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Bruiser (2000): Date ad un uomo una maschera ed egli vi dirà la verità

Quanto è ignorante intitolare un post con una citazione del
leggerissimamente inflazionato Oscar Wilde? Ma il film di oggi è controverso,
quindi tanto vale giocarsi il tutto per tutto nel nuovo capitolo della rubrica…
Lui è leggenda!

Lo abbiamo visto nel corso di questa rubrica, gli anni ’90 di
George “Amore” Romero, sono stati estremamente complicati, dopo aver visto
sfumare tutto il lavoro fatto per Resident Evil, la Leggenda ha diretto poco o
niente, “Bruiser” è il suo primo film dopo sette lunghi anni, da quel La metà oscura che ancora oggi è
considerato ingiustamente una cosetta di poco conto.

Romero ha sempre faticato a trovare finanziatori per portare
sul grande schermo le sue idee e i cinque milioni di ex presidenti spirati
stampati su carta verde, ricevuti da Canal+ devono essergli sembrati la Manna
dal cielo dopo sette anni d’inattività forzata.
Con un pugno di dollari la Leggenda non si perde d’animo e
sforna “Bruiser”, vorrei potervi dire che si tratta di un’opera eccezionale, ma
purtroppo non è così, anzi insieme al suo segmento di Due occhi diabolici e
poco altro, è uno dei lavori meno riusciti del grande regista, ma non per questo
privo di personalità, cioè, in realtà il protagonista è privo di personal… Oh,
sentite! Ora lo vedremo in dettaglio, ok?

Finalmente spuntano i mitologici occhialoni di George “Amore” Romero!

L’inizio è notevole, Henry Creedlow (Jason Flemyng) si
sveglia, fa le flessioni, la doccia, la barba e sogna di spararsi in testa.
Insomma, un normale lunedì mattina, solo che tutto è inquadrato a distanza
ravvicinatissima da Romero, come se il protagonista non avesse un volto, almeno
finché non sogna di farselo saltare in aria con la Beretta, anticipando un tipo
un po’ matto alla radio, che nell’ignoranza generale decide di fare lo stesso
in diretta, in una trovata che in qualche modo ricorda un po’ le telefonate radiofoniche di Martin.

Henry ha una bella casa, in costruzione, con i costosi
lavori che sembrano non finire mai. Una bella moglie che lo tradisce con il
suo capo. Un cagnolino, amorevole come un dito in un occhio, per non dire in un
altro posto. Degli amici che gli dicono «Dovresti proprio stare più attento» e
intanto pensano «Sto cojone…». Un conto in banca, perennemente in rosso. Ma
anche un lavoro presso la rivista di moda “Bruiser”, dove il suo capo è uno
stronzo patologico, un uomo di merda da primato olimpico. Insomma, è il tipico
signor nessuno che per citare un titolo minore di Carpenter: “Era già invisibile prima di diveltarlo davvero”.

“Ho una vita di merda? Puoi dirlo forte!”.

“Bruiser” per certi versi è una specie di “Fantozzi” (1975),
però diretto da George A. Romero, quindi con satira pungente al posto della
commedia più spiccia, ma mantenendo per certi versi il tono grottesco della
vicenda e con molta più emoglobina e morti ammazzati, ecco. Anche Henry fa dei
“sogni mostruosamente proibiti” (passatemi la citazione), dove fantastica di
punire tutti quelli che lo trattano male, un po’ come Hal Holbrook che sognava
di uccidere Adrienne Barbeau in Creepshow,
ma con dei flashback molto più smarmellati, forse perché al montaggio Romero
non può più contare sul suo fidato Pasquale Buba e la cosa si nota abbastanza.

Ma per ogni ragioniere Ugo Fantozzi ci vuole un Mega
direttore galattico che per Henry è Milo Styles, il direttore della rivista di
moda per cui lavora “Bruiser”, uno che ha due cose fisse in testa, la seconda è
spadroneggiare come un semi Dio in terra sui suoi collaboratori.

Ad interpretarlo è quel mito di Peter Stormare, uno che sa
come andare sopra le righe e portare a casa il risultato, ma qui (e lo dico per
voi) riscrive completamente tutto il concetto di recitazione sopra le righe,
impersonando un personaggio che definire schifoso è poco, uno che oltre ad
essere sgradevole non pensa ad altro che ad orizzontalizzarsi colleghe e modelle,
in una prova di recitazione che fa sembrare il Jordan Belfort di Leonardi Di
Caprio in “The Wolf of Wall Street” (2013) educato e posato, come uno di quelli
che ti ferma per strada per chiederti se hai già accolto la parola di Dio nella
tua vita.

