
Horror e campeggio, una lunga storia, anche d’amore, nel senso proprio sessuale del termine, tranne per me, l’unica volta che sono stato in campeggio, lo ricordo come un’esperienza Horror che mi ha fatto amare ancora di più gli alberghi (anche se infestati), però è inutile negarlo che gli Horror estivi pieni di adolescenti con gli ormoni che fanno le sgommate siano un filone aurifero per il genere, così come il legame con un altro filone, quello Queer.
Se il genere Slasher lo ha inventato Mario Bava con Reazione a catena (di cui qualche eco riecheggia anche qui) è impossibile non ricordare il padre (o madre?) dei Serial Killer, ovvero Norman Bates, per poi affrontare tutta la questione del cambio di genere ante litteram ne Il silenzio degli innocenti e se volessimo essere precisi anche la “bionda” di Vestito per uccidere oppure titoli base come Sleepaway Camp, forse il film chiave per decriptare questo nostro soggiorno a “Camp Miasma”, il cui chilometrico titolo italiano rivaleggia con l’originale “Teenage Sex and Death at Camp Miasma”.

Alcuni film ti fanno pensare «Ok, questo è uno slasher», altri invece ti fanno sorgere il dubbio «Ok, questo è uno slasher, però qualcuno ha lasciato una copia di Videodrome, un manuale di teorie Queer e un vibratore a portata di mano», questa libertà creativa, un po’ indie ci dà il suo benvenuto a “Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte”, il nuovo film di Jane Schoenbrun, regista di I Saw the TV Glow, che dopo averci spiegato quanto può essere pericoloso innamorarsi di una serie televisiva anni ‘90 ha deciso di fare un passaggio successivo, prendere lo slasher da campeggio, scuoterlo energicamente e vedere quante cose riescono a cadere fuori dalle sue tasche.
Ma prima facciamo un passo indietro, perché se siete cresciuti a pane, VHS e adolescenti che vengono inseguiti nel bosco da un tizio con una maschera, “Camp Miasma” parte da una roba semplicissima: c’è un vecchio franchise horror chiamato, appunto, “Camp Miasma”, c’è un assassino chiamato Little Death e c’è un campeggio dove negli anni ‘80 si sono consumate abbastanza morti violente da far chiudere qualsiasi struttura ricettiva seria per sempre. L’assassino, un piccoletto che indossa una presa d’aria sulla testa a mo’ di maschera ha scatenato i fan, che già lo chiamano Air Vent Man, ma il suo nome ufficiale è molto più interessante, lasciatemi l’icona aperta, intanto vi dico che la soggettiva in cui vediamo l’assassino fare una strage, è una delle scene più divertenti del film.
Little Death è il classico mostro da slasher che potete mettere comodamente nel catalogo “parenti poveri di Jason Voorhees”, maschera inquietante, lago, adolescenti, omicidi e quell’aria generale da persona che non ha mai partecipato a un corso di gestione della rabbia, ma su tutto Jane Schoenbrun spennella due mani di vernice (rosa) tirando fuori una lettura meta-narrativa, come per I Saw the TV Glow, risultato? Vi ricordate quella scemenza moscia di “The Final Girls” (2015)? Ecco questo è il “The Final Girl” giusto, quello fatto come si deve.
La giovane Kris, interpretata da Hannah Einbinder, viene incaricata di riportare in vita il franchise, il problema è che Kris non vuole semplicemente fare il solito remake con qualche personaggio nuovo, una spruzzata di “inclusività” e il solito dirigente di studio che pronuncia la parola “woke” come se stesse evocando Satana. Lei vuole capire il film originale e, per farlo, va a cercare Billy Presley, la final girl del primo Camp Miasma, oggi ritirata a vivere proprio nel campeggio dove tutto ebbe origine, stile “Viale del tramonto” (citato apertamente) ma Horror ed io ve lo dico, Billy è Gillian Anderson, perché si è capito che Jane Schoenbrun è cresciuta con i telefilm degli anni ’90 come noi.

