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Brazil (1985): 1984 ½

Ormai qualche tempo fa, scrivendo di La Cosa di John Carpenter, ipotizzavo uno scenario apocalittico: i
miei cari rapiti, legati e appesi come salami sopra un tritacarnone gigante,
cinque secondi di tempo per rispondere ad una semplice domanda e salvar loro la
vita: «Qual è il tuo film preferito?». La domanda semi-impossibile per un
cinefilo che per me ha due possibili risposte da dare di getto, almeno senza
poi vergognarmi dopo, il primo titolo ormai lo sapete, il secondo è il
protagonista del nuovo capitolo della rubrica… Gilliamesque!

Avete notato come ogni pezzo su “Brazil” preveda un
capoverso in cui si risponde alla domanda “Che cosa è Brazil?”. Non so come
mai, una forma di omologazione che sarebbe piaciuta ai grigi burocrati della
pellicola, in fondo anche nei contenuti speciali del dvd trovate una gustosa “Featurette”
in cui cast e regista provano a rispondere alla domanda, quindi, prima che
qualcuno mi chieda se ho il modulo 27B/6 ci provo anche io. Che cosa è Brazil? Oltre
alla pietra angolare della filmografia di Terry Gilliam, uno dei migliori film
degli anni ’80 e forse il mio film preferito intendete dire? Beh, per me
“Brazil” è molto di più, in questo film c’è tutto quello per cui vale la pena
vivere e tutto quello di cui bisognerebbe avere paura, tutto questo per me è
il film di Gilliam, inoltre, vi darò una risposta alla domanda che potete
trovare solo qui sopra: che cosa è “Brazil? È un Classido!

Non so voi, ma io ho l’orticaria nei confronti delle lungaggini
tipiche della burocrazia, non ho mai sopportato che per fare una roba da dieci
minuti, sia prima necessario firmare, timbrare e vidimare un plico di fogli di
carta. Nel mio estremo (e anche piuttosto inutile) tentativo di resistere, al
lavoro quando alzo la testa vicino al computer ho una foto di Archibald Tuttle
(«Chiamami Harry») che mi guarda spavaldo con sotto la sua frase motivazionale
dedicata ai tutti i maledetti moduli 27B/6 di questo mondo, non serve a molto
lo so, ma è il mio modo di ricordarmi di cercare di non farmi sommergere dai
fogli di carta, invischiato a morte nella burocrazia.

STORIA VERA!

La stessa burocrazia che Terry Gilliam ha sempre sfidato,
fin da quanto tutti i Monty Python hanno seguito le loro carriera, dopo
l’enorme successo del loro ultimo film Il senso della vita. Quella di Gilliam è stata costellata di intoppi e problemi
burocratici, una continua lotta contro i mulini a vento di Hollywood che hanno
sempre cercato di ostacolarlo o di “piallare” i suoi film, considerati troppo
strambi per i gusti del pubblico. Per l’unico Python non inglese (almeno fino
al 2006), una missione degna di Don Chisciotte da cui non si è mai tirato
indietro, senza mai abdicare la sua profonda convinzione di dover fare cinema
che esaltasse il potere della fantasia e dell’immaginazione: pochi compromessi,
tanta testa dura, meno burocrazia possibile e la sfiga, da affrontare con il
sorriso. Come si fa a non ammirare uno così, io proprio non lo so.

Terry sta pensando a tutti i fogli di carta sparsi che bisognerà raccogliere una volta finito di girare.

La mistica di “Brazil” prevede una storiella che potrebbe
essere vera (e forse lo è) o magari è una fantasia come quelle di Sam Lowry ed
inizia a Port Talbot, una cittadina metallurgica sulla costa del Galles, così
grigia di polvere d’acciaio che persino le spiagge ne sono ricoperte, il tempo
gallese, poi, impietoso non aiuta, grigio sopra, grigio sotto, ma quel giorno a
Port Talbot Terry vide un tizio, che con una radio portatile ascoltava felice
un motivetto tipo “Aquarela do Brasil”, allegro malgrado il luogo, il
tempo e i tempi grigi. Qui è nato “Brazil” e anche la mia passione per la
musica fuori contesto, se può interessarvi.

