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Braveheart – Cuore impavido (1995): il trionfo del Cinema sulla Storia

Se dovessi rispondere di panza, anzi per restare in tema con il ridondante sottotitolo italiano, usando il mio cuore impavido alla domanda: quali sono quei film di cui non potresti fare a meno mai, quelli che – alla cinefila maniera – ti definiscono, avrei molti dubbi nel pescare dal mucchio, ma quasi nessuno ad indicare di getto un titolo che quest’anno spegne le sue prime trenta candeline.

Prima di essere il titolo che ha definitivamente consacrato Mel Gibson come regista (ne abbiamo parlato con i Tre Caballeros, correte a recuperare la puntata a tema), ma anche il film con cui il nostro si è guadagnato così tanto rispetto e stima da potersi permettere successivamente, di combinarne – artisticamente e non solo – di tutti i colori ed essere ancora tenuto in palmo di mano da molti, per prima cosa per me “Braveheart” è stato il film con cui ho fatto la conoscenza del famigerato concetto di spoiler.

Da quel giorno, la reazione del mondo davanti agli spoiler, riassunta in un’immagine.

Tornate indietro con la mente all’anno 1995, il film era ovviamente già uscito negli Stati Uniti, noi in uno strambo Paese a forma di scarpa abbiamo dovuto attendere il primo di dicembre, in famiglia eravamo in visita dai parenti quando una mia cugina più grande, che aveva già visto il film di cui tutti parlavano, si è confermata una di quelle persone che non riescono a non dirti se hanno gradito un film o no senza spiattellarti il finale, una di quelle che davanti a Titanic avrebbe commento: bello peccato che alla fine la nave affonda.

Con questa consapevolezza nel cuore (comunque impavido) poco dopo portarono anche a me a vedere il film, mandante ovviamente mio padre, il signor Cassidy Senior, che ad una roba con Mad Mel in salsa storica non poteva proprio resistere, ve lo dico fuori dai denti? 177 minuti volati via, sulle note della mitologica colonna sonora di James Horner che ho nelle cuffie anche ora mentre sono qui a scriverne, quel finale che mi avevano già largamente anticipato (prima di mia cugina solo la Storia, quella con la prima lettera maiuscola)? Niente, completamente coinvolto, ho dimenticato ogni genere di possibile delusione, la prima e vistosa pietra del mio scudo anti-spoiler che mi protegge da trent’anni, perché quello che avevo davanti agli occhi era un titolo destinato alla posterità, uscito nel 1995 ma così legato alla tradizione da essere quello che gli americani chiamano un classico istantaneo e qui sulla Bara, un Classido e basta.

Affrontiamo l’elefante in Kilt e mezza proboscide dipinta di blu? Il vecchio e annoso problema, che negli ultimi trent’anni, causa Social-Cosi, non ha fatto altro che acutizzarsi: le incongruenze storiche. Posso dirlo? Mi annoio. Mi annoi anche solo all’idea di elencarle, quindi a volo di Bara vi butto qui le più clamorose, il già citato Kilt e la pittura di guerra blu sul volto, non più in uso nella seconda metà del XIII secolo, quando il film è ambientato, così come la pratica dello ius primae noctis imposta dagli orribili Inglesi e giù fino a all’omosessualità dell’effemminato Edoardo, principe di Galles e potrei continuare a lungo, fino ad arrivare a all’eroe nazionale scozzese Robert Bruce, che addirittura collabora e protegge il re invasore, nemmeno la sua rivalsa finale poteva stemperare per davvero un incidente diplomatico con la Scozia che se ci fosse stato, sarebbe stato del tutto giustificato, se non fosse che Mel Gibson qui, ha saputo mettere su un film di una tale forza da mettere tutti d’accordo, perché “Braveheart” è speciale? La risposta, per me, sta tutta nel prossimo paragrafo.

My name is Mel, I love violence (uno dei pochi che Bloody Sam lo aveva beh, nel sangue)

Vi invito a fare un piccolo giochino, date un’occhiata alla pagina italiana di Wikipedia dedicata a Braveheart, poi fate lo stesso con quella dedicata a Il Gladiatore, nel secondo caso troverete il capitolo “Inesattezze storiche”, nel primo invece nemmeno l’ombra. Potremmo stare qui a soppesarle, una scuola di pensiero potrebbe sostenere che l’altro Scott, Ridley, ci ha dato ben più dentro con la fantasia ma non è questo il punto, sono entrambi film, non documentari, sono entrambi strapieni di incongruenze storiche, eppure il film di Mel Gibson ha una tale forza e per certi versi, anche una purezza d’intenti, una convinzione in quello che vuole raccontare, da aver conquistato il pubblico scavandosi un posto nei cuori degli spettatori, proprio come ha fatto Massimo Decimo Meridio, ma senza tutta quell’enfasi che sembra aver trasformato tutti in sosia a basso costo del professor Alessandro Barbero.