Qui, potrei dire anche contro i miei interessi, che potete smettere di leggere e andare al cinema, perché Gillian Anderson che vive da eremita in un campeggio abbandonato, con l’aria di una persona che potrebbe raccontarvi un segreto oppure uccidervi con una forchetta, è esattamente il genere di casting che mi rende felice di essere vivo.
La cosa bella è che Schoenbrun non usa il vecchio Camp Miasma semplicemente come film dentro il film, lo usa come una specie di incubatrice, un posto dove tutte le cose che il cinema horror ha accumulato negli anni – sesso, paura, adolescenza, violenza, desiderio, morte, corpi, maschere, final girl e adolescenti che evidentemente non hanno mai sentito parlare del concetto di “non andare nel bosco da solo” – continuano a fermentare.
Tra le due donne si crea una chimica interessante, perché Kris arriva con la testa e Billy invece arriva con il corpo, Kris conosce il genere, lo studia, lo analizza, vuole smontarlo e capire cosa ci sia di sbagliato nei suoi meccanismi, Billy invece lo ha vissuto sulla propria pelle. Una sa parlare dello Slasher, l’altra è stata dentro lo Slasher, se poi parliamo di corpo, c’è tutta la questione del cambio di genere dei personaggi che ribadisco, fa parte del filone Slasher da campeggio almeno dal 1983, non è un piatto cucinato con il Woke contemporaneo.

Le due finiranno per avvicinarsi, prima artisticamente, poi umanamente, poi diciamo che Jane Schoenbrun non ha intenzione di farci credere che il cinema horror sia soltanto un esercizio intellettuale, c’è anche il sesso, anzi, c’è parecchio sesso perché è parte del filone ormonale Slasher. Ora, siamo tutti grandi, vaccinati (non si offendano i No Vax è un modo di dire), donne e uomini di mondo, lo sapete tutti che i francesi, con petite mort, la “piccola morte”, si riferiscono all’orgasmo, Schoenbrun prende questa idea e la mette dentro uno slasher, facendone il nome del suo killer, Little Death, quindi ogni volta che qualcuno viene ammazzato da Little Death possiamo anche chiederci se stiamo guardando un omicidio oppure una versione decisamente poco salutare del risveglio sessuale, la risposta, naturalmente, è: entrambe le cose.

Lo Slasher è da sempre un genere ossessionato e guidato dal sesso, ragazzi che fanno sesso e muoiono, ragazze che mostrano il corpo e muoiono, adolescenti che trasgrediscono e muoiono, la final girl sopravvive perché, secondo una vecchia e discutibilissima grammatica del genere, ha imparato a stare alla larga da tutto quello che rende divertente la vita. Schoenbrun prende questa regola e domanda: e se il sesso non fosse il peccato che precede la morte, ma una parte della scoperta di sé? E se il corpo che lo Slasher ci ha insegnato a guardare come oggetto potesse finalmente diventare un corpo che guarda, desidera e decide?
Ovviamente c’è da affrontare tutta l’impalcatura, storicamente maschile, che ha sostenuto il genere per anni, imponendo un certo utilizzo dei corpi femminili (possibilmente nudi) nei film, per godersi (ho trovato il verbo giusto mi sa…) questo “Camp Miasma” bisogna avere presente che lo Slasher ha sempre avuto una relazione piuttosto strana con l’identità, il mostro è quasi sempre “l’altro”, quello diverso, quello che non rientra nella norma, quello che ha un corpo, un’identità o un desiderio che il mondo normale non sa dove mettere.
Un titolo che ha fatto esplodere questa cosa in faccia allo spettatore è proprio Sleepaway Camp, ancora oggi un oggetto bizzarro, rozzo, pieno di difetti e con un finale che non ha eguali per livello di sorpresa. Dentro quel film targato appunto 1983, c’è già una domanda che “Camp Miasma” raccoglie e porta molto più avanti: che cosa succede quando il mostro e la persona che dovrebbe essere il mostro non coincidono più?