A ben guardarlo, “Brazil” è una storia molto semplice, di
fatto è il più classico dei “Un ragazzo incontra una ragazza”, sì, perché un
errore burocratico turba il mite impiegatuccio Sam Lowry, tanto da spingerlo ad
usare la sua conoscenza del SISTEMA, quello impeccabile che non fa mai errori
(salvo uccidere persone per una “B” al posto di una “T” nel nome) per cercare
di porvi rimedio, il nostro mette in moto una serie di eventi che lo porteranno
ad incontrare la ragazza dei suoi sogni e perdere la testa, in quest’ordine e
nel senso letterale del termine!

Per i tradizionali titoli di testa, oggi mi gioco anche le luci al neon.

La sceneggiatura è stato il primo banco di prova della
testardaggine di Gilliam, “Brazil” è stato il primo film in cui il regista
originario di Minneapolis ha iniziato a circondarsi di tecnici e collaboratori
che non fossero quelli storici dei Monty Python, se escludiamo Michael Palin,
amicone i Terry e suo storico compare di pellicole. Quindi, nel tentativo di dare una forma alla sceneggiatura, la Universal
Pictures lo accoppia col pragmatico Tom Stoppard, i due insieme? Il diavolo e l’acqua
santa: Terry voleva dar sfogo alla sua creatività, Stoppard cercava di limare e
tagliare, a fare da mediatore ci pensa Charles McKeown, uno che ha conosciuto
Gilliam sul set di Brian di Nazareth.

Il risultato finale è perfetto per ritmo ed equilibrio tra
le due anime del film, un inno alla fantasia come unica vera risposta ad un
totalitarismo in cui la distopia è ottenuta grazie alla burocrazia ed io ho spiegato
il concetto grazie ad una rima, toh! Jack Mathews autore del libro pubblicato
nel 1987 “The Battle of Brazil: Terry Gilliam v. Universal”, lo ha definito una
satira su un mondo industriale ed eccessivamente burocratico, io mi permetto di
aggiungere che è anche la risposta di Gilliam a tutti reazionari in giacca e
cravatta capaci di lasciarti lì a morire se non hanno i loro foglietti firmati,
ma anche un monito a tutte le teste calde che pensano di poterli battere e che, comunque,
si ostineranno a farlo.

Burocrazia, l’ultimo vero mulino a vento contro cui scornarsi.

Se Jabberwocky era
un omaggio a Lewis Carroll e I banditi del tempo in parte a Tolkien, tutti sanno che “Brazil” è un adattamento del
capolavoro di George Orwell “1984”… Sbagliato! “Brazil” riesce, a mio avviso,
molto meglio del film “Orwell 1984” con Giovanni Ferito come protagonista, a
cogliere lo spirito del capolavoro Orwelliano, portando in scena le sensazioni
(spesso di terrore) che si provano leggendo il libro e se non fosse stato
proprio per qualche problema burocratico che vedremo più avanti, sarebbe pure
uscito nei cinema proprio nel 1984. Orwell per Gilliam è un falso modello,
perché il legame tra burocrazia e spersonalizzazione dell’essere umano è
totalmente originale, inoltre l’approccio di Gilliam è molto più caloroso e
ricco di satira, per Terry la società di questo strano futuro collocato da
qualche parte nel ventesimo secolo, è andata sotto bevendo dall’idrante perché
l’individuo ha perso la sua capacità di sognare e ha lasciato che la
burocrazia diventasse l’unica forma di controllo.

“Va tutto bene, sguardo in avanti, due più due fa cinque…”.

Fin dai primissimi minuti di film (quelli che, lo dico
sempre, ne determinano tutto l’andamento), programmi scemi in tv e poi BOOM!
Una bomba, Gilliam con il suo futurismo ha saputo anticipare un futuro prossimo,
in cui ogni due minuti un attentato distrugge qualcosa e per le persone è
talmente normale che si va avanti a fare shopping natalizio o a ordinare la
cena, al massimo si chiede all’orchestra di suonare più forte per coprire il
rumore, vi ricorda niente tutto questo? A me sembra tutto fin troppo attuale.

“Per dolce cosa avete?” , “Panna cotta, crema catalana oppure un ottimo attacco terroristico”.

