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Breaking Bad (2008-2013): o muori da prof. di chimica, o vivi tanto a lungo da diventare il pericolo

Mettetevi nei miei panni, quelli di uno con la sinistra
propensione a guardare i cattivi dell’immaginario con un occhio di riguardo. Secondo
voi potrebbe esistere anche una sola possibilità per “Breaking Bad”  di non essere una delle miei serie di culto?
Non scherziamo, dài. Anche perché Vince Gilligan (che non ho ancora capito se è
quello dell’isola) ha dato la definitiva spallata necessaria a mettere cinema
e serie tv sullo stesso livello, una rincorsa durata una vita e conclusasi nel
deserto fuori Albuquerque.

Non faccio quello che sale sul carro del vincitore (come
hanno fatto in tanti) io “Breaking Bad” l’ho scoperta abbastanza tardi, ho
iniziato a guardarla quanto il mondo era in fotta per la quinta stagione, tutti
arrivavano io partivo, alla faccia dell’ansia da “spoiler” che brucia il mondo.

Ma a bruciare davvero per me è stata la febbre per una serie
che rappresenta un apice qualitativo, triturata in un tempo ridicolmente breve
a colpi di anche tre o quattro (a volte più) puntate a sera come se non ci fosse
un domani e una sveglia ad attendermi. Malgrado il mio essere partito dopo, ho
trovato un sacco di persone a cui consigliare questa serie, devo dire che quasi
tutte sono diventate dipendenti da una serie la cui qualità è pura al 99,1%, come la metanfetamina blu di Heisenberg.

Vince Gilligan, che non so se è quello dell’isola, ma di sicuro è uno spacciatore di serie tv con i fiocchi.

Facciamo finta che non l’abbiate già vista (quasi) tutti, ve
la racconto senza ansia da Spoiler, come ho fatto con tutti quelli a cui l’ho
consigliata, bastano gli eventi del primo episodio a convincere a voler provare
una dose di “Breaking Bad”.

Dopo una breve intro nel deserto con un buffo ometto in
mutande e pistola nel mezzo del deserto, scopriamo che quel “signore dalle
strane mutande” (Cit.) si chiama Walter White, un’allitterazione nel nome come
un supereroe, tranne che di eroico non ha proprio niente e in cinque stagioni
ne avrà sempre meno. Walter fa il professore di chimica ad Albuquerque, nemmeno
uno di quelli carismatici tipo «Oh, capitano mio capitano!» no, uno di quelli i
cui alunni portano l’auto a lavare, solo per umiliarlo per il suo secondo
modesto lavoro, fatto per arrotondare.

Che poi a me a scuola, la chimica non piaceva nemmeno (storia vera)

A casa lo aspetta Skyler (l’odiatissima e bravissima Anna
Gunn) moglie fin troppo bella e devota per un tale inetto, una che non si
lascia abbattere dalle scarse finanze, disposta anche a vendersi mezza casa pur
di raggranellare i soldi in vista dell’arrivo della seconda figlia. Anche
perché il primo figlio è motivo di preoccupazioni, Walter White Jr. come
l’attore che lo interpreta RJ Mitte è affetto da una paralisi cerebrale, ed è
anche il primo personaggio portatore di Handicap a non essere indentificato
unicamente da quello.

A questo punto mi rendo conto che l’idea di cinque stagioni
su un professore affetto da sfiga nera congenita, potrebbe non essere molto
“sexy”, ma tranquilli, ora peggiora perché dopo un malore Walter White finisce
in ospedale e senza aver mai fumato mezza sigaretta scopre che il cancro ai
polmoni se ne frega di questi dettagli.
Allo scenario aggiungete il cognato di Walter, lo sbirro Hank
Schrader, avete presente il classico americano un po’ stronzo e spocchioso,
razzista, misogino e con la panza che ti aspetti veder appoggiare ogni nuova guerra Yankee
sparsa nel mondo? Ecco, Hank Schrader è proprio così, se non fosse che ha il
faccione di Dean Norris l’uomo che avete visto in TUTTE le serie tv
(controllate, ha recitato in tutte) e in anche parecchi film della nostra vita, solo che non avete mai associato nome e
faccia, tenetemi l’icona aperta su questa questione che dopo ci torniamo.