“Come si chiama questo blog che scrive di me? La bara volante? Ma non sono ancora morto!”.

“Bruiser” è storicamente un film maltrattato e considerato
senza non poche ragioni uno dei peggiori di Romero, ho sempre apprezzato molto
il tema di fondo della storia, ma il motivo per cui voglio bene a questo film è
un altro, ovvero la frase di Peter Stormare («We make heat!») che è diventata
da tempo un mio tormentone personale, quando mi capita quelle due volte nella
vita di riuscire ad anticipare qualcosa prima che cominci a piacere a tutti,
mi lancio sempre nella mia versione del suo arrogantissimo: «Noi facciamo
tendenza!» (storia vera).

Dopo aver ingoiato merda al lavoro ed aver incassato un
sonoro “Mavattelapesca” (anche se non così edulcorato) dalla moglie che si
getta, anima, corpo e mutande tra le braccia di Milo, Henry è un uomo sull’orlo
di una crisi di nervi, quindi Romero riprende la scena iniziale: flessioni,
doccia, barba, senza mostrare il volto del protagonista, salvo che questa volta
Henry al suo risveglio, un volto non lo ha più davvero, ma solo un’inespressiva
maschera bianca attaccata alla pelle, identica a quella che fa la moglie di
Milo, Rosemary, di cui Henry è invaghito nemmeno troppo velatamente, una
signorina Silvani più carina interpretata da Leslie Hope.

Eletta per due volte consecutive “Miss IV Piano”, corteggiata disperatamente da sette anni.

Qui torna buono il vecchio Oscar, date ad un uomo una
maschera ed egli vi dirà la verità, oppure inizierà ad uccidere impunito, sì,
perché libero dal vincolo della sua identità, impossibile (o quasi) da riconoscere,
Henry può finalmente realizzare le sue fantasie omicide, ad iniziare dalla
signora delle pulizie che gli ruba i soldi da casa e lo insulta pensando che
lui non parli lo spagnolo.

Come sempre nella poetica Romeriana, i veri mostri non sono
quelli che ne hanno l’aspetto, per questo Milo Styles è un personaggio
abbozzato a colpi d’accetta, per risultare grottescamente malvagio (e felice di
esserlo) e poi consegnato nelle mani di Stormare con una sola direttiva, quella
di esagerare. Non sono certi i contenuti o le chiavi di lettura il problema di “Bruiser”
che porta in primo piano un tema che è sempre stato presente in quasi tutti i
film della Leggenda, ovvero la perdita dell’identità.

Cambiare la foto tessera sulla carta d’identità sarà un vero casino.

Un morso di uno dei suoi zombie e non sei più tu, ma parte
di una massa barcollante che si aggira per i centri commerciali, oppure re Billy, in lotta contro l’omologazione del drago sistema per non
perdere l’identità sua e dei suoi compagni. Il tema dell’identità personale è
fortissimo nel cinema di Romero, “Bruiser” esplora con il suo protagonista, i
vantaggi (se così possiamo chiamarli) di una perdita temporanea dell’identità,
senza mai perdere il gusto per la satira contro le istituzioni, come la stampa
che qui viene messa alla berlina.

Trovo significativo che anche Romero abbia nella sua
filmografia un titolo minore, dedicato ad un uomo invisibile che esplora sé
stesso e i suoi istinti (anche i più bassi) nel momento in cui nessuno può più guardarlo
in faccia, oltre al citato film di Carpenter, “Bruiser” potrebbe completare un’ideale
trilogia dell’uomo invisibile insieme a L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven.
Purtroppo “Bruiser” non sbaglia il contenuto, ma la forma,
per assurdo, quando il film dovrebbe entrare nel vivo, incredibilmente si spegne
e sparisce come Henry dietro la sua nuova faccia (come avrebbe detto il Rorschach
di “Watchmen”), se l’omicidio nel country club dell’amico bastardo che ha
rubato soldi ad Henry per anni, è ancora abbastanza riuscito anche grazie ad un
paio di movimenti di macchina da presa di Romero e alle ottime musiche di Donald
Rubinstein, il resto scivola lentamente verso la banalità di un formato piatto,
quasi da film televisivo, tanto che negli Stati Uniti il film è finito dritto
nel mercato dell’home video, trattato peggio del suo protagonista. Considerando
il maltrattamento subito da Romero nel corso della sua carriera, non ci vuole Sigmund
Freud per notare che la fantasie liberatorie di “Bruiser” siano state il film con cui
Romero ha voluto chiudere il suo decennio artisticamente nero degli anni ’90.