Gilliam mescola Orwell e Fellini in parti uguali, tanto che
il titolo originale del film, quello che ho voluto omaggiare con questo post,
doveva proprio essere “1984 ½”, cambiato quando Terry si è deciso a dare
ascolto al grande Michael Kamen e ad utilizzare “Aquarela do Brasil” in
modo massiccio. Il pezzo fa da ossatura alla colonna sonora del film, ennesima
intuizione geniale di un film pieno di genio, perché in questo futuro fin
troppo simile al nostro presente, tutti fischiettano “Brazil” per cercare di
evadere dalla realtà (come faccio io spesso) e il motivetto si sente
in tutte le versioni possibili, sulle pulsantiere degli ascensori o in tono drammatico,
suonato con il basso tuba nel cupo e bellissimo finale.

Non so voi, ma io Godzilla lo ricordavo un po’ diverso.

Ma è dal punto di vista visivo che Terry Gilliam mena il suo colpo più duro: la fotografia di Roger Pratt (un altro che vedrete tornare in questa rubrica) è perfetta, così come la costruzione di questo mondo, in cui il Sole non si vede mai, solo nell’unico (breve) momento di felicità tra Sam e Jill, ma per il resto a dominare sono geometrie austere, ispirate al espressionismo tedesco (tenetemi l’icona aperta su questo che più avanti ci torniamo) che creano un Futurismo retrò ancora attuale perché sospeso nel tempo.

Ma anche i costumi per me sono usati in modo espressivo, la
sicurezza negli uffici è un vero e proprio esercito con divise ed elmetti
fascisti, ma di fatto tutti hanno una divisa, Sam Lowry ha un completo grigio
che deve sostituire con uno più elegante, ma sempre grigio, quando accetta (più
per necessità che per voglia) la promozione al famigerato reparto recupero
informazioni. Un non tanto coraggioso nuovo mondo dove persino l’assistenza ti
bullizza se non gli chiedi di vedere il famigerato modulo 27B/6 che sembra il
lascia passare A28 di Asterix, solo molto più spaventoso. Per altro, Gilliam ha
convinto Bob Hoskins a fare una particina in un ruolo da Super Mario ante
litteram, cosa vi dico sempre del Futurismo di Gilliam?

Bob con quella visiera, puoi anche dire delle grandi verità ma è difficile crederti.

La regia di Gilliam è perfetta, i movimenti di macchina da
presa e l’uso massiccio delle lenti grandangolari è impeccabile, più Sam Lowry
si perde nei meandri della storia e degli uffici, più le geometrie intorno a
lui diventano opprimenti, tutta la parte onirica è meravigliosa, così
orgogliosamente posticcia da risultare la perfetta messa in scena del sogno di
fuga e d’amore di uno che giunto a metà della sua vita, sogna una via di fuga
dalla burocrazia rappresentata da una donna angelicata da soccorrere come un
eroe in armatura scintillante.

Una fantasia adolescenziale, anche un po’ naif se proprio vogliamo.

La realtà di Sam, invece, è ben più grottesca, trovo geniale
il personaggio di Ian Holm, il capo che non ti fa fare carriera perché senza di
te sarebbe sperso e poi dovrebbe prendersi lui delle responsabilità! Andiamo, quante volte sul posto di lavoro vi siete trovato
davanti a qualcuno afflitto dal problema del “Polso floscio” quando è il
momento di mettere una firma?

“Per licenziare Cassidy serve solo una sua firma” , “Dannazione! Ci tocca tenercelo ancora!”. 

L’assegnazione dei ruoli è azzeccatissima, pare che Gilliam
abbia telefonato a Katherine Helmond dicendole: «Ho un ruolo mica male per te,
ti piacerà» prima di affidarle Ida Lowry, la madre di Sam che con la sua mania
per la chirurgia plastica, ringiovanisce ogni volta che entra in scena e
anticipa la mania tutta moderna per ritocchi e ritocchini, altra profezia di
Terry che qui risulta una trovata grottesca e che per noi, nella nostra realtà
spesso grigia come il futuro di “Brazil”, è del tutto normale.

“Una tiratina è sarà uguale ad una diva di Hollywood” ,
“Quale?”, “Una qualunque, dopo il botox sono tutte uguali”.