Provate a dire il titolo di una serie tv, Dean Norris ci ha recitato (controllate se volete)

Hank per farsi bello porta Walter a vedere quanto è bravo a
dare la caccia agli spacciatori di metanfetamina, i “cuochi” che la cucinano in
casa illegalmente e con mezzi di fortuna, ma che comunque tirano su bei soldi.
Ma se può farlo qualche disadattato scappato di casa, cosa potrebbe tirare
fuori uno con l’esperienza di brillante chimico come Walter White?

Il risultato è un prodotto esagerato, una metanfetamina blu
purissima che diventa la più richiesta tra tutti i tossici. Ecco, ci sarebbe il
problema di venderla, perché un pacato professorino non ha proprio l’esperienza
da spacciatore richiesta e qui il quadro si completa con Jesse Pinkman (altro
giro, altro nome “colorato”, interpretato da un Aaron Paul gigantesco), una sorta di Eminem dei
poveri, ex alunno scapestrato di Walter, ma perfetto compare in questa mal
assortita accoppiata.

“Cucini tutto il giorno e poi? In tv solo programmi con gente che cucina”

Capite da voi che una storia così ha un potenziale infinito,
anche comico, infatti l’inizio malgrado il ritmo lento degli episodi (anche su
questo ci torniamo) ha dei tratti comici nonostante lo spunto di partenza sia
drammatico, rappresentato anche dal volutamente esageratissimo Tuco Salamanca
di Raymond Cruz.

La prima stagione dura solo sette episodi, accorciata
prima del tempo a causa del famigerato sciopero degli sceneggiatori, ha tutto
per conquistarti con i suoi personaggi ed è anche la meno riuscita, perché è
dalla seconda in poi che s’inizierà a fare sul serio per davvero, ma resta
perfetta per presentarci tutti i personaggi, sottoprodotti di una crisi
economica, ma anche di quella del classico maschio borghese bianco che, per
assicurare un futuro alla famiglia, è costretto a percorrere la strada del
crimine.

Il vostro classico bravo papà responsabile (più o meno)

Ma la verità con “Breaking Bad” è un’altra: appena pensi di
aver capito dove andrà a parare, non lo farà quasi mai nel modo in cui ti
aspetti e se lo farà, mai con i tempi previsti. Molti criticano alcune svolte
un po’ dettate dal caso lungo la storia, io vi dico invece, che nella vita “la
merda capita” come avrebbero detto in “Forrest Gump”, a volte sei solo nel posto
sbagliato al momento sbagliato, oppure seduto sul cesso giusto al momento
giusto (occhiolino occhiolino), le uniche concessioni alle classiche dinamiche
da serie tv che fa “Breaking Bad” sono poche e tutte perdonabili, anche perché
una è la classica vicina di casa bona, quando vedi arrivare Krysten Ritter
nella seconda stagione, capisci in un attimo che si metterà con Jesse, quello
che non puoi sapere è quanto sarà fondamentale per la sua crescita (non a caso
arriva quando il ragazzo si allontana dai genitori) e sarebbe interessante
analizzare tutta la serie come grande “romando di formazione” di Jesse, se solo
non avessi già un milione di cose da dire su una serie così stratificata e curata.

Concessioni alle trovate da serie televisiva.

I personaggi di “Breaking Bad” sembrano tanti stereotipi
recitati molto bene: Hank Schrader lo sbirro bianco spocchioso, sua moglie
Marie (Betsy Brandt) benpensante cleptomane e in fissa con il viola, Skyler la
moglie rompicoglioni, Jesse l’allievo/figlio e Walter White il brav’uomo finito
per sfiga sulla strada sbagliata. Ma quello che rende questa serie un
capolavoro è il suo smontare uno per uno tutti questi stereotipi, portandoci a
capire che chi odiavamo aveva ragione e chi pensavamo buono, forse ci ha
fregati tutti, da qui in poi SPOILER! Questa volta veri.

Poi non dite che non vi avevo avvisati.

Iniziamo con chiudere l’icona lasciata aperta: “Breaking Bad”
è una tempesta perfetta, l’insieme di tutti i pianeti che si allineano sullo
stesso asse tutti insieme, una combinazione astrale non ottenuta per caso, ma
grazie ad un’ottima programmazione e le facce giuste. Nel cast di questa serie
nessuno era davvero famoso, quasi tutti sono diventati popolarissimi dopo, ma
all’inizio nessuno pensava che Aaron Paul avrebbe tirato fuori una tale prova
di bravura, sufficiente a salvare la vita a Jesse Pinkman, personaggio messo
dentro per prendere un po’ per il culo i giovani, un alleggerimento comico che
sarebbe dovuto morire alla fine della prima stagione, mentre, grazie alla prova
enorme di Aronne Paolo, è diventato un personaggio sfaccettato e complesso,
quasi il canarino usato dai minatori personale di Walter White potremmo dire,
se fosse così semplice riassumerlo.