Schoenbrun prende quell’ambiguità e la trasforma, non le interessa più soltanto lo shock, le interessa il modo in cui il cinema ha costruito per decenni l’idea di “diverso” attraverso il mostro, e allora Little Death diventa qualcosa di più di un assassino. Una creatura nata dall’immaginario, dal trauma, dal desiderio, dalla vergogna, dal cinema e, alla fine, anche dalla nostra voglia di continuare a guardare, come facciamo noi quando una vittima in uno Slasher corre inseguita in un bosco dall’assassino.
“Camp Miasma” porta avanti molto bene la poetica di Jane Schoenbrun, perché già in I Saw the TV Glow il problema era quello: che cosa succede quando un’immagine smette di essere soltanto un’immagine e comincia a dirti chi sei? Qui la televisione viene sostituita dal cinema horror, ma il meccanismo è praticamente molto simile, prima guardi il film, poi il film guarda te e, a un certo punto, non sai più molto bene da che parte dello schermo ti trovi. Ed è una delle cose che Schoenbrun sa fare meglio, trasformare la cultura pop in una specie di specchio deformante, non guardiamo soltanto “Camp Miasma”, guardiamo il modo in cui abbiamo imparato a guardare gli horror, quindi il film diventa contemporaneamente omaggio e presa per il culo.
Naturalmente Hollywood arriva, perché Hollywood con le sue regole pensate a tavolino arriva sempre, e quando arriva porta con sé i dirigenti che vogliono trasformare ogni cosa in un prodotto vendibile, compresa la trasgressione. Il film prende in giro proprio questo meccanismo, l’industria che scopre una soggettività marginalizzata e immediatamente pensa: “Bello! Possiamo farne un franchise?”.

Qui Schoenbrun fa una cosa piuttosto perfida e riuscita, perché “Camp Miasma” parla di Queer horror, di identità e di liberazione, ma non si fida nemmeno troppo della versione “istituzionale” di queste cose. Non basta cambiare due personaggi e aggiungere un cartello con scritto INCLUSIVITÀ, perché il cinema di genere è sporco, fisico, carnale, ma anche pieno di pulsioni che non puoi mettere ordinatamente dentro una presentazione PowerPoint, insomma la cosa più Queer di tutte, non essere facilmente catalogabile. Che nel cinema si traduce con una libertà creativa, uno spirito Indie che è sempre più difficile da trovare.
A differenza di I Saw the TV Glow, che aveva quella malinconia da “ho passato vent’anni a fissare una cosa che mi ricordava chi avrei potuto essere”, “Camp Miasma” è molto più divertito, un film che ha voglia di giocare, a volte anche troppo. Il terzo atto spinge il pedale del meta-horror, del corpo che si apre, delle immagini che diventano carne e della carne che sembra voler uscire dallo schermo, e Schoenbrun arriva vicino al punto in cui il film rischia di mangiarsi da solo.
Ma forse è inevitabile, perché se hai passato un’ora e mezza a parlare del confine tra cinema e vita, prima o poi devi far esplodere quel confine. “Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte” è il film più esplicitamente horror di Jane Schoenbrun, ma anche quello in cui la sua ossessione per l’immaginario pop diventa più carnale, dopo aver trasformato la nostalgia televisiva in una storia sull’identità, qui prende lo Slasher e gli chiede cosa ci abbia sempre raccontato, magari senza saperlo, sul desiderio, sul corpo e sulla paura di essere diversi.
La risposta è abbastanza semplice, lo Slasher ha sempre parlato di sesso, ha sempre parlato di corpi e ovviamente anche di adolescenza, insomma a suo modo ha sempre parlato della paura di diventare qualcosa che non riconosciamo. Solo che per decenni lo ha fatto usando un tizio con una maschera che arriva dal lago e ammazza gente, ora è arrivata Jane Schoenbrun e ha deciso di chiedergli: E se il vero mostro fosse il fatto che non ci hanno mai lasciato essere noi stessi?
Il tizio con la maschera, comprensibilmente, non ha risposto, probabilmente stava ammazzando qualcuno, giusto così, perché alla fine “Camp Miasma” non vuole guarire o aggiustare l’horror, un genere che ormai è chiaro a tutti (lo dico da anni) sta benissimo, al massimo vuole sfruttarne la libertà, darne un po’ ai suoi personaggi perché ne godano, e anche qui, mi sa che ho utilizzato ancora l’unico verbo giusto per questo film.


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