“Vado… l’ammazzo e torno” (Cit.)

Con cinque milioni di budget tocca arrangiarsi e se Peter
Stormare cava sangue dalle rape, non si può dire lo stesso del protagonista Jason
Flemyng, attore che non ho mai capito davvero, sarà per i capelli rossi, ma
ogni tanto lo vedete ancora oggi spuntare in qualche film, qui funziona meglio
nella parte dello sfigatello, ma, purtroppo, venendo a mancare un certo carisma
da parte sua e anche una presenza scenica all’altezza, “Faceless” il senza faccia, non ha la
forza per diventare un antieroe così memorabile. Andrea in quello che è uno
dei miei pezzi preferiti di sempre su Malastranavhs, fa notare quanto il rosso non possa nemmeno allacciare la scarpe a
Darkman, non potrei trovare paragone più adatto nemmeno se ci pensassi una
settimana, quindi mi limito a citarlo.

Altrimenti ci arrabbiamo, anzi siamo gia’ arrabbiati.

Temo che a zio George, dopo sette anni relegato in panchina,
mancasse anche un po’ quello che nella pallacanestro si chiama ritmo partita,
alcuni passaggi sono abbastanza forzati, ad esempio, Henry, nascosto dietro la
porta, che sente parlare il detective che indaga sui suoi omicidi (un Tom
Atkins incredibilmente piatto) che, di fatto, gli rivela informazioni che evitano
la sua stessa cattura e portano avanti la trama, è una scelta facilona e non
proprio raffinatissima.

Ma è il terzo atto dove “Bruiser” si sgonfia come un
palloncino bucato: la grande festa organizzata da Milo dovrebbe essere il
grottesco teatro dello scontro finale tra il “buono” (chiamiamolo così) e
quello che, invece, è decisamente cattivo, tanto che alla festa in maschera, Peter
Stormare indossa un costume da diavolo, tanto per mettere lì un simbolismo
velato, quasi suggerito direi.

Metafore sussurrate, quasi accennate.

Purtroppo, della scena della festa, quello che si ricorda è
più che altro la presenza dei Misfits che con il loro look portano un po’ di
colore e anche un paio di pezzi musicali, il tutto in cambio di un video musicale
diretto da George A. Romero, come abbiamo già visto nel dettaglio.

Oh oh oh oh, If looks could kill then death would be my name.

Il travestimento di Henry dovrebbe renderlo una sorta di
fantasma del palcoscenico, ma dimenticatevi Brian De Palma perché lo scontro
tra lui e Milo si risolve in maniera quasi anticlimatica, non ho mai capito
perché dei perfetti sconosciuti presenti alla festa, dovrebbero rispondere all’ordine
di un tizio con maschera bianca ed impegnarsi così tanto a legare Milo come un
salame e per quanto la frase «Noi facciamo tendenza» mi piaccia tanto, il finale
non riesce ad essere così beffardo per Milo (e soddisfacente per lo spettatore)
come avrebbe potuto.

L’ultima scena, con tanto di versione punk di “Take on me” è
gustosa, perché un collega o un datore di lavoro stronzo lo abbiamo conosciuto
tutti nella vita, quindi un ghigno beffardo il finale almeno te lo strappa, ma
lascia con l’amaro in bocca perché mette in chiaro che con un po’ più di budget
e ispirazione in più, “Bruiser” avrebbe potuto essere un fumettone violento,
liberatorio e con delle cose da dire, mentre, purtroppo, le buone idee presenti
nel soggetto perdono la loro forza con il passare dei minuti.
George A. Romero (ormai lo sapete che la “A” sta per amore,
no?) è stato bistrattato per tutta la carriera, gli anni ’90, in particolare, per
lui sono stati, artisticamente parlando, un martirio, ma la riscossa era dietro
l’angolo, la strada era tracciata, i suoi amati “Blue collar monsters” stanno
per tornare sui loro lenti passi, tra sette giorni qui, saremo ancora in
missione per conto di zio George!
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