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Candyman (2021): devi parlare di me a tutti i tuoi amici…

Mi sono sempre posto delle domande di tipo pratico legate al
personaggio di Candyman, ad esempio, se qualcuno – con gusti musicali
particolarmente discutibili – decidesse di canticchiare un pezzo di Christina Aguilera la mattina, facendosi
la barba allo specchio, finirebbe per essere trucidato da Candyman? Detto
questo, il nuovo Candyman comincia con il tema musicale di Willy Wonka,
dimostrazione che lo sceneggiatore Jordan Peele, la regista Nia DaCosta e il
vostro amichevole Cassidy di quartiere (in questo caso il Cabrini-Green), hanno tutti e tre lo stesso senso dell’umorismo
(nero).

Ma mettendo da parte per un attimo le mie caSSate, Candyman di Bernard Rose è un oggettino
strano, potremmo considerarlo un po’ invecchiato, ma a livello di contenuti è
un film unico, imprescindibile per certi versi, in un modo che noi, abitanti di
uno strambo Paese a forma di scarpa, non potremmo nemmeno arrivare a capire in
pieno. Per approfondire l’argomento, vi consiglio il bellissimo documentario
prodotto da Shudder intitolato “Horror Noire: A History of Black Horror” (2019),
in cui grazie a testimonianze di lusso, tra cui appunto Jordan Peele, il
portavoce della nuova blaxploitation che questo “Candyman” avrebbe dovuto anche
dirigerlo, prima di affidarlo nelle ottime mani di Nia DaCosta, raccontava
l’importanza del film di Bernard Rose e di quanto, presso la comunità
afroamericana, l’uomo nero di Cabrini-Green sia un’icona in un modo che noi
ragazze e ragazzi bianchi, non capiremo forse mai.

Se non lo avete visto merita, davvero un bel documentario.

Esiste un’intera platea negli Stati Uniti, pronta ad
applaudire personaggi “colorati come loro” (parafrasando un film che mi sta molto a cuore), pronta a premiare il Re del Wakanda o gli horror firmati da Peele, infatti nei cinema americani
questo nuovo “Candyman” sta frantumando i botteghini in un modo che post-Covid
sembrava impossibile, in proporzione meglio di Tenet o dello sfortunato Suicide Squad, bello ma sfigato nelle tempistiche di uscita.

Il nuovo “Candyman”, così, senza nessuna distinzione nel
titolo dal film del 1992, si incastra
nel filone dei rilanci, quei seguiti che nascondo con l’intento di cancellare
dalla continuità (e dalla memoria del pubblico) i numeri due e tre venuti fuori
male o molto male, come nel caso di “Candyman 2 – L’inferno nello
specchio” (1995) e “Candyman 3 – Il giorno della morte” (1999).
Un’operazione degna del nuovo Halloween di David Gordon Green, ma patrocinata da Jordan Peele e Win Rosenfeld, autori
della sceneggiatura e da Nia DaCosta, al suo secondo film come regista, ben
pronta a dimostrare tutto il suo talento visivo.

Ha telefonato Adebisi, rivuole indietro il suo berretto.

Batman ha Gotham City, Daredevil difende Hell’s Kitchen, e
la leggenda urbana di Candyman è l’unica forma di difesa per gli abitanti di
Cabrini-Green, che è il quartiere più povero nel poverissimo Southside di
Chicago, un posto talmente disgraziato che infatti è stato riqualificato, ed è
da qui che parte il nuovo “Candyman”, un film in grado di mandare a segno un
sacco di trovate giuste, sbagliandone altre ma con uno scopo preciso, ovvero
quello di seguire la regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma di più!
Infatti per certi versi se volessimo seguire la tediosa moda dei sottotitoli
italiani “spiega film”, quello giusto per questo sarebbe “Candymen – Scontro
finale”.

Cabrini-Green riqualificato sembra uscito dall’ultima
stagione di “Shameless”, un posto che si sta per popolare di artisti,
fricchettoni e supermercati vegani, in cui le leggende urbane sono state
dimenticate, il protagonista è Anthony McCoy (Yahya Abdul-Mateen II), artista che da un pezzo ha messo giù i
pennelli per il dispiacere della fidanzata Brianna Cartwright (Teyonah Parris), che vorrebbe rivederlo
all’opera con i suoi quadri in grado di fare della critica sociale. La
scintilla arriva dal più improbabile e peggio scritto dei personaggi, Troy il
fratello omosessuale di Brianna, interpretato da Nathan Stewart-Jarrett, quello
di “Misfits”, giusto per completare il quadro di un cast uscito dalle serie TV
più disparate.