Patrick McGoohan, una vita ad urlare «I’m not a number Im a free man!» per ritrovarsi a combattere uno che urlava libertà.

Un trionfo totale e assoluto del Cinema sopra ogni altra cosa, ci sono persone oggi che sulla base di questo film, in fondo lo sanno che William Wallace non è davvero morto cristologicamente invocando una sola parola (sono passati trent’anni, lo sanno tutti come finisce il film non fate gli inglesi!), eppure sono ancora pronti a giurarlo che i fatti siano andati davvero così, Mad Mel ha fatto trionfare la leggenda sulla verità, evidentemente l’adagio di John Ford valeva anche per la Scozia, quindi il Nord, e non solo per il West.

Spazzato il campo da questo dettaglio fondamentale, quello che per me riassume tutta la forza di un vero Classi(d)o, “Braveheart” è ancora il tipico film che ogni volta che me lo rivedo, mi ritrovo a pensar: «Che bello che è, perché non me lo rivedo sei volte alla settimana? Ah beh, perché già lo facevo» (storia vera). Infatti prima di cambiare formato, per anni a casa Cassidy uno degli oggetti più venerati è stato il monolitico blocco composto dalla doppia VHS del film, che ha sempre un po’ avuto il destino di essere diviso in due parti, anche al suo primo passaggio sulle tv italiane, due serate su Canale 5 il 9 e il 10 novembre del 1998.

In esclusiva per Bariste e Baristi, un residuato di un’altra epoca, direttamente dalla collezione privata della famiglia Cassidy.

Visto che ho iniziato il post sulla via dei dettagli personali, fatemi ribadire qualcosa che avevo già messo nero su Bara, a parità di guerriero che combatte per vendicare la morte dei suoi cari, non mi sono mai unito alla schiera di coloro che si sono iscritti in palestra dopo aver visto Il Gladiatore, per il semplice fatto che quella tipologia di personaggio, era già stato coperto da Mel Gibson, che con tutti i suoi trascorsi attoriali, quelli che lo hanno portato ad essere uno dei più grandi divi degli anni ’80, con il suo secondo film da regista dopo L’uomo senza volto, ha mandato a segno il suo terzo personaggio pilastro, Gibson ne ha interpretati molti, ma William Wallace nel 1995 è andato immediatamente a sedersi allo stesso tavolo di Martin Riggs e Mad Max per certi versi condividendone alcune caratteristiche, non solo la faccia dell’attore che li interpreta.

Ora che ho questa iconica immagine, in un post di “Braveheart”, qui sulla Bara Volante, il mondo non sarà un posto migliore, ma almeno un po’ più giusto.

Dai suoi trascorsi Gibson porta anche la lezione dei Maestri che lo hanno diretto, il senso per l’epica e i grandi spazi di Peter Weir e il dramma, l’azione e la violenza dei film di George Miller, il risultato è una riscrittura della Storia, è il cinema al servizio della causa Scozzese con un’onestà intellettuale manifesta, visto che la voce narrante, tra una cornamusa e l’altra, mette in chiaro l’intento: «Gli storici inglesi diranno che sono un bugiardo, ma a scrivere la storia sono quelli che impiccano eroi.»

No scusate, mi rimangio tutto, l’immagine iconica era questa, ora il mondo è davvero un posto giusto (quale posto? Quel posto!)

L’eroe in questione è ovviamente William Wallace, di cui ci viene raccontato anche il romanzo di formazione, la morte del padre (ovviamente in un’imboscata degli odiati inglesi) e l’educazione siberiana scozzese alla scuola dello zio Brian Cox. Al ritorno anni dopo, questo Robin Hood in kilt ritrova l’equivalente locale del suo Little John, l’adorabile personaggio di Hamish (Brendan Gleeson) e ovviamente la sua Lady Marion, impersonata da Catherine McCormack, pochi ruoli memorabili in carriera, ma una capacità di bucare lo schermo notevole.