Jesse Pinkman in due dei suoi (tanti) stati di devastazione.

Ma quando parliamo di attori giusti, nessuno può battere Bryan
Cranston, quello che prima era famoso giusto per il ruolo del papà di Malcolm
nella serie comica omonima. Il creatore della serie Vince Gilligan ha pensato
subito a lui per la parte, perché se siete vecchi fanatici di X-Files come me
lo ricorderete, i due avevano già lavorato insieme nell’episodio “La corsa”, in
cui Fox Mulder doveva andare “Speeeeedito” (cit.) in auto per salvare un
testimone della famigerata cospirazione aliena, un razzista paranoico
interpretato proprio da Bryan Cranston. Gilligan (sarà quello dell’isola? Chissà?)
aveva bisogno di qualcuno in grado di generare empatia, ma risultare sgradevole
allo stesso tempo, perché il suo piano diabolico era prenderci tutti a sberle
in faccia con “Breaking Bad”.

L’esperienza passata del creatore della serie e di tutti gli
attori del cast è un fattore non da poco nel successo di “Breaking Bad”, la
squadra messa insieme è quella giusta per vincere, basta dire che Giancarlo Esposito recita da sempre, ma ora lo ricordano tutti per il suo Gustavo
“Terminator” Fring. Le facce che popolano la serie sono mitiche, Jonathan Banks
veterano fin dai tempi di Walter Hill,
ci regala il tostissimo Mike e Bob Odenkirk dopo una gavetta durata una vita, è
diventato famoso con un azzeccagarbugli che sembra uscito dai Simpson, per
arrivare a guadarsi una serie tutta sua.

Tipo Lionel Hutz, solo due volte più mitico.

“Breaking Bad” è la serie perfetta per i nostri tempi
moderni perché ha tutto per conquistare internet con i meme, le Gif e i
tormentoni («Say my name»), ma è solida come una roccia, molti criticano la sua
lentezza che, però, è anche l’unica giusta per poter raccontare una storia che è
un romanzo in cinque capitoli, non uno di più non uno di meno. Tanto di
cappello a Vince Gilligan per non essersi lasciato tentare dalle sirene del
successo, lasciando il suo prodotto puro al 99,1 % fino al VERO finale della
serie (la monumentale 5×14 “Ozymandias”) per poi concederci ancora due episodi
e un finale più convenzionale che ammorbidisce un po’ gli spigoli vivi di quel
capolavoro di “Ozymandias” lanciando la leggenda di Heisenberg lassù insieme ai
grandissimi, “The Wire” e “I Soprano”, per fare due titoli della stessa
caratura.

Sì, perché il bello di “Breaking Bad” è quello di farci
affezionare ad un personaggio che fa qualcosa di moralmente discutibile
(produrre droga) per una causa che non possiamo non ritenere giusta e anche un
po’ nostra visto che ormai conosciamo così bene la sua famiglia, quelli a cui
Walter cerca di garantire un futuro. Ma durante i cinque capitoli del romanzo
intitolato “Breaking Bad” scopriremo che questa è la storia di un uomo che
davanti ad ogni possibilità di tornare sulla retta via, lui sceglie
sistematicamente e caparbiamente di proseguire lungo il percorso che
trasformerà Walter White in un super (anti) eroe di nome Heisenberg.

Clark Kent si toglie gli occhiali, Walter White si mette il cappello.

Bryan “Più grande attore del mondo” Cranston si è guadagnato
il virgolettato con una prova gigantesca anche fisica, la trasformazione del
personaggio avviene sotto i nostri occhi in maniera chiara, ma quella più
significativa è tutta farina del sacco di Cranston. Ci sono dei momenti a metà
della terza stagione in cui i due personaggi sono così scissi che è possibile
capire quando abbiamo davanti Walter White oppure Heisenberg, solo dal
linguaggio del corpo e dall’uso della voce di Cranston.

