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Brainscan – Il gioco della morte (1994): addio realtà, benvenuta realtà virtuale

Tra i compleanni sfiziosi in programma su questa Bara per il 2024, un titolo mi è balzato agli occhi, per altro sono quasi in comodo ritardo sulla sua uscita avvenuta esattamente trent’anni fa, il 22 aprile del 1994 per la precisione.

Un titolo che va detto, se non fosse per la presenza di Edward Furlong, che qui oltre che il ruolo del protagonista, ricopre anche la funzione di test del carbonio quattordici umanoide perché in automatico, posiziona questo film dopo Terminator 2 (l’esordio di Furlong al cinema), anche se verrebbe da pensare che “Brainscan”, sia un horror americano di almeno dieci anni prima, il che ditemi voi se è un pregio o un difetto, io tenderei verso per la prima opzione ma magari sono un po’ di parte.

«Hasta la vista, Cassidy»

Va detto a mia parziale discolpa che l’aspetto generale di “Brainscan” oltre alla sua notevole colonna sonora metallara, s’impegna molto a far passare il film per un classico degli anni ’80, basta pensare all’aspetto ricercato del novello Freddy Krueger di turno, ovvero Trickster, anche se è chiaro che per la sua ossessione per i computer e le nuove tecnologia, “Brainscan” faccia parte di quella porzioni di titoli che cavalcavano l’attrazione e allo stesso tempo la repulsione per i “Personal Computer”, l’elenco sarebbe lungo, prima o poi sarebbe un bel filone da esplorare qui sulla Bara.

Anche perché questo film ha preso ispirazione dal videogioco per computer Brainwaves, successivamente distribuito in Europa con il titolo Brainscanners proprio per mettersi in scia all’uscita del “grande” filmone americano e non pensate che io stia utilizzando le virgolette in modo ironico, voglio molto bene a questo titolo diretto da John Flynn, che di sicuro ricorderete per il suo “Sorvegliato speciale” (1989), anche perché sarà pure un lavoro in odore di B-Movie, uscito in pieni anni ’90 ma con l’aspetto di un film di almeno dieci anni prima. Semplice, ma non stupido, anzi per nulla, perché la sceneggiatura firmata da Andrew Kevin Walker (quello di Seven e in generale, uno dei prediletti di Fincher) riesce a parlare di un tema che ancora oggi, a trent’anni dall’uscita del film, risulta estremamente contemporaneo sfruttando il registro narrativo del “Teen Horror”, anche se qui mi tocca andare per gradi.

«A chi hai detto Teen!?»

Personalmente non ho mai capito se l’etichetta “Teen” si riferisca all’età vera o presunta dei protagonisti del film (Kyle, il super amico per sempre del protagonista, qui interpretato da Jamie Marsh, aveva ventisette anni durante le riprese, storia vera), oppure a quella del pubblico potenziale di riferimento, sta di fatto che “Brainscan” ha molto della favola ammonitrice, anche se inizia con il ricordo di un trauma, quello che ha lasciato Michael Bower (Edward Furlong) zoppo e con un ginocchio pieno di cicatrici, oltre che orfano da parte di madre, costantemente lasciato solo a casa da parte di un padre perennemente assente per lavoro come una sorta di incrocio tra un KEVIN e un John Connor adolescenti, tanto che con il già citato Kyle, per via della loro fissa per la musica dell’HEAVYMETALLO sembrano proprio i due super amici per sempre di Terminator 2, però con una sagoma di Alice Cooper appiccicata alla porta del frigorifero.

Non è mia madre AAAAALICE! (quasi-cit.)

A proposito del frigo, saltando per un momento in avanti al primo “regalino” lasciato nel congelatore, abbiamo la prova per cui il film, ambientato nel New Jersey, sia stato invece girato a Montreal in Canada, distogliendo gli occhi dall’arto mozzato congelato, potrete notare una confezione (immagino gustosissima, seee proprio!) di “Canadian Swanson Macaroni and Cheese” con scritte sulla confezione in inglese e francese. Si vede che ho visto il film tante volte?

Michael passa le giornate da solo, a casa ha tirato su un sistemino informatico niente male, una sorta di antesignano di Alexa pensato da uno con la fissa per il Metal e il cinema Horror, quando ha bisogno di fare una telefonata può chiedere di farlo al suo assistente virtuale che parla (con la voce di T. Ryder Smith, ovvero Trickster) dal catodico di casa, mi riferisco ovviamente a Igor, l’assistente che ogni horror-fanatico avrebbe sempre sognato di avere.