Nel corso della rubrica vedremo come Gilliam sia anche un
ottimo regista di attori, ma è proprio con Sam Lowry che Terry firma il suo
capolavoro: affidare la parte a Jonathan Pryce è stato come mettere i soldi in
banca. Con il suo sguardo sempre terrorizzato e mai rivolto al presente e
quella vocina flebile, l’attore Gallese non è mai stato più bravo di così (per
sua stessa ammissione). Sam Lowry è il perfetto eroe contro voglia Gilliamesco,
uno con ambizioni modeste come il Dennis di Jabberwocky,
ma capace di lasciarsi coinvolgere dal potere dell’immaginazione come il Kevin
di I banditi del tempo, per me la
scena che lo riassume al meglio è quando, scappando con Jill e fingendosi un
alto papavero del reparto recupero informazioni, perde i fogli per strada e
viene allegramente cazziato da una signora che gli dice cosine tenere tipo
«Maiale straniero analfabeta, vieni qui a sporcare le nostre strade» (ehm, a
proposito di sinistri legami con il presente…), questo essere beccato in un
momento in cui si dimostra tutt’altro che perfetto come è di solito, lo manda
totalmente in crisi, tanto da colpire il suo inconscio, il dettaglio dei fogli
persi per strada e del cestino in cui gettarli tornerà potente nel finale, ma è
anche il momento in cui Sam perde ogni inibizione e si fa più spavaldo, infatti
un minuto dopo lo vediamo imitare Spider-Man appeso al cofano nel camion di Jill.

Una menzione tutta speciale la merita il tecnico dei
condizionatori Tuttle, un elettri-terrorista un po’ Robin Hood e un po’ Batman,
uno che offre aiuto, ma rifiuta tutta la burocrazia, in pratica l’anti Sam
Lowry che, non a caso, lo elegge a mito personale iniziando a canticchiare lui stesso
la canzone fischiettata da Tuttle. Robert De Niro voleva a tutti i costi
interpretare Jack Lint, personaggio che Terry aveva già promesso a Michael
Palin e che per me rappresenta una scelta di casting azzeccatissima, per fortuna
spiegando al grande attore il ruolo altamente simbolico di Tuttle, è riuscito a
convincerlo, altrimenti mi sarei trovato Michael Palin vestito da ninja a
fissarmi tutti i giorni sul posto di lavoro!

“Perché Cassidy? Non sei forse contento di vedermi tutti i giorni per i prossimi quarant’anni?”.

Il film è talmente perfetto che, ovviamente, la Universal
voleva modificarlo! “Brazil” è uscito solo nel 1985 perché il produttore Sid
Sheinberg pensava che il finale fosse troppo pessimista per il pubblico, quindi
fece rimontare il film in una specie di versione accorciata che possiamo
riassumere così: L’amore trionfa! Insomma: una palla caramellosa inguardabile.
Secondo voi, uno malleabile come Gilliam cosa poteva fare? Una sola cosa: ribellarsi!

Terry acquistò una pagina intera della rivista Variety, per
pubblicare una lettera aperta in cui chiedeva a Sheinberg: Hey Sid? Quando
farai uscire il mio film? (storia vera), ma niente, nemmeno presentarsi nei
vari programmi trascinandosi dietro un ben poco convinto Bob De Niro servì a
nulla. “Brazil” sembrava destinato a finire masticato, triturato e vomitato
fuori dal sistema che Gilliam tanto odiava. Almeno fino all’invito della
University of Southern California che chiese a Gilliam di tenere una
presentazione per i suoi studenti, Terry astuto come una faina, ottenne il
permesso dalla Universal di mostrare ai ragazzi qualche minuto del suo nuovo
film, mossa che equivale a chiedere di vedere il modulo 27B/6, perché ottenuta
l’approvazione Gilliam cosa fa? Quello che vuole, ovvio! Non solo mostra agli
studenti il film intero con il suo montaggio completo, ma poi organizza due
settimane di repliche illegali e gratuite sperando nel passaparola. Proprio ad
una di queste repliche partecipa un membro della Los Angeles Film Critics
Association che mette “Brazil” in lizza tra i migliori film dell’anno e
costringe Sid Sheinberg a farlo uscire nei cinema nella versione pensata da
Gilliam. Il film e il suo regista hanno sfidato il sistema e grazie ad una
testa molto, ma molto dura hanno vinto!

Jonathan Pryce l’eroe Gilliamesco controvoglia definitivo.

