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Candyman 2 (1995): l’inferno nello specchio

Posso resistere a molto, ma non all’occasione di trattare qualche Horror, se poi si tratta di un seguito poco ricordato, roba mia, l’ultimo compleanno horror del 2025.

“Candyman 2 – Farewell to the Flesh” compie trent’anni e, a distanza di tempo, rivela la sua natura bifronte, seguito di un classicone, ma anche tentativo coraggioso di espandere un mito che, già nel 1992, aveva lasciato un segno indelebile. Non è un film perfetto, non aspira a esserlo, e forse proprio questo gli conferisce una certa forza nonostante i compromessi produttivi, mantiene intatta la sua inquietudine, la sua capacità di trasformare la leggenda in carne e sangue. E miele, ma su questo più avanti ci torneremo.

Tony Todd torna nei panni del personaggio che lo ha reso un’icona, no dico, brutto?

Se il primo Candyman giocava con la paura della leggenda urbana che diventa reale, qui la storia ci porta tra le strade di New Orleans e l’ambientazione non è più semplice scenario, ma proprio quella giusta per una storia piena di carne, colore, odori, e soprattutto memoria. Le origini di Daniel Robitaille – il Candyman – ci vengono svelate in maniera più diretta: figlio di schiavi, vittima di un atroce delitto durante la guerra civile, la sua maledizione nasce dalla violenza dei privilegiati e dalla loro incapacità di fare i conti con il passato. La città stessa sembra piegarsi sotto il peso di queste memorie, con il carnevale che, paradossalmente, accentua il lato tragico del mito.

Come al solito, il mai abbastanza compianto Tony Todd sugli scudi!

Bill Condon alla regia prende in mano una materia complessa: un sequel delicato, che doveva rispettare le attese dei fan del primo film e al contempo raccontare qualcosa di nuovo. La produzione aveva completamente ignorato le idee del regista originale, Bernard Rose, imponendo un colpo di spugna creativo, come succede spesso con molti horror la “mitologia” è sempre un concetto ballerino. Eppure, nonostante queste premesse, il film fa il suo per l’intensità con cui sviluppa il personaggio di Candyman, Tony Todd torna a incarnare la figura tragica e spaventosa dell’antieroe nero, con lo sguardo carico di dolore, vendetta e, incredibilmente, una forma di romanticismo tutta sua.

«Solo una spuntatina, grazie»

Al centro della vicenda troviamo Annie (Kelly Rowan), insegnante di arte che, per salvare il fratello da un’accusa di omicidio, evoca il Candyman pronunciando il suo nome davanti allo specchio. Kelly Rowan prova a reggere il peso della storia, e se è inevitabile che faccia rimpiangere la presenza magnetica di Virginia Madsen nel primo film, non manca di dare dignità al suo personaggio, cercando di reggere il confronto con la leggenda incarnata da Todd. Molto più convincente, invece, è Veronica Cartwright nei panni della madre, vera signora del Sud, una donna con qualcosa da nascondere, con un passato che trasuda mistero e sospetto. Cartwright, che di urla (nello spazio e non solo) se ne intende, riesce a infondere al film quella tensione familiare, quella nota di inquietudine domestica che bilancia la violenza urbana di Candyman. La madre diventa così simbolo di segreti e colpe, di una tradizione che opprime e insieme protegge, e Cartwright ne è perfettamente all’altezza.

«Mamma, non ricominciare a raccontare di quando eri a bordo della Nostromo eh!»

Il film diventa un horror romantico, dove l’amore e la violenza convivono, dove il passato non è mai davvero passato, e dove la memoria collettiva e la coscienza individuale si confrontano in maniera dolorosa. Non sorprende che i bersagli dell’omicida siano quasi esclusivamente bianchi: qui il film si fa radicale, mostrandoci la cattiva coscienza di un paese che non ha mai realmente affrontato le proprie colpe. Se poi consideriamo che tutto è diretto da Bill Condon, prima di perdersi dietro a “Twilight”, altri tempi!

Ogni apparizione di Candyman diventa un piccolo rito, una danza macabra tra passato e presente, tra leggenda e realtà. Eppure, come spesso accade negli horror anni ’90, il film è anche un divertimento per gli occhi e per i nervi, scene gore calibrate, tensione crescente e sequenze che comunque si rifordano, con l’uncino che appare e scompare tra ombre e specchi, insomma solido mestiere.

Guardare “Farewell to the Flesh” oggi significa anche riflettere sul cinema stesso, sulla difficoltà di produrre sequel all’altezza degli originali, e sulla maniera in cui Hollywood degli anni ’90. La differenza si nota, perché non siamo ancora ai livelli eversivi di un Candyman del 2021, ma c’è qui un tentativo di dare forma a un eroe tragico, un Dracula afroamericano che porta con sé il peso del passato e lo riversa sul presente. Non a caso, il film oscilla continuamente tra la leggenda e la storia, tra il mito romantico e il racconto horror, anche se vi devo riportare la domanda furba della Wing-woman: ma se è fatto di miele ed api, perché si chiama Candyman? Perché non Beeman o Honeyman? Meditate gente, meditate!

Trent’anni dopo, “Candyman 2” resiste, non come super filmone perfetto o sequel da manuale, ma come testimonianza viva di un’epoca, di un genere e di una leggenda che ancora oggi sa affascinare, spaventare e far riflettere… Ok, questa freddura è troppo anche per me!

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