Anche se devo essere onesto, nell’allegra gang del bosco che compone l’esercito di Wallace, quello per cui ho sempre avuto una predilezione era l’Irlandese pazzo, che ci volete fare, ho sempre ritrovato qualcosa di me in quel toccato.

Come direbbero i giovani: percepitemi così.

Ovviamente gli inglesi sono tutti ritratti come creature abbiette all’limite dell’umanità, una forza di occupazione composta da bestie che trovano somiglianza con le loro figlie a casa in ragazze che vorrebbero violentare (Mel la tocca sempre pianissimo) che arrivano a sgozzare l’amata del protagonista dando il via al mito del fottutissimo fazzolettino di merda, quello che porta una sfiga atavica, fateci caso, chi lo possiede nel film muore. Non è un caso se l’unico personaggio positivo tra le fila degli inglesi, sia francese e non me ne voglia la generazione precedente, quella cresciuta al “tempo delle mele”, ma per me Sophie Marceau sarà eternamente la principessa di “Braveheart”.

Il tempo delle mele ribellioni (dreeeeeams are my reeeeeaaality)

Ribellarsi è un dovere, quando “l’attaccabrighe” va dagli inglesi, lo fa con la furia che siamo abituati a vedere negli occhi (da pazzarello) di Riggs o Mad Max, si inventa un nunchaku a tre sezioni scozzese e Gibson, quando è ora di mostrare sangue e violenza non è secondo a nessuno.

Un crescendo di ribellione che vi potrei raccontare fotogramma per fotogramma, perché il numero di volte in cui ho visto e rivisto questo film è stato fuori scala, non è un caso se da questo film siano uscite un’infinità di quelle che io chiamo “citazioni involontarie”, quando utilizzi un dialogo durante la tua quotidianità, ad esempio se qualcuno si lamenta del tempo di solito gli rispondo «Questo per la Scozia è bel tempo» oppure quando dovrai rivedere qualcuno a breve, in una situazione più rognosa, ci sta sempre un «Ci vediamo nella mischia.» per non parlare del sempre affidabile «Vado a procurar battaglia.»

Cassidy, lunedì mattina, ore dieci circa.

Dove “Braveheart” si è impresso a fuoco nell’immaginario collettivo, è senza ombra di dubbio nelle due grandi battaglie, quella di Stirling e quella di Falkirk, che hanno entrambe i piedi ben saldi nel solco della tradizione, ad esempio il discorso alle truppe è diventato un canone per tutti i film in costume arrivati dopo, anche se non è che una rielaborazione del discorso di San Crispino dell’Enrico V, solo con molte più natiche al vento per irridere l’avversario. Anche se sono sicuro senza bisogno di fare un sondaggio, che in pochi saprebbero citare le parole del Bardo Shakespeare, mentre chiunque ricorda ancora a memoria: «… Siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi per avere l’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo, ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!», lo so, vi siete esaltati anche solo rileggendole qui, perché questo film è l’assoluto trionfo del Cinema sopra ogni altra cosa.

La conoscete anche voi a memoria, non fate gli inglesi (intanto, beccatevi della musica a tema)

Certo, Tolkien li aveva scritti prima, ma nulla mi toglie dalla testa che i discorsi alle truppe e le grandi battagli della trilogia de Il signore degli Anelli, avrebbero avuto la stessa rilevanza se prima non fosse passato Mel Gibson a farsi strada a colpi di spadone nell’immaginario del pubblico, ma è anche chiaro che l’altro passaggio chiave che ha marchiato a fuoco “Braveheart” del cuore (impavido) degli spettatori, sia stato senza ombra di dubbio il finale.

Un sacrificio, come ci sarebbe stato chiarissimo di lì a poco nella filmografia del regista e attore, volutamente cristologico, con apparizioni oniriche diretta da Gibson identiche a quelle che sarebbero apparse al suo Gesù cinematografico durante la sua passione. Una conclusione che non si cura della veridicità storica, ma solo dei suoi personaggi, delle reazioni che vogliono e possono provocare nel pubblico e nella storia che vuole raccontare, trascinante, coinvolgente e in un crescendo che è puro e semplice Cinema al suo meglio, dopo trent’anni e un numero innumerevole di visioni, non ha ancora smesso di emozionarmi, mica male per un film con un finale che mi era già stato largamente anticipato no?

La tomba dove è sepolta la mia ansia da spoiler, perché a ben guardarla, quella è anche una croce, diavolo di un Gibson!
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