Ok giuro che non lo dirò, non voglio problemi con Capitan Uncino.

Troy sembra l’omosessuale da barzelletta, in un film che se
fosse stato scritto da sceneggiatori bianchi, immagino avrebbe sollevato un
vespaio (AH-AH Avete capito? Perché è “Candym… Ok la smetto), mentre qui sembra
valere quasi tutto, specialmente la distinzione netta e super didascalica, neri
= buoni, bianchi = CATTIVI, in tale senso il film di Bernard Rose doveva sottostare a dei compromessi ma aveva più
classe, ma lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torneremo.

Troy è il responsabile della tradizione, attraverso il suo
racconto fa conoscere ai protagonisti la leggenda urbana di Candyman, Nia
DaCosta è bravissima nello scegliere di raccontare questi momenti flashback
mettendo su un piccolo spettacolo di ombre e marionette, che sottolinea la
natura onirica del racconto. Un modo brillante per riassumete la trama del film
di Bernard Rose ad una nuova generazione di spettatori, mettendosi in scia ad
essa, per continuarla e rilanciarla. Con
un solo piccolo ma grande “ma”, questa versione della storia sembra il racconto
popolare, dal punto di vista delle persone di colore del film del 1992, mentre
la ascoltiamo, come spettatori sappiamo che il contenuto e i fatti sono
raccontati in modo esatto, ma mancano le motivazioni di Helen (il personaggio
di Virginia Madsen), perché di fatto la storia è diventata patrimonio di chi
ancora la ricorda e la racconta, che poi è il tema di questo film, la volontà
precisa di Jordan Peele, Win Rosenfeld e Nia DaCosta è quella di riprendersi
Candyman per restituirlo ai legittimi proprietari.

Anthony rientra così a far parte del cliché (abusato dal
cinema horror anche recente)
dell’artista consumato dalla sua ossessione per l’arte e nella fattispecie, per
Candyman. Nelle sue indagini sull’uomo nero che regala caramelle di
Cabrini-Green, l’artista conosce William Burke (Colman Domingo), uno dei pochi
ad aver visto Candyman nel bel prologo del film, quello che riporta in scena
per pochi secondi (anche troppo pochi) Tony Todd con cappotto e uncino, un ritorno reso breve dalla trama ma
intensissimo dallo stesso Todd, che se la gioca tutto sull’inquietudine più che
sull’imponenza fisica del suo personaggio come succedeva nei film precedenti.

Quando dicevano di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, parlavano di lui!

Quello che segue è molto canonico ma anche spiritualmente
molto in linea con il film del 1992, Nia DaCosta a cui il talento visivo non
manca affatto, è molto brava ad imprimere al film lo stesso ritmo sospeso, che
per certi versi ricorda alla perfezione l’originale di Bernard Rose. 91 minuti che in certi momenti sembra durate molto di più e in altri, avrebbe
forse davvero avuto bisogno di una ventina di minuti aggiuntivi per approfondire qualche
passaggio. Insomma a livello di trama e ritmo, il nuovo “Candyman” è davvero
figlio dell’originale anche grazie alle ottime musiche di Robert Aiki Aubrey
Lowe, tutte elettronica e ritmi volutamente asimmetrici, in grado di far
percepire qualcosa di sbagliato allo spettatore, senza dimenticarsi in un
momento chiave, di citare anche il tema di Philip Glass, sarebbe stato un
sacrilegio non farlo considerando la sua bellezza.

Continuiamo con i lati postivi del film? Allora Nia DaCosta
si merita un paragrafo tutto per lei. Non ho visto il suo film d’esordio, ma
qui la regista è davvero brava a far valere gli specchi, forse anche più di
quanto succedeva nel film del 1992, d’altra parte come dicevo lassù, se non per
lanciare una sfida di coraggio ad una leggenda urbana, perché qualcuno dovrebbe
voler evocare Candyman ripetendo il suo nome allo specchio cinque volte, con il
rischio di venire perseguitato e ucciso? Il film dà valore a questa trovata, la
enfatizza e allo stesso modo Nia DaCosta di riflesso (ah-ah), non fa mancare
mai uno specchio in ogni apparizione del nemico del diabete, durante le sue
apparizioni.