Alexa, ma in versione Bara Volante.

Il resto del tempo Michael lo passa tra le ore extra a scuola, con il suo club dell’Horror, dove si guardano film come “Death, Death, Death Part 2” (anche se le immagini di repertorio arrivano da “The Dracula Saga” del 1973), un film decisamente mal visto dal preside bacchettone della scuola, con un’idea tutta sua di collegamento tra cinema dell’orrore e atti violenti nella vita reale, mitologica la risposta piccata di Michael: «Io sapevo che non fossero le erezioni a violentare, sapevo che fossero le persone a farlo». Logica, azzeccata ma purtroppo inutile ad impedire la chiusura del club del cinema Horror da parte dell’inflessibile preside.

L’unica altra attività che resta a Michael è spiare dalla finestra della sua camera la bella coetanea Kimberly (Amy Hargreaves), che per altro in camera ha un poster degli Aerosmith, per altro la locandina del disco di cui fa parte “Living on the Edge” nel cui video ufficiale compare per altro… Edward Furlong, logico no?

Tra un pezzo di Rob Zombie (Thunder Kiss ’65) e dei Mudhoney (Make it Now), Michael si annoia e per sfuggire dalla routine, accetta di seguire il consiglio di Kyle e di curiosare un po’ riguardo a questo videogioco rivoluzionario, violentissimo, che promette un nuovo genere di brividi al giocatore, chiamato Brainscan e ben pubblicizzato sulla Bibbia degli Horror-maniaci, ovvero Fangoria, anche se il doppiaggio italiano l’ha storpiata in “Fantagoria”.

Ditelo a lui che secondo voi non si chiama Fangoria.

Dopo una telefonata, Michael entra in contatto con il Trickster (che in italiano parla con la voce di Anthhony Hopkins, così, una nota di colore) che gli scannerizza la mente via telefono e gli fa arrivare a casa il primo dei quattro CD-Rom (per i più giovani, erano lo streaming e lo Spotify di noi altri) del gioco “Brainscan”, la cui prima partita lo teletrasporta nel canone del cinema Giallo, la soggettiva dell’assassino con mano avvolta in guanto di pelle nera, che proprio come in un videogioco afferra un coltello e affetta la sua prima vittima, salvo poi scoprire al suo risveglio che qualcuno è stato davvero ucciso in quel modo.

Lo so che oggi pare improbabile, ma un tempo a Frank Langella facevano interpretare il buono della storia.

Incapace di nascondere lo stupore e lo sconvolgimento, Michael attira subito l’attenzione del detective assegnato al caso, un Frank Langella che svetta su tutti, non solo per altezza manifesta, quando più che altro per atteggiamento aggressivo-aggressivo (sì così, senza passivo) che sfoggia per tutto il film, roba da confessare tutto subito, anche di essere stato il secondo attentatore a sparare a Dallas. Michael gli resiste solo perché non si convince della sua nuova realtà (virtuale), almeno fino alla visita del Trickster, si è ora di parlare di lui.

Poster e capigliatura di un certo livello.

Mullet misto a cresta, tinta di rosso, guanti di pelle e unghie lunghe, una bocca che sembra presa in prestito a Steve Tyler (per restare in tema con i poster citati) e una passione per Welcome to this World dei Primus, definita la canzone del diavolo, oltre che colonna sonora del gioco, ben combinata con il comunque molto riuscito tema principale del film, che come il brandy, crea l’atmosfera.

Il Trickster di T. Ryder Smith è la grande maschera horror che aveva tutti per sfondare, ma è rimasto protagonista di un film solista, un altro elemento anni ’80 in questo film dei ’90 che si presenta come minaccia, il mostro di turno del film horror rivolto ai ragazzini, ma si scoprirà presto e grazie alla sceneggiatura semplice ma non stupida di Andrew Kevin Walker che questa creatura è molto di più, un METAFORONE semovente dal look pazzo, che ci ricorda che non tutti i METAFORONI vengono per nuocere, anche se il Trickster patrocina una conta dei morti tutto sommato vistosa, non per quantità ma per effetti drammatici.

