
Per tornare sul promontorio (della paura) della nuova versione di “Cape Fear”, ho chiesto aiuto a Rebel Rebel, molto pronta ad affrontare Javier Bardem, lascio la parola a lei, la Bara punta verso “Cape Fear”… Buona lettura!

Per molti amici cinefili le serie TV sono niente più che un sottoprodotto, un surrogato, un cuginastro ricco ma tonto che non può in nessun modo essere posto allo stesso livello del cinema propriamente detto. Non le guardano (almeno così dicono), le schifano e quando confessi che ti sei appassionata a questa o quella e fai le maratone di puntate, ti guardano come fossi una povera bestiolina poco avvezza alla reale bellezza. Addirittura per alcuni esse segnano un declino culturale che ha minato alle fondamenta l’amore per lo spettacolo sul grande schermo annichilendo gli spettatori ad una visione solitaria e divanocentrica di pseudo-film allungati e spezzettati solo al fine di riprodurre dollaroni senza l’urgenza e la libertà creativa dell’arte cinematografica, quella degna e vera. Ecco accolgo le perplessità ma non sono d’accordo. Vedo tanti film e vedo tante serie. Il fine del lucro è scontato per la qualsiasi perché senza il grano non realizzi neanche un cortometraggio in classe prima media e il livello qualitativo dell’opera varia dall’infimo all’eccelso in entrambi i tipi di realizzazioni. Più banalmente considero i due filoni, film e serie, come due tipi di racconto diversi per metodo di rappresentazione e scrittura, come una scultura è diversa da un’installazione artistica o una poesia da un romanzo. Una serie può essere ritenuta anch’essa una forma d’arte? Non saprei dire, rifletto solo sul fatto che come in ogni espressione umana si giudica l’impatto che essa è in grado di avere su chi guarda, legge, sperimenta, vive l’opera.

Terminato lo spiegone, necessario a sgombrare il campo da equivoci, oggi parliamo della miniserie Cape Fear trasmessa quest’estate da Apple TV. Il titolo di per sé è già una mossa di marketing infallibile. Il romanzo di John D.MacDonald, The Executioners (1957, da noi Il Promontorio della paura) era già stato trasposto sul grande schermo una prima volta nel 1962 con la coppia Peck/Mitchum e reso ancor più celebre con il film di Scorsese del 1991 con al posto di Mitchum un Robert De Niro bastardo e pazzo come poche altre volte e Nick Nolte nei panni dell’avvocato Sam Bowden. La serie potremmo interpretarla come un ulteriore omaggio, un investimento sicuro (a proposito di riproduzione di dollaroni), un calpestare sentieri conosciuti e redditizi e l’eredità ed il lascito del lavoro e del successo pregresso lo possiamo toccare immediatamente sulla grafica d’apertura (fighissima!) dove troviamo il buon Martin come Executive Producer insieme a Spielberg, l’uno regista e l’altro produttore del remake del ‘91.

Creata e scritta da Nick Antosca, showrunner della serie, che per quanto mi riguarda già con Channel Zero (2016) si era laureato con lode, Cape Fear si compone di 10 episodi affidati a diversi registi capitanati dal norvegese Morten Tyldum (candidato al Premio Oscar per la miglior regia per The Imitation Game), troviamo inoltre Amanda Marsalis (The Pitt), Reed Morano ed altri ancora, tutti accomunati dal saper ognuno il fatto suo. Insomma, cinicamente parlando, che non si sbaglia mai ma ci si imbruttisce, soldi sicuri. Ma sarebbe ingiusto vederla solo da questo punto di vista. Questo riadattamento targato 2026 è zeppo di difetti [Tipo iniziare alla grande, menare il torrone per tutti gli episodi, introducendo mille parenti senza mai mostrare il cattivo davvero come un vero bastardo, facendolo passare quasi per vittima, salvo dare un colpo di spugna e poi replicare la storia nota di “Cape Fear”, tutta riassunta nell’ultima puntata. Nota Cassidiana non richiesta] eppure se me lo chiedete vi risponderò che è imperdibile e vi racconto il perché.
La trama, almeno nell’estrema sintesi della sua spina dorsale, è la stessa che conoscevamo. Max Cady (Javier Bardem) esce di prigione dopo un lungo periodo di detenzione (siamo passati dai 14 anni del 1991 a 17), ossessionato dalla convinzione di aver subito un’ingiustizia che nessun risarcimento potrà mai sanare. La sua vita è stata compromessa per sempre e l’unico pensiero che occupa la sua mente è vendicarsi di colei (non più colui) che avrebbe dovuto difenderlo all’interno del sistema giudiziario, la sua avvocata Anna Bowden (Amy Adams). Anna si è costruita una vita dall’apparenza perfetta, una bella casa, due figli, una carriera importante e il matrimonio con Tom Bowden (Patrick Wilson finalmente sottratto al girone infernale di Insidious e The Conjuring) che, guarda un po’, era il pubblico ministero all’epoca del processo, frangente in cui aveva conosciuto Anna. Per dirla tutta la famiglia Bowden non è propriamente un esempio da invidiare, man mano che ci si addentra nel quotidiano dei suoi componenti appaiono alcune piccole crepe che forse nascondono crepacci. Un matrimonio non proprio perfetto, un rapporto con i figli adolescenti a volte sacrificato alla carriera oppure ai buchi che ogni genitore si porta a sua volta sulle spalle. Lo si inizia ad intuire presto e la ricomparsa di Cady è come un meteorite che piomba sulle loro teste perché sanno, Anna sa, di non poter dormire sonni tranquilli. Cady si insinua giorno dopo giorno nelle vite della famiglia Bowden, si avvicina sempre più, non solo fisicamente (ad un certo punto compra casa di fronte alla loro) ma più ancora psicologicamente. Senza tregua e con metodo scientifico cerca di creare un legame con i loro due ragazzi Natalie (Lily Collias, bravissima) e il già problematico Zack (Joe Anders). Fatti sempre più inquietanti accadono intorno alla famiglia, ogni certezza è spazzata via, tutto sembra poter esplodere da un momento all’altro. Qualcuno ha tradito qualcun altro e la polvere sotto al tappeto non ci rimane per sempre.

