in lungo e in largo il Paese della
torta di mele e del secondo emendamento. Ma il vero tema della stagione è il
tempo che scorre, ben rappresentato dai continui salti temporali (avanti e
indietro) sotto forma di flashback di cui tutti i comprimari sono protagonisti.

Il secondo
episodio, in particolare, è forse l’unico in cui BoJack metabolizza quanto
accaduto a Sarah Lynn, la metafora della casa da ricostruire (solo per poi
essere nuovamente distrutta) sembra la più azzeccata per questa stagione, in un
solo episodio tutto BoJack consuma tutto il suo intimismo per ripartire più
stronzo e cinico di prima, tanto che quando si trova di fronte la sua
potenziale figlia Hollyhock (già intravista nella stagione numero due) pare non avere la minima reazione, il che mi è
sembrato parecchio strano visto che fino a poco prima era distrutto dal dolore
per Sarah Lynn.



Di mamma ce ne una sola (per fortuna!).

La quarta
stagione di BoJack Horseman distrugge per ricostruire, come in una seduta dallo
psicologo i personaggi devono affrontare i loro traumi passati per ricostruire
una nuova scala di affetti, proprio nel già citato secondo episodio vediamo al
triste passato di Beatrice, la madre di BoJack, il vero filo rosso di tutta la
stagione, in questa puntata veniamo finalmente a sapere come mai è stata una
madre così stronza per suo figlio.

Quindi,
sottilmente “BoJack Horseman” riesce tra una gag su Shark Jacobs ed un’altra (spassosa!)
sui Clown dentisti di Todd, a farti riflettere su cosa voglia dire ritrovarsi ad
odiare profondamente le persone che ti hanno messo al mondo, quelli che in
teoria dovrebbero essere la tua bussola morale per muoverti in un mondo dove
non esistono le istruzione per l’uso, quindi ti ritrovi davvero come BoJack a
paragonare tua madre ad un film di Terrence Malick: ogni dieci anni è tollerabile
di più diventa troppo.



Clown dentisti, a confronti Pennywise sembra Ronald McDonal!

Ogni personaggio,
persino Ralph prende una posizione contro la sua famiglia pur di stare con Princess
Carolyn ed è una trovata molto azzeccata quella, nell’episodio appena
successivo, di raccontarci proprio della gatta siamese (rosa) dal punto di
vista di una sua futura pronipote di nome Ruthie (per altro doppiata da Kristen
Bell).

L’episodio 11, “Time’s
Arrow” dedicato alla rincoglionitissima madre di BoJack in questo senso è molto
efficace, fin dal titolo indica la direzione presa da tutti i personaggi della
serie che uno ad uno affrontano la loro fase intimista, il bisogno di
maternità di Princess Carolyn e la ricerca di una sessualità di Todd, per
assurdo, però, se tutti i personaggi si ritrovano a mettere in dubbio loro
stessi, l’unico che, invece, in fretta e furia torna ad essere il solito cinico
di sempre è proprio BoJack.
Certo, s’impegna
moltissimo a trovare la madre biologica di Hollyhock, ma la risoluzione del
mistero non è così possibile da intuire, il che non è un problema, il problema
è che dopo la fine della terza stagione era lecito aspettarsi un livello di
introspezione che arriva da tutti, anche i personaggi più impensabili (Diane
nel finale e Beatrice su tutti), ma non dal titolare della serie.



The house that (Bo)jack built.

Devo ammettere
che mi hanno lasciato freddino anche i momenti in cui “BoJack Horseman” fa il
verso a “BoJack Horseman”, quei momenti malinconici che ormai sono il marchio
di fabbrica della serie sembrano spesso infilati a forza solo perché il
pubblico se li aspetta, ma invece di risultare davvero efficaci mi sono
sembrati troppo una minestra riscaldata.

Vero che a caval
donato (da Netflix) non si guarda in bocca, ma questa quarta stagione di
ricostruzione, anche emotiva dei personaggi non mi è sembrata il capolavoro di
cui sento tanto parlare in giro, certo mi sono divertito con le gag, ma ho
trovato più coraggiosa la riflessione sul rapporto con la famiglia che la trama
orizzontale portata avanti dalla stagione.



Come lo vedreste un cane alla Casa Bianca? Un altro intendo.

Bisogna capire se
“BoJack Horseman” è una serie interessata a cavalcare (avete capito? Cavalcare,
perché lui è un cavall… Ok, la smetto) il suo stesso successo, in modo che chi
la segue possa continuare a postare scene e personaggi su Instagram, oppure ha
davvero un piano in testa per la direzione da prendere.



Forse gli Americani che
sono più propensi ad andare dall’analista di noi (Woody Allen docet) sono anche
più disposti a parlare di depressione, una patologia non più da considerarsi
alla stregua di una malattia contagiosa da tenere nascosta ma qualcosa da
elaborare, penso che questa stagione così transitoria sia l’equivalente di una
delle tante sedute dall’analista, di suo può sembrare inconcludente, ma alla
lunga si rivelerà utile. Spero proprio sia così, nel dubbio mi trovate al bar,
sono quello con il muso lungo. Da cavallo.
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