Abbiamo provato tutti a fare gli Harlem Globetrotter con i CD, ma ci riusciva solo Trickster.

Spogliato di tutto “Brainscan” è un film sulla dipendenza che la fuga dalla realtà può creare, ad un certo punto Trickster si presenta a Michael come l’unica alternativa alle sue paure, al dolore di una madre defunte, alla stanchezza di un padre che non lo considera e lo lascia sempre solo a casa. Un caldo abbraccio da parte della più improbabile coperta di Linus mai vista al cinema, ma anche un modo per scappare da una vita mediocre, una realtà triste in cui Michael un po’ è scivolato dentro e un po’ ci si è ritrovato.

Quante persone ancora oggi vivono sui Social o su “Infernet” con effetti a lungo termine ben poco sani? “Brainscan” da questo punto di vista era un film molto riuscito, anche intelligente nel trattare un tema che forse nel 1994 sembrava solo un rischio ma che oggi, trent’anni dopo è diventata una chiara realtà. Niente male per un filmetto in odore di “Teen” (qualcuno cosa voglia dire) che ad una prima occhiata distratta, potrebbe passare per un monito contro Videogiochi, musica del METALLO e film dell’orrore no?

METAFORONI del 1994 molto più in voga nel 2024

Certo, non è impossibile capire l’andamento di “Brainscan”, ci sono quattro CD-Rom no? E forse anche altrettanti personaggi in scena, quindi sembra una trama segnata e ben avviata sui suoi binari, almeno prima della svolta finale, quasi una beffa, una rivincita contro i bacchettoni che però va detto, anche qui ad una prima occhiata distratta, potrebbe risultare anche un po’ stronza.

Se lo avete visto – e in trent’anni mi auguro di sì – sapete di che parlo, nel caso per non rovinare la visione a nessuno, vi dirò che quell’espediente lì è il più pigro della storia della sceneggiatura, di solito il primo che viene in mente a TUTTI quando la trama s’accartoccia e non si sa come faranno ad uscirne bene i protagonisti. Una trovata vecchia come il cinema, utilizzata anche dal mago di Oz o da Fritz Lang che però ha una sua coerenza interna notevole: se il tema è parlare del pericolo dl perdersi nel caldo abbraccio di un paradiso virtuale, per fuggire dalla miseria della vita realtà, la soluzione può essere solo quella.

«Guarda che sono il futuro capo della resistenza umana contro le macchine, sono un buon partito»

Un colpo di spugna facilone? Seee ma pensateci, nel finale anche Kyle si accasa perché “Brainscan” vuole ricordarci il valore delle piccole cose che si possono trovare solo nella famosa “vita vera”, siamo in zona frasi fatte ma ogni favola deve avere la sua morale e gli horror, sono i lontani cugini delle favole e poi pensateci, non era lo stesso messaggio che anni dopo, ci ha voluto ricordare anche zio Steven Spielberg?

Insomma “Brainscan” a suo modo è diventato un titolo di culto e ci tenevo molto a festeggiare questo compleanno, auguri buon vecchio Trickster!

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  1. Effettivamente, il Trickster di Flynn ha giocato parecchio d’anticipo sul tema dei pericoli reali derivanti dall’eccesso di virtualiità e, anche per questo, avrebbe meritato di venire serializzato in successivi sequel indirizzati sulla medesima strada. Poi sì, certo, QUELL’espediente a livello di sceneggiatura è pigro assai, pur mantenendo una sua coerenza (vero pure questo) e anche la morale è snocciolata in maniera un tantinello semplicistica, a rischio di fraintendimento: una volta avuto il coraggio di mollare la “coperta” virtuale il mondo reale ti riserverà senz’altro le sue belle soddisfazioni, tipo una cotta per la tua vicina ovviamente corrisposta se tu fai il primo passo, come succede sempre e comunque nella realtà, no? (Sarcasmo) Diciamo che, mettendoli a confronto, per me è più strutturata e realista (simile, certo, ma non identica a quella di Flynn) la morale espressa da zio Steven nel suo “Ready Player One”… Ad ogni modo, la sequenza finale (come sa bene chi l’ha visto) riesce a riscattare parzialmente “Brainscan” dalla pigra trovata di cui sopra 😉 oltre ad avermi fatto sperare, ai tempi, in un sequel che non è mai arrivato…

    • Pensa: retrogaming, quel finale, un seguito si scrive da solo 😉 Cheers!

