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Brawl in cell block 99 (2017): Gioco duro, vecchia scuola

Alla fine Vince
Vaughn è uno di noi. Si è costruito una carriera come protagonista di commedia
più o meno sceme, ma di fondo una certe predilezione per il film di genere l’ha
sempre avuta.

Il grande
Trollone (concedetemi un giovanilismo) Gus Van Sant lo ha voluto nel ruolo di
Norman Bates nella sua versione di “Psycho” (1998), in “The Cell – La cellula”
(2000) faceva l’agente dell’FBI ma è recentemente che Vaughn ha dimostrato di
poter funzionare anche lontano da Owen Wilson e Ben Stiller. Della deludente
(per me) seconda stagione di True Detective, la sua prova è stata una delle migliori, in contumacia con
quella di Colin Farrell, ha saputo tirare fuori il meglio dal suo personaggio.

Deve aver pensato
lo stesso anche S. Craig Zahler, che qui fa fare a Vaughn l’ultimo passo verso
il ritorno al cinema di genere, e anzi intorno al corpaccione di Vincenzo
costruisce tutto il suo nuovo film “Brawl in Cell Block 99”.



Vince impegnato ad espiare con i lividi roba tipo “Vicini del terzo tipo”.

Dopo l’ottimo Bone Tomahawk, Zahler si è guadagnato
tutte le attenzioni e con questo secondo lungometraggio conferma il suo stile,
anzi, forse lo ribadisce con ancora più forza, al netto di due soli film Zahler
si conferma un regista molto interessato a mescolare i generi, se Bone Tomahawk era un weird-western con
forti connotati di horror cannibale, “Rissa nel braccio 99” parte come un film
di gangster, diventa una pellicola carceraria con parecchie botte sempre senza
rinunciare ad un tocco gustosamente horror.

Anzi, questo
secondo film risulta ancora più asciutto, se il viaggio dei protagonisti di Bone Tomahawk era caratterizzato da una
giustificata lentezza, qui la storia dell’ex pugile e futuro detenuto Bradley
Thomas ha dei tempi ancora più dilatati.
Bradley Thomas, ma
non azzardatevi a chiamarlo Brad che si incazza (Vince Vaughn) ha un passato
criminale, un difficile rapporto con la moglie Lauren (Jennifer Carpenter la
sorellina di Dexter nell’omonima serie tv), lui cerca di rigare dritto, lei di
restargli fedele, insieme vivono in una bettola ed un giorno dopo l’ennesima
litigata, Bradley si sfoga devastando l’auto della moglie, poi le giura che le
cose andranno meglio.



“Ma perché ti ho sposata, a me Dexter nemmeno piaceva, io guardavo solo Miami Vice”.

Qualche mese dopo
è davvero così, Lauren aspetta un bambino mentre Bradley fa il corriere della
droga, i soldi girano va tutto bene, se non che quello che io vi ho riassunto
in poche righe, nel film accade nei primi 20 minuti. Quando poi una faccenda
con i Messicani degenera, Bradley diventa ospite delle patrie galere, a questo
punto siamo arrivati al minuto 45 del film, anche se il tempo percepito come
spettatore pare superare l’ora abbondante. Anche perché S. Craig Zahler si prende
tutto il suo tempo, considerate che solo le operazione di svestizione e
vestizione con cui Bradley diventa ufficialmente un detenuto, richiedono da
sole dieci minuti di pellicola, non proprio tutte piene di brio ecco, sembrano
il negativo dell’uscita di prigione di Jake Blues, ma senza Frank Oz a fare da
guardia giudiziaria e con la prospettiva di sette anni passati in gatta buia.

La svolta è la
più classica dei film d’azione, moglie rapita dai cattivi (quanti film avete
visto così?) e Bradley che per raggiungere i cattivoni (tra cui Udo Kier), deve
trovare il modo per farsi trasferire in un carcere di massima sicurezza noto
per non essere proprio l’Hilton Hotel e gestito da Don Johnson.



“Come non detto, ho appena rivalutato anche Dexter”.

