
Giù dalle brande avanzi di galera! Oggi il direttore ad interim della Bara sarà Quinto Moro e vi concede un’ora d’aria.

Il filone carcerario ha sempre fatto grande il cinema, ma la fama di Brubaker negli anni è stata in parte oscurata da un film un pelo più famoso uscito l’anno prima e di cui potreste aver sentito parlare. L’unicità di Brubaker sta nel suo essere più che un dramma carcerario ben scritto, più che un film di denuncia e un po’ meno di un documentario.
Il 90% di quanto si vede nel film è la ricostruzione di eventi reali, parola del criminologo Thomas Murton alla cui storia è in gran parte ispirato. Murton sul finire degli anni ’60 era stato mandato a riformare il sistema carcerario dell’Arkansas dal governatore riformista di turno, finendo silurato nel giro di un anno per aver fatto troppo bene il suo lavoro. Murton aveva scoperchiato, oltre al vaso di pandora di un sistema di corruzione e schiavismo, pure qualche bara dei morti ammazzati e occultati nei campi di lavoro.

Il film ripercorre per sommi capi la vicenda di Murton, schivando la critica più comune ai film tratti da storie vere, cioè l’essere troppo romanzati. Qui si va in direzione contraria, tutta la sceneggiatura è incentrata sul racconto di un sistema, senza scendere troppo a fondo nei personaggi, senza momenti di stanca o di alleggerimento, né introspettivi. Le poche scene che esplorano il lato più umano dei detenuti sono sempre funzionali a raccontare le storture del sistema. Strano ma vero, ci viene risparmiata la relazione romantica tra Redford e la gonnella di turno, l’ottima Jane Alexander, che interpreta la politicante progressista al soldo del governatore, e fa da contrappeso all’impetuoso carattere del protagonista.
Di Henry Brubaker non sappiamo nulla, né del suo background, né dei suoi rapporti con chicchessia, e pure l’elemento all’apparenza più romanzato, il nuovo direttore che si spaccia per detenuto così da capire come vanno le cose – un “Undercover Boss” ante litteram – è ispirato al vissuto di Thomas Mott Osborne, che lo fece sul serio negli anni ’10.

Per rendere appetibile un film così politico serviva un volto di primo piano, tanto che la produzione puntava a Paul Newman, che sul finire degli anni ’70 era un tantino impegnato e declinò, come pure Jack Nicholson. Restava però un nome spendibile in un film di denuncia sociale, quello di Robert Redford, perfetto per un duro dal cuore d’oro idealista e testardo.
La 20th Century Fox aveva messo il progetto nelle mani sapienti di Bob Rafelson, uno della New Hollywood poco incline all’ingerenza degli studios, abituato com’era a fare di testa sua come produttore (Easy Rider) e come regista (Cinque pezzi facili). Dopo aver chiesto e ottenuto il pieno controllo creativo sul film, una settimana dopo l’inizio delle riprese Rafelson per poco non gonfiò di botte un dirigente venuto a fargli le pulci sul set, principalmente per il ritardo già accumulato rispetto alla tabella di marcia. Dopo aver sbattuto un po’ il produttore – sogno bagnato di ogni regista – Rafelson venne licenziato in tronco e siccome era più cazzuto lui del cavaliere nero nella barzelletta di Gigi Proietti, fece pure causa alla Fox per 10 milioni di dollari, ottenendo $oddisfazione. Ci avrebbe poi pensato l’amico di una vita, tale Jack Nicholson, a farlo rimontare in sella con un nuovo progetto per non finire scomunicato da Hollywood, ma questa è un’altra storia. Brubaker passò così nelle mani di Stuart Rosenberg, uno che sapeva il fatto suo in tema di film carcerari.

Attraverso gli occhi del novello carcerato Stan Collins (Redford sotto mentite spoglie) veniamo introdotti al campionario di schifezze del sistema carcerario: detenuti torturati e sfruttati come forza lavoro a costo zero, a favore di un microcosmo economico e politico alimentato dalle fattorie intorno al penitenziario. La corruzione eretta a sistema coinvolge ogni aspetto della vita in gabbia, dal taglio di capelli al rancio. La prima mezzora è una fiera di prevaricazioni d’ogni forma e tipo, il tutto sotto gli occhi attenti di Collins/Redford che parla pochissimo ma osserva tutto.
La regia di Rosenberg è solida, ad orologeria, non enfatizza e non ripulisce niente dello squallore che trasuda da ogni inquadratura, dai vermi nella zuppa, alle frustate e agli stupri. Alla mezzora il colpo di scena, in un teso confronto con un giovane Morgan Freeman che sbrocca, chiedendo solo un po’ di r-i-s-p-e-t-t-o, Collins finalmente si rivela come Henry Brubaker, il nuovo direttore del carcere chiamato a sostituire quello vecchio e corrotto.