Quando penso a quelle sequenze cinematografiche perfette, penso
sempre ai primi venti minuti di Conan il Barbaro e all’ultimo quarto d’ora di “Brazil” che è crudele, ma bellissimo,
un continuo strattonare lo spettatore per la giacchetta non per il suo piacere,
ma per il suo bene. Il finale di “Brazil” è una lunga sequenza che va in
crescendo, che mescola la realtà del racconto e la nostra percezione di esso,
all’inconscio del protagonista che terrorizzato si aggrappa alla sua fantasia
per non precipitare nell’orrore. Con la sua regia ed un montaggio impeccabile,
Gilliam ricrea alla perfezione la struttura a scatole cinesi tipica dei sogni,
o degli incubi visto come i momenti di speranza e di perdizione per il
protagonista si alternano dando continue illusioni anche a noi spettatori.

Come mi sento quando devo compilare più di due fogli.

Amo il modo in cui Gilliam sceglie di far entrare in scena Jack
Lint con il volto coperto da quella maschera inquietante e poi si affida al
linguaggio del corpo di Michael Palin per farci capire che Jack non vorrebbe dover
torturare il suo amico, ma lo farà perché l’alternativa è ben peggiore. In questo
senso, affidare a Palin, il Monty Python buono, la parte dell’amico bastardo è
un colpo di genio esattamente come usare un pezzo allegrotto opposto a
simmetrie sterili ed austere. Trovo che questi siano i due o tre migliori
minuti di recitazione di un attore bravissimo come Palin che senza poter
contare sull’espressività del volto, ma solo con il linguaggio del corpo, ci
racconta il dramma di un personaggio che è un ingranaggio del sistema. Fateci
caso: Palin in questa scena in faccia non si vede mai, escludendo i momenti
“Onirici”, anche quando si solleva la maschera, noi (ma soprattutto Sam) in faccia non lo vediamo,
visto che il volto è coperto dalla mano sul microfono.

Fun Fact: La maschera è la copia di una portata a casa dalla signora Gilliam in regalo per il suo piccolo bimbo Terry (brava, bei regali!).

Da qui in poi la fantasia e l’inconscio di Sam Lowry arriva a salvarlo dal dolore e dall’orrore e lo fa sotto forma del suo eroe, Tuttle, che entra spavaldo e lo porta via, anche se la segretaria continua a dattilografare le urla (di Sam) durante la tortura. Pian piano Gilliam ci arrotola il tappeto sotto i piedi e prima trasforma il finale in una fantasia eroica e cinefili, che può permettersi di citare anche la scena della scalinata di “La corazzata Potëmkin” (Quella di Ėjzenštejn, non quella di Fantozzi!) così posso chiudere quell’icona sull’Espressionismo tedesco lasciata aperta lassù. Ma l’inconscio di Sam è in movimento, tutto quello che ha visto lotta per emergere, tanto che sua madre gli compare ormai giovanissima dopo chissà quanti ritocchi estetici e con il volto di Jill, chissà cosa penserebbe Sigmund Freud di tutto questo.

“Gli stivali dei soldati!”

“L’occhio della madre!”

“La carrozzella col bambino!”
Ogni dettaglio che ha sconvolto Sam torna a grattare la
porta, persino i fogli persi per strada, quelli per cui l’amabile signora lo ha cazziato per strada, tornano e si portano via per sempre Tuttle. Persa una
figura salvifica l’immaginario di Sam si rivolge ad un’altra, ovvero la donna
angelica Jill che con il suo camion lo porta via, un’ideale cavalcata verso il
tramonto con la sua bella, che proprio come per Dennis in Jabberwocky è un finto lieto fine, perché per sfuggire ad un mondo
di grigi burocrati senza cuore, l’unico modo è abbracciare la propria immaginazione per sempre, anche a costo di impazzire. A volte un sorriso, la tua fantasia e una musichina
allegra da canticchiare quando di allegro non è rimasto davvero più niente, è
tutto quello che ti resta.
Per tutto il tempo i personaggi del film e in particolare il
suo capo il signor Kurtzmann, si chiedono se qualcuno ha visto Sam Lowry, noi
lo abbiamo visto di sicuro, anche se ormai se n’è andato, ve lo siete fatti
sfuggire bastardi. Quello che resta di lui è un motivetto agrodolce da
fischiettare e un capolavoro della storia del cinema.

Per tanti “Aquarela do Brasil” è un pezzo allegro. Gli altri hanno visto “Brazil” (ci abbiamo guadagnato noi credetemi).

La settimana prossima, ospiteremo una doverosa incursione in
questa rubrica, abbiamo un compleanno che ci aspetta, voi parlare spagnolo per
caso?

Non perdetevi la locandina originale del film direttamente dalle pagine di IPMP!

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