La mia wing-woman si allontana, parte questa scena, torna:
«Cosa è successo?», «Niente, solo che Bryan Cranston è diventato il mio attore
preferito di tipo, tutti i tempi» (Storia vera)

La lentezza dello sviluppo della storia è peculiare, ci
sono serie in cui non succede niente,
in Breaking Bad anche quando “non succede niente”, quel niente è pieno di
qualcosa, di rapporti tra personaggi, di reazioni tra di loro che portano
avanti il lungo romanzo una pagina alla volta, l’esempio più significativo è
“Fly” (3×10), talmente stringato nella trama che anche io potrei riassumerlo
(Walter e Jesse danno la caccia ad una mosca. Fine), ma è un capolavoro che come
molti episodi di questa serie meriterebbe un’analisi dettagliata, nel suo
essere un capitolo fondamentale nell’evoluzione del protagonista e del suo rapporto con gli altri.

Nemmeno David Cronenberg aveva osato tanto.

Walter White con quel suo nome da fumetto, il cappello che
sembra il costume che indossa, e la sua identità segreta di Heisenberg, ha degli
spunti da eroe e, a ben guardarlo, ha anche dei super poteri derivati dalla
scienza, perché la sua conoscenza della chimica lo rende una specie di MacGyver
scientificamente accurato in grado di uscire da ogni situazione (e in “Felina”
l’episodio conclusivo, la soluzione quasi parodia di “Scarface”, ha molte delle
trovate del vecchio MacGyver).

MacGyver aveva un coltello Svizzero, Walter White ha la scienza.

Ma di eroico Walter White non ha nulla, anche se “Breaking
Bad” ha creato attesa, iconografia e merchandising come le grandi saghe
cinematografiche con cui siamo cresciuti, è rivolta ad un pubblico adulto,
perché utilizzando una frase molto popolare presa da un film che non sopporto: “O
muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”. Con la geniale
differenza che Walter White non ha mai voluto essere un eroe, ogni tradimento,
omicidio e menzogna con cui ha saputo affascinarci, farci fare il tifo per lui
sperando e fremendo per vederlo sempre farla franca, era il suo modo per
rifiutare la vita mediocre di Walter White e trasformarsi nel megalomane temuto
e potente che avrebbe sempre voluto essere.

I molti riferimenti più o meno velati a “Scarface” (1983)
sono indizi sparsi da Vince Gilligan lungo la corsa, ma la genialità di “Breaking
Bad” sta nel suo essere monolitica negli intenti, se ci siamo ritrovati a
tifare per Heisenberg è qualcosa che abbiamo fatto noi di nostra spontanea
volontà, testimoni e complici di ogni sua nefandezza, dipendenti come dalla
“Blue Meth” e convinti di poter smettere in ogni momento.

Smetto quanto voglio (e poi si guarda una stagione in due serate)

Siamo noi ad esserci convinti di stare facendo il tifo per
il buono quando, invece, con un risveglio brusco e drammatico che ti lascia
spezzato a terra con la faccia nella polvere, quasi come il protagonista, con Ozymandias”
ci siamo risvegliati dall’illusione: il personaggio che meglio ci rappresenta è
un antieroe, se non proprio un bastardo di prima categoria e su questo Vince
Gilligan è sempre stato chiarissimo fin dal primo episodio.

Da dire su questa straordinaria serie ci sarebbe ancora
tantissimo, voglio concludere con una nota di colore (più del White, Pink e del
viola di Marie) sottolineando quanto in cinque stagioni, “Breaking Bad” sia
stata in grado di cambiare tutte le nostre percezioni sui personaggi, ma anche
di entrare nella cultura popolare senza nemmeno bisogno di una sigla memorabile
(ne ha una piuttosto basica, per stare in tema), attraverso una colonna
sonora apparentemente assente, ma piena di pezzi utilizzati in modo
intelligente, questa serie ha creato quintali di iconografia, ricordi condivisi
subito riconoscibili, a cosa pensate se vi dico… DING!

E le Destiny’s Child… MUTE!

Il taglierino di Gus, la birra artigianale di Hank, Los
Pollos Hermanos e poi le frasi tormentone, quante volte avreste voluto
ringhiare a qualcuno «I am the danger» (la scena con cui Cranston è diventato Bryan
“Più grande attore del mondo” Cranston), oppure i vari «Yo Bitch!» di Jesse. La
verità è che dopo “Breaking Bad” tutte le altre serie sembrano più piccole, di
qualità minore, di sicuro non pure come questa al 99,1%.

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