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Born to Run: Corre da 40 anni e non ha nemmeno il fiatone

Qui alla Bara
non riesco mai a parlare di musica come si deve, è colpa mia, perché se con il Cinema sono sempre alla ricerca del mio prossimo film preferito, quando si
tratta di musica sono un ascoltatore pigro, devo ascoltare un disco
mille volte come i bambini che vogliono rivedere sempre lo stesso film. Bene,
tra i dischi che non ho mai smesso di ascoltare ci sono quelli di Bruce
Springsteen, quale occasione migliore dei 40 anni di “Born to Run” per parlare
un po’ di musica?

Sul finire del
1973, Bruce Springsteen è un giovanotto del New Jersey di 25 anni, al suo
attivo solo due dischi, molto apprezzati dalla critica, ma non proprio dei
successi commerciali, malgrado la giovane età, i critici lo hanno già
etichettato come il nuovo Bob Dylan, anche se il Menestrello ha solo 5 anni più
di Bruce. Con il senno di poi hanno tutti dieci decimi di vista, l’unico
illuminato che capì tutto fu Jon landau, che dopo aver visto Bruce dal vivo all’Harvard
Square Theatre in Massachusetts scrisse il famoso articolo con la frase: “Ho
visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. Bob
Dylan… Tzè!
Non sono un
grande esperto di industria discografica, ma 40 anni fa l’occasione di fare un
disco con una Major era una treno che passava una volta nella vita, o portavi
incassi subito oppure eri fuori, ma questo non credo sia cambiato poi tanto
nemmeno oggi.

La Columbia che pochi anni prima aveva offerto a Bruce un contratto discografico (Ricordate “Because the record company, Rosie, just gave me a big advance”?), dopo “Greetings from Asbury Park, N.J.” e “The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle”, voleva da Bruce un disco che non fosse solo un successo di critica, insomma, voleva monetizzare. Era necessario quindi il disco della consacrazione, e cosa c’è di più americano dell’idea di un’unica opportunità per dimostrare quello che vali? Penso solo la torta di mele.


La classica posa alla Springsteen, di spalle e con la sua fedele Fender.
Fino a quel
momento era solo un indiavolato ragazzo capace di suonare per ore, da qui uno
dei suoi soprannomi “the devil with the Bruce dress on”, ma con le spalle al
muro, Bruce si guadagnò il suo soprannome più famoso, coniato per lui
dall’amico di sempre Steve Van Zandt: il Boss.
Radunata tutta
la E-Street band iniziarono le registrazioni del disco in una casa fuori città,
Bruce aveva già cominciato a scrivere i testi nel maggio del 1974, ma le registrazioni
di “Born to Run” durarono in tutto 14 mesi. La sola title track del disco costò
sei mesi di ininterrotte e assidue registrazione, continui esperimenti alla
ricerca del suono migliore.
Con il piglio
e il carisma di uno che il mondo chiama Boss e guidato da un sacro fuoco,
Bruce porta i suoi verso la metà e non è stato un viaggio facile, lungo il
percorso molti musicisti sono cambiati in corsa, come il batterista Vini “Mad
Dog” Lopez, sostituito prima da Ernest “Boom” Carter durato pure lui lo
spazio di un mattino e in via definitiva da “Mighty” Max Weinberg, ancora oggi
batterista ufficiale della band.
Testardo Bruce
lo è stato tutta la vita e non ha mai smesso, per lui “Born to Run” era un
disco che doveva raccontare una storia, quella di un ragazzo in corsa alla
ricerca di se stesso (e di un sogno americano effimero) sulle strade (di tuono)
del suo paese, un disco con il coltello tra i denti, quindi: nessuno
prigioniero, nessuna concessione, o se mi permettere la citazione ad un altro
pezzo del Boss, nessuna ritirata, nessun resa.



The devil with the Bruce dress on.

Tutto doveva
essere perfetto, testi, suoni, assoli, arrivando lui stesso a suonare al piano
il pezzo della title track, Bruce ha spremuto i suoi come limoni, ora
tutta la E-Street band ricorda quelle sessioni come un incredibile momento
creativo, ma allora penso che solo il carisma salvò Bruce dall’ammutinamento.

“Born to Run”
non è un album perfetto e forse non è nemmeno il migliore di Springsteen (ma
qui entrano in ballo i gusti personali), ma è sicuramente il suo disco più
importante, perché era l’album della verità con la Columbia, perché fu il disco
con cui conquistò un credito praticamente illimitato (che dura tutt’ora),
perché da questo partì il primo tour Europeo della band e diede il via a
10 anni incredibili caratterizzati da cinque dischi uno più pazzesco
dell’altro.
Si apre con “Thunder
Road” pezzo meraviglioso capace di risvegliarti dal coma (se non dalla morte
stessa) per arrivare a quella folle, lunghissima malinconica e trascinante “Jungleland”,
in mezzo la mia canzone preferita per aspettare il bus al freddo “Tenth Avenue
Freeze-Out”, o la classica di tutti i concerti della E-Street band da lì fino
alla fine del mondo, ovvero “Backstreets”, per quanto riguarda la title track
non vi dico niente… Ci avete creduto?



Sono sicuro che quel cappello è finito nella prima fila molto presto…
La scrittura
di Bruce è visuale, cinematografica, ascolti “Born to Run” e la musica ti
suggerisce non solo le immagini, ma anche le inquadrature (The girls comb their
hair in rearview mirrors…), la musica è quella giusta per correre, il ragazzo
in fuga di “Thunder Road” (It’s a town full of losers / I’m pulling out of here
to win) passa a prendere la sua Wendy perché sono nati per correre e da allora
non si è ancora fermato…
Il disco esce
il 25 Agosto del 1975, sulla copertina la foto di Eric Meola immortala Bruce
sorridente appoggiato a Clarence “Big Man” Clemons (ci manchi un sacco
ragazzone…), il disco è un successo, il resto in questi casi si
dice… E’ storia. Bruce ce l’aveva fatta.
Raramente la
musica, quando è troppo ricercata, funziona davvero, finisce sempre per perdere
la sua freschezza, ma malgrado i 14 mesi di registrazioni ossessivo/compulsive,
sfido chiunque a dire che “Born to Run” sia un disco fiacco o stanco, dopo 40
anni, è ancora fresco come un cetriolo, quando lo metti su, “Thunder Road”
esplode ogni volta come se fosse la prima. In ogni vita bisogna correre e per
quanto vi auguro di avere sempre accanto a voi le persone giuste, vorrei
potervi dire che qualcuno verrà ad aiutarvi, ma lo sapete anche voi che a
correre sarete soli, per farlo sarete voi a doverci mettere le gambe, i
polmoni, il cuore e perché no, i cojones per farlo.
Invece, per la musica
di sottofondo… Ci pensa Bruce!
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