
Vi ricordate quando Andy e Larry Wachowski fornivano chiavi di lettura per il loro film più famoso, ovviamente sto parlando di Matrix? Per lungo tempo i due – allora – fratelli avevano dato un’interpretazione religiosa del film, il Prescelto, Trinity, il cattivo di nome (Lu)Cypher e via dicendo. Anni e due transizioni di genere dopo, le chiavi di lettura sul film del 1999 sono improvvisamente cambiate: Lana e Lilly Wachowski parlavano di “Matrix” come di un film sulla transizione, su un personaggio a cui viene negata la sua vera identità, pensate a Mr. Smith che insiste a chiamare Neo con l’appellativo di Signor Anderson. Bene, io credo che non siano gli artisti a dover spiegare la loro creazione, ma era chiaro fin dal 1996 che a Lana e Lilly Wachowski stavano a cuore temi queer, lo avevano dimostrato in “Bound”, il loro esordio.
A riguardare “Bound” oggi, nel 2026, mentre compie trent’anni con l’eleganza un po’ sgualcita ma sempre magnetica di una giacca di pelle che non ha mai smesso di essere fighissima, si rimane colpiti da quanto il film fosse già programmatico. Non solo per estetica, stile, dialoghi taglienti e quella fotografia patinata ma torbida, che fa sembrare il film un noir distillato attraverso un night club fetish, ma proprio perché già nel 1996 le Wachowski avevano chiaro cosa volessero raccontare, identità marginali che non si scusano della propria esistenza, personaggi che vivono fuori dagli schemi e che si prendono – con le unghie laccate o con le pistole cariche – lo spazio che la società non concede loro. Prima ancora che Neo imparasse a piegare cucchiai col pensiero, a piegare le regole ci pensavano Corky e Violet.

Non bisogna dimenticare che le Wachowski arrivavano da un bel colpaccio, ovvero aver piazzato la sceneggiatura di Assassins, che non sarà ricordato come il punto più alto della carriera di nessuno, ma che permise alle due di ottenere un credito importante nell’industria e la libertà di dirigere qualcosa di totalmente loro. “Bound” è proprio quel tipo di esordio che sa di manifesto, una storia criminale vecchio stile impacchettata con estetica anni ’90, erotismo mai gratuito e un’attenzione chirurgica ai personaggi, soprattutto a ciò che non dicono ma che ribolle sotto pelle.
La trama è, sulla carta, semplice: Corky, ex detenuta dal fascino da meccanica punk (Gina Gershon), incontra Violet, la femme fatale più letale e sensuale dell’ultimo scorcio di millennio, interpretata da una Jennifer Tilly che riesce a essere al tempo stesso porcellosa, vulnerabile, manipolatrice e irresistibilmente umana. Intorno a loro ruota il fidanzato gangster di Violet, Caesar, interpretato da un Joe Pantoliano in stato di grazia, sudato, paranoico e pronto ad esplodere come una bomba a orologeria. Sì, Pantoliano tornerà poi in Matrix con lo stesso gusto per il tradimento, i baffetti da volpe e quella sua energia che ti fa sentire la puzza di pericolo anche attraverso lo schermo. Quasi poetico che il loro esordio e il loro primo grande successo condividano lo stesso attore con lo sguardo da serpente, come se le Wachowski sapessero già quali facce portarsi dietro.

Ma mentre “Matrix” si muove in un cyber-mito filosofico, “Bound” sta con i piedi piantati in una moquette sporca, fra i bagni di motel e le cucine di appartamenti mafiosi. Un film molto carnale, sudato, pieno di fluidi (non solo quelli che stanno pensando i più maliziosi), qui l’azione e la tensione nascono dalle mani che stringono una corda, dai corpi appoggiati al muro, dai passi ovattati di chi cerca di non farsi scoprire mentre nasconde due milioni di dollari. Ma soprattutto dagli sguardi, quelli tra Corky e Violet ce ne sono almeno una decina che varranno per anni come combustibile per forum, fanzine, gif animate e discussioni sul cinema queer.
Il fatto che il film abbia due protagoniste lesbiche non è mai trattato come una trovata gratuita, non ci sono tromboni moralisti, non c’è il gusto torbido da thriller erotico vecchia scuola alla Basic Instinct. Le Wachowski – già allora – rifiutavano lo sguardo maschile come cardine del cinema per tutti, Corky e Violet non esistono per essere “guardate”, esistono perché hanno desideri, un piano, una loro logica, e soprattutto una loro complicità che è l’esatto contrario del voyeurismo. La loro relazione è erotica perché è intima, perché è di fiducia, perché è costruita come un patto tra complici, un dettaglio non da poco, una relazione che salva loro la vita.