“Brawl in Cell
Block 99” ha dei tempi estremamente dilatati, una trama che sarebbe perfetta
per un film da 80 minuti dura la bellezza di 132 minuti, tutti caratterizzati
da un ritmo come mi piace definire “Da film festival”. Capite che una pellicola
ha fatto il giro dei festival (tra cui Venezia 74) quando il regista si
esibisce nella ormai celebre NUCam! Ovvero l’inquadratura sulla nuca (in questo
caso tatuata) del protagonista seguendolo con la macchina da presa. Il nome “NUCam”
sarà presto brevettato, quando diventerà ufficiale ricordatevi dove lo avete
letto per la prima volta!

Un paio di esempi di “NUCam” in azione.

Ma è proprio
nella seconda parte che “Rissa nel braccio 99” tiene onore al suo nome, S.
Craig Zahler tiene la macchina da presa alla distanza giusta, utilizza
pochissimo il montaggio e ci mostra le botte, i pugni (come durante quelli in
stile box con il secondino) e le gambe spezzate come si deve, trovando anche il
modo di rendere assolutamente credibile Vince Vaughn.

Lo fa con un
espediente semplice, non aspettatevi che il nostro Vincenzo sia diventato Tony
Jaa ma nemmeno Dolph Lundgren, i pugni che assesta sono scolastici, lenti, la
trama li giustifica dicendoci che Bradley in gioventù ha fatto della box,
eppure S. Craig Zahler è molto intelligente perché tira fuori il meglio dal suo
attore protagonista.
Vince Vaughn per
la parte si è rasato e la testa e ha messo su sei chili di muscoli, ma un
cristone di quasi due metri (1.96 per la precisione) lo è sempre stato, a Zahler
tanto basta per costruire su quell’altezza un personaggio. Nella scena in cui
Bradley furioso distrugge l’auto della moglie come spettatori capiamo tutto
quello che ci serve sapere del personaggio, quando lo spilungone ci mette tre
pugni per rompere il finestrino dell’auto, capiamo che non è il solito (anti)
eroe da film, che manda a pezzi i cristalli con un pugno senza nemmeno
graffiarsi le nocche, ma è chiaro che siamo davanti ad un personaggio
fisicamente molto forte, lento, imponente ma molto forte, da qui in poi il
resto è tutto giustificato.



“Vince facevi schifo ne L’isola delle coppie!”.

“Noo! Devo ancora finire di pagarla! Scherzavo è il mio film preferito!!”.

Infatti con un
gusto per i trucchi prostetici in stile anni ’70, vediamo Bradley scappare
gambe e frantumare capocce a calci, nel finale poi le trovate quasi splatter si
sprecano, tutte in equilibrio tra il gore più spinto e quel sottile patto fatto
con lo spettatore, ovvero credere alla “Super forza” di Bradley.

Quello che fa
funzionare “Brawl in Cell Block 99” sono le carocchie, gli sganassoni che tira Vince
Vaughn sono il film, alla fine si patteggia per lui, per i piccoli successi che
riesce ad ottenere contro i suoi aguzzini e per le mazzate che rifila ai
cattivi, S. Craig Zahler trasforma Vince Vaughn nella sua creatura, se il
regista è il dottore, Bradley è il mostro di Frankenstein in cerca di
vendetta, ad un certo punto ho iniziato a divertirmi sul serio proprio per
questa ragione, a Vaughn mancano davvero solo i classici elettrodi nel collo,
poi sarebbe un perfetto nel ruolo!

“Ora ti svito la testa come un tappo di bottiglia!”.

Il film non vi
rivoluzionerà la vita, forse sta mezzo gradino sotto Bone Tomahawk, inoltre la pellicola procede con un passo elefantesco
quasi quanto quello del suo protagonista, ma nel finale sale di colpi, nel
senso che il ritmo resta lo stesso ma è proprio il numero di colpi assestati da Bradley ad aumentare, carocchie che piovono
come stelle cadenti nella notte di San Lorenzo. Non riesco a non pensare al
pubblico di Venezia che si aspetta un dramma e finisce a guardare un Frankenstein
che spacca crani a tallonate! Beh io una volta a Venezia ho visto un Kaiju diretto
da Minoru Kawasaki (storia vera), quindi ci può stare anche Vince Vaughn in
versione mostro gigante no?

Già che siete qui, non perdetevi il pezzo del Cumbrugliume su questo film!

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