  2. Ma sai che l’ho guardato e ancora non ho ordinato i pensieri? Bella la tua recensione, anche se forse sei stato un po’ troppo… buono? Ma anche a me fa simp, in realtà! :–)

    • Preferisco pensare di essere stato almeno obbiettivo, devo dire che nel 1994 non giravano tanti horror poi davvero memorabili, questo però aveva dei numeri 😉 Cheers

  3. Nemmeno ne sospettavo l’esistenza di questo film. Incuriosito devo procurarmelo. Grazie per la soffiata.

    • Sono qui per questo 😉 Cheers

  4. Questo me lo sono perso completamente. Bizzarro come sembri di dieci anni più vecchio, ma non si può non amare a prescindere un film dove un poster di Alice Cooper campeggia su un frigorifero! Magari me lo cerco.

    • Buona caccia, secondo me merita il recupero, dieci anni o trenta non importa 😉 Cheers

  5. Mi hai riaperto un bel cassetto.
    O sbloccato un bel trigger, tanto per rimanere a tema.
    Visto in TV, nel corso di uno degli ultimi periodi della celeberrima “Notte Horror” di Italia….unooooo!!
    See, vabbe’.
    Mi era piaciuto, soprattutto perche’ non gli davo due lire. E invece…
    Preso in considerazione solo perche’ c’era John Connor, naturalmente.
    E poi perche’ parlava di videogames, e visto che stavo gia’ in fissa non potevo rimanere indifferente.
    Si e’ rivelato una piacevolissima sorpresa.
    E’ vero: d’impostazione pare un horror del decennio scorso. Ma la cosa non guasta affatto.
    Anche nell’azzeccare pienamente il contesto, un po’ come “Scream” coi cellulari.
    E non ho citato lo zio Wes a casaccio. Ma tra poco ci arriviamo.
    I cd – rom, per noi abituati a cartucce e floppy vari, erano il futuro.
    Tra grafica 3D e sequenze in full-motio video promettevano (e mantenevano, nei limiti di allora) meraviglie.
    E poi Trickster, che nonostante il nomignolo da villain dei comics si inserisce nella scia degli emuli riuscitissimi del buon Freddy Krueger.
    Spaventa e disgusta il giusto.
    Il tutto appare di chiara matrice craveniana.
    Nelle scene Horror come nella morale.
    Ben fatta la storia (non rivelo nulla, eh. Tranquilli), che a un certo punto prende la china, sembra destinata a finire male e terminare peggio per poi rivoltarsi tutto in scherzone (trollone, diremmo oggi. Correggetemi se sbaglio).
    Forse un po’ facilone, come ripiego. Ma va bene cosi’.
    Perche’ il protagonista potrebbe essere uno di noi, e in quella fase ci siamo passati tutti.
    Essere introversi, sentirsi isolati e non capiti, e di conseguenza rifugiarsi nelle proprie passioni come antidoto.
    Perche’ l’unica possibilita’ di ritagliarsi uno spazio e’ di passare come quello strano, alternativo, che ascolta musica e fa robe che piacciono solo a lui.
    Quello e’ il tuo alibi. Altrimenti, cosa ti rimane?
    Trovo che riuscire a coltivare una passione fine a se’ stessa, per il puro piacere di farlo e basta, compreso il pensarci e fantasticarci sopra, sia una delle possibilita’ piu’ belle di cui possiamo disporre.
    Ma non bisogna mai tramutarla in un’ossessione, altrimenti si rischia di perdere il contatto con la realta’.
    Ed e’ allora che potresti scoprire di essere davvero finito in un incubo.
    Ma sapete com’e’…sin da Dickens in poi uno spavento di quelli brutti brutti può’ servire a darti la scossa, e a farti capire cosa conta davvero.
    E perche’ no, a farti rendere conto che alla base di molti dei tuoi problemi c’e’ un atteggiamento sbagliato da parte tua.
    Difficile ammettere che alla volte sbagliamo anche noi. Ma e’ un buon passo.
    Da vedere.
    Segno anche la presenza del grande Frank Langella. Ai tempi non me n’ero accorto.
    Un altro a cui dovrebbero riconoscere parecchi meriti.

    • Ora come ora difficile che qualcuno riconosca a Langella qualcosa, visti i trascorsi recenti. Cheers!

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