La costruzione è tutta un meccanismo ben oliato, un noir che più noir non si può, ma con una gestione visiva e narrativa talmente studiata da sembrare un colpo di biliardo. Il film procede come una lunga, sensuale e pericolosa partita a scacchi, un piano criminale che si incastra passo dopo passo, e che – come ogni buon noir – deraglia nel sangue, negli errori umani e nella follia di chi non accetta di essere messo da parte. Caesar è incredibile in questo, una furia patetica che si lascia odiare alla grande, uno di quei personaggi che riescono contemporaneamente a farti ridere e tremare, Pantoliano, con l’aria da uomo che non ha mai dormito otto ore in vita sua, regala un’interpretazione da collezione.
In mezzo a tutto questo, è impossibile non notare quanto le Wachowski fossero già amanti della geometria visiva, linee nette, appartamenti che sembrano trappole, colori saturi che anticipano un gusto pop che sarà amplificato in “Matrix”. Anche la loro regia sembra dire: Guardateci! E infatti, pur essendo girato con un budget relativamente modesto, il film sembra mille volte più ricco grazie all’uso intelligente dello spazio e alla cura maniacale per le inquadrature.

La performance di Tilly merita un discorso a parte, la sua Violet è un personaggio che vive nel confine ambiguo fra vittima e carnefice, tra manipolazione e liberazione. È la classica donna del noir, sì, ma finalmente scritta da persone che non la riducono a mero oggetto di rovina altrui. Violet è una donna che usa ciò che ha per sopravvivere in un mondo dominato da uomini violenti e stupidi, e lo fa con una consapevolezza che ancora oggi risulta sorprendentemente fresca. Accanto a lei, Corky è il cuore del film, una tipa dura, pratica, intuitiva, ma mai una caricatura della “butch”, semplicemente una donna che ha molto chiaro quale tipo di persona non vuole più essere, e soprattutto da cosa vuole scappare.
Arriviamo al punto, “Bound”, pur con il suo finale un po’ frettoloso – diciamolo, la fuga finale ha la stessa rapidità di un videogioco che ti butta addosso l’ultimo livello perché sta finendo il budget – è diventato di culto. Lo è diventato per tanti motivi, il modo in cui parla di identità senza farne un sermone, la tensione erotica tipica degli anni ’90, le interpretazioni diventate memorabile e tutto il resto. Col senno di poi, questo film è il seme da cui è germogliata molta poetica delle Wachowski, l’idea che il cinema sia un modo per parlare di ciò che siamo e di ciò che potremmo diventare, quando smettiamo di farci definire dagli altri.

Che il film sia diventato oggetto di venerazione negli anni si vede anche da un dettaglio curioso, buona parte del cast si è ritrovato nell’ultima stagione della serie tv Chucky, perché Don Mancini – creatore della bambola assassina – è un altro che ha molto, moltissimo a cuore i temi queer e non ha mai avuto paura di metterli al centro del suo lavoro. Quasi un cerchio che si chiude, gli outsider si ritrovano sempre, anche venti o trent’anni dopo, e il fatto che accada proprio con un prodotto horror-pop così dichiaratamente queer è un’altra piccola conferma di quanto “Bound” abbia seminato senza che forse ce ne accorgessimo all’epoca.

Trent’anni dopo, il film resta un piccolo gioiello, un noir che non ha bisogno di strizzare l’occhio, un debutto che è già dichiarazione d’intenti, un’opera che parla di libertà, desiderio, autodeterminazione e truffe milionarie con la stessa naturalezza con cui poi avrebbero parlato di Neo e le sue pillole colorate. Insomma, le Wachowski avevano già preso la loro, quella che dice che la realtà non la definisce nessuno al posto tuo, “Bound” rimane lì, a ricordarci che il cinema queer può essere sporco, elegante, sexy e perché no, anche bello torbido, come da immancabile sottotitolo italiano.


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