Mantenendo la classicità della colonna sonora perfetta, Cape Fear versione serie, introduce nuovi elementi, uno dei quali legati molto banalmente all’epoca, ovvero troviamo qui la tensione alimentata da nuovi meccanismi di tortura in passato inesistenti. Tranelli messi in atto grazie all’IA, ai droni, ai social, e non manca neanche, con una certa dose di ben accetta ironia, la classica riunione di lavoro su Zoom con la parte sopra impeccabile e le mutande e le ciabatte dove nessuno può vedere. Trattandosi di un formato diverso, ovvero la miniserie, la sceneggiatura si permette di dilatarsi dando sempre maggior spazio a più personaggi e a più linee narrative, forse pure troppe perché, ed è questo uno dei limiti della serie, ogni episodio apre nuovi interrogativi, sonda le storie personali di più soggetti, aggiunge via via altre sottotrame, e la sensazione finale è quella di un po’ troppa carne al fuoco. Allert! Da qui in poi rischiamo qualche spoiler anche se sarò molto cauta. Alcune suggestioni non si sviluppano e rimangono a mezz’asta (penso ad esempio al personaggio e alla sorte della madre di Nevaeh –Malia Pyles – la figlia non amata da Cady). Nel formato originale del film il tema della verità e della giustizia (non a caso tatuati sulla schiena del Max Cady di De Niro), della vendetta e del prezzo del risarcimento, erano più che abbondanti per chiudere a perfezione il cerchio della storia. Dovendo affrontare 10 episodi immagino che gli sceneggiatori abbiano pensato di allargare l’orizzonte narrativo e direi che se lo sono un pochino perso. L’elemento in tutto inedito rispetto al plot conosciuto e su cui nella serie si insiste molto è la genitorialità, anzi più precisamente la paternità (in particolare vedasi episodio nr. 7: Meticcio). Tema eternamente attuale ed appassionante che viene “aggredito” da più punti di vista, anche qui troppi. C’è il desiderio di Cady per una paternità mai realizzata da un lato e negata con crudeltà dall’altro, c’è la difficoltà di essere un padre credibile per Tom Bowden, ci sono le figure distruttive dei due padri all’origine dei nostri protagonisti – Ted Levine nel ruolo del padre di Anna e Ron Perlman in quello di Robert Cady – e com’è prevedibile che sia, il peccato originale del non aver saputo amare non esaurisce mai il suo maleficio proiettandolo dritto nei legami futuri. Probabilmente la scelta di affidare la regia degli episodi a professionisti sempre diversi non fa che aggiungere il senso di disarticolazione del tutto, tuttavia il risultato mantiene omogeneità nella bellezza della fotografia e nella cura delle scene. Colori saturi, un’eleganza e un gusto stilistico che la rendono proprio bella da guardare, in una cittadina della Georgia – Savannah – che sembra un set spontaneo. Nitidezza e fulgore che sbiadiscono pian piano e sfociano (negli ultimi episodi) in una regia più caotica e sgranata a sottolineare la perdita di controllo da parte di vittime e carnefici, mentre a loro