Il secondo atto non perde niente dell’energia iniziale, anzi si rinnova. Quello di Brubaker non è l’esercizio di un piatto moralismo, del giusto che ha tutte le soluzioni. C’è una costante ricerca di comprensione dei fenomeni, che passa da vari livelli per ciascun atto del film: le dinamiche tra i detenuti, quelle tra il carcere e il sistema imprenditoriale, quelle della politica all’esterno. Che poi sono anche i tre livelli di potere che si reggono a vicenda: brutalità fisica, interesse economico, influenza politica.
A differenza di altri drammi carcerari non abbiamo i secondini cattivi, ma detenuti cosiddetti “affidabili” che sorvegliano e vessano gli altri, fanno parte del sistema e remano contro condizioni più umane per tutti.
Nonostante la ricostruzione di eventi reali, non c’è il classico sviluppo da film d’inchiesta con la scoperta degli omicidi all’apice. Essendo l’elemento che suscitò maggior clamore mediatico nella vicenda reale, sarebbe stato anche logico usarlo come base per la sceneggiatura. Invece i morti sono “solo” l’elemento di rottura, quello su cui la morale di Brubaker non può scendere a compromessi, portando all’inevitabile rottura finale.

Il film è recitato alla grande, Redford era all’apice di un decennio di successi irripetibile e sguazzava nei panni del giusto contro il mondo. Anche il resto del cast è azzeccatissimo, con le facce giuste per ogni ruolo, specie per gli “affidabili”, quasi maschere il cui aspetto e sguardo esprimono tutto: vale per il buon Yaphet Kotto, il paraculo Matt Clark, il sornione Joe Spinell, il giovane duro David Keith, lo spigoloso Everett McGill. Ogni faccia un carattere.
I politicanti sono viscidi, ben vestiti e ottusi come da copione, ed oggi li trovo meno macchiettistici di quanto non mi sembrassero in passato: Brubaker ha un contraddittorio per quasi tutto il film, e se da un lato le reazioni al suo operato sono tipiche del sordo che non vuol sentire, colpisce che siano della stessa retorica di bassa lega cui siamo abituati nel dibattito politico odierno. Almeno quando sono i detenuti a doversi organizzare ci regalano il più memorabile e sentito discorso elettorale della storia: “io considero un onore mettere da parte tutto il mio odio per voi disgraziati coglioni e cercare di aiutarvi!”

Al di là del contenuto, “Brubaker” si lascia apprezzare per il ritmo e la confezione solidissima, le musiche di Lalo Schifrin e soprattutto le scenografie. La fittizia prigione di Wakefield era un vero carcere dismesso e sgarrupato, reso ancor più vero da quella fotografia vivida e “granulosa” tipica delle pellicole anni Settanta. Val la pena di aprire la parentesi sul perché, se quasi tutto è storia vera, Hollywood non ce l’abbia venduta come un’edificante rivincita, cambiando nomi di personaggi e luoghi: per evitare cause di diffamazione da parte di istituzioni che – coinvolte in modo più o meno diretto – non volevano essere raccontate per quello che erano, con tanto di diffide preventive che fecero cambiare la sceneggiatura in corso d’opera.
Se da un lato la vicenda di Murton innescò un caso giudiziario che mise sotto accusa un intero sistema e mosse l’opinione pubblica, il film non ne cavalca affatto l’onda, anzi. Nel film non c’è niente di davvero edificante, l’apparizione di Brubaker è poco più che un’ora d’aria in un sistema asfissiante. All’uomo giusto non resta nemmeno la vittoria morale, solo il riconoscimento delle buone intenzioni in un finale che ha un che di romantico, ma resta dannatamente amaro.

Ringrazio Quinto Moro per aver disseppellito questo filmone e reso omaggio a Roberto Fordrossa come il biondo merita, vi invito a scoprire i suoi racconti cliccando QUI.


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