“A che piano va?”, “Ehm forse prendo le scale, grazie”

La scena dell’ascensore ricoperto di specchi è una delle
migliori di tutto il film, attenta ad entrare a far parte dei tanti ascensori
da paura del cinema horror e questo, non è certo un primato da poco, tanto di
cappello a Nia DaCosta che però non si ferma qui. Un incontro allo
specchio sembra strizzare l’occhio a Il signore del Male (bene!), mentre anche gli altri omicidi si giocano la
trovata del riflesso per aumentare la tensione, anche se il livello di sangue
e ammazzamenti cala drasticamente rispetto al film del 1992, la violenza
suggerita oppure riflessa, rende le entrare in scena di Candyman e i suoi
omicidi molto più evocativi e ricercati.

Questa vale come citazione Carpenteriana, sapevatelo!

Ad esempio anche quando la trama, in maniera un po’ balorda,
si gioca la scena delle ragazze nel bagno della scuola (una trovata che pare
allungare il brodo della trama per aumentare il numero di corpi lasciati a
terra stecchiti), Nia DaCosta è talmente brava da rendere quella scena così ben
fatta da farci (quasi) dimenticare quanto sia in realtà accessoria allo
sviluppo della storia. Forse a questo Candyman manca quell’atmosfera malsana
tipica delle storie di Clive Barker, ma perché l’obbiettivo è chiarissimo,
bisogna riconsegnare la leggenda e il mito di Candyman nelle mani dei legittimi
proprietari, per farlo vale davvero tutto e voi che dite? Chiudiamo quell’icona
lasciata aperta lassù? Forse è il momento di farlo.

Oy! Ehi ragazze! Ho detto che non voglio casini con Capitan Uncino!

Il nuovo “Candyman” a livello di continuità con il film del
1992, fa davvero un gran lavoro, ogni elemento del primo film ritorna e trova
la sua giusta collocazione nella trama come un pezzo degli scacchi sulla
scacchiera, purtroppo risulta fin troppo manicheo e didascalico in alcuni
passaggi. Vi ho già citato la dubbia rappresentazione dei personaggi
omosessuali (come se l’umorismo di Peele fosse scappato di mano), così come la
netta divisione: nel film sono i bianchi arroganti a combinare casini evocando
Candyman, sono i poliziotti bianchi ad entrare a gamba tesa sparando e
falciando neri, non esiste un singolo personaggio bianco positivo nel film e
posso dirlo? Non mi aspettavo nulla di differente. Mai come ora “Candyman” esce
proprio nel momento giusto, quando le orecchie del suo pubblico di riferimento
sono più tese che mai, chi negli Stati Uniti sta andando a vedere questo film,
lo fa con le immagini di George Floyd negli occhi e questo va capito, anche da
chi si sta lamentando che questo “Candyman” la stia buttando troppo sul
politico, critica da poco se mi è concesso, con Peele di mezzo era più che
legittimo che sarebbe stato così.

Qui da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa, questo
film non sta ottenendo lo stesso successo (in sala eravamo in due, storia
vera), perché semplicemente non abbiamo i trascorsi storici giusti per
comprendere in pieno l’importanza di Candyman, del suo peso specifico nella cultura
popolare afroamericana. Per certi versi il film di Bernard Rose aveva più classe, perché parlava di ultimi degli
ultimi, le persone di colore di Cabrini-Green ovviamente, ma anche la bionda
Helen, che sarà stata più bianca di un fiocco di neve ma era comunque una
reietta nella società da cui proveniva, tanto da cercare il suo posto nel mondo al
Cabrini-Green e tra le braccia uncinate di Candyman.

Inquadrature ricercate e dove trovarle.

Eppure bisogna essere lucidi nell’analisi, lo stesso Bernard Rose ha dovuto accettare dei compromessi per poter dirigere il suo film. Nel
1992 bisognava cercare di presentare una sorta di nuovo Freddy Krueger con api
e uncino, al pubblico di beh, Freddy Krueger, perché le persone di colore con
il tempo hanno reso Candyman uno dei loro prediletti, ma nell’immediato bisognava
convincere i bianchi (a partire dai finanziatori), quindi Helen sarà stata
anche l’ultima degli ultimi nel suo mondo, ma era l’ultima degli ultimi
bianchi. Di fatto incarnava alla perfezione quello che nel documentario “Horror
Noire: A History of Black Horror” (2019), viene definito il “White Savior”, il
salvatore bianco. Infatti trovo estremamente significativo che nel racconto di
Troy della leggenda, il ruolo di Helen sia stato ribaltato rispetto alla nostra
prospettiva, perché la leggenda di Candyman appartiene al pubblico e alle
persone di colore.

Giusto per chiudere la parentesi, La casa nera resta un altro horror fondamentale per la comunità
afroamericana (non a caso Peele minaccia da tempo un remake, storia vera), perché a ben pensarci non aveva nemmeno bisogno del salvatore
bianco. Il nuovo Candyman invece, in certi passaggi non parla al suo
pubblico, URLA! Nel confronto diretto pare perdere in questioni di stile contro
il film di Bernard Rose scadendo nel didascalico, ma lo fa per liberarsi del
salvatore bianco, con la precisa volontà di consegnare il mito di Candyman a chi lo ha sempre compreso in pieno. Da qui in poi vaghi e moderati SPOILER!

Niente male usare le marionette per i flashback.

Guardando il film di Nia DaCosta non ho potuto fare a meno
di pensare a Watchmen, però nella versione di Damon “cioccolatino” Lindelof, da cui guarda caso arriva anche Yahya
Abdul-Mateen II, in un ruolo quasi speculare. Se Lindelof, anche sporcando
parecchio il foglio, voleva mandare un messaggio molto chiaro e contemporaneo,
il nuovo “Candyman” fa la stessa cosa, era legittimo aspettarsi di più da
Peele? Probabilmente, qui sembra che abbia impostato il tutto per poi lasciare
frettolosamente la stanza e il compito ad altri, di portare la palla oltre la
linea di meta. Però per certi versi, complice anche la scelta del protagonista,
questo “Candyman” è quella che oggi definiremmo una storia di origini, di un
super-anti-eroe dalla parte delle persone di colore. D’altra parte quando
guardavamo “Superfly” (1972) o “Shaft il detective” (1971), ci aspettavamo di
vedere bianchi rappresentanti a dovere? Non penso proprio vero?

“Candyman” fa per un’icona Horror quello che la blaxploitation
faceva già negli anni ’70, e lo fa in un momento storico in cui le vite dei
neri contano (occhiolino-occhiolino), quindi se volete la ragione del successo
al botteghino di questo film, negli Stati Uniti più che qui da noi, bisogna
andare a ricercarla qui. Candyman non ha mai smesso di essere l’unica forma di
difesa e giustizia a Cabrini-Green, ed ora che il quartiere non esiste più,
almeno non come lo intendevamo nel 1992, c’è ancora bisogno di Candyman che
lassù o paragonato a Daredevil o a Batman non per caso.

Se non volete temere l’uomo con l’uncino, temete le anticipazioni!

Ora che la storia di Candyman è stata nuovamente raccontata,
dal punto di vista dei suoi legittimi proprietari, l’uomo con l’uncino può
ritornare in scena come faceva Michael Keaton nel 1989, ed è un peccato che nella versione doppiata del film quel «Tell
everyone» (ben “spinto” fin dalla campagna promozionale) sia stato piallato e reso più innocuo, perché di fatto è identico a «Tell
all your friends about me» di Keaton, ci mancava giusto un bel «I’m Candyman» per
completare l’opera. Fine della parte con vaghi e moderati SPOILER.

Insomma ora che la storia di Candyman è tornata ai legittimi
proprietari, sarà divertente vedere come questo potere verrà utilizzato, poi
magari un giorno qualcuno darà una risposta anche al mio quesito su Christina
Aguilera, per ora, più di logica e di testa che di pancia, credo che questo nuovo
“Candyman” abbia il suo perché e che vada visto, credo che vedremo pochi altri film più
contemporanei e al passo con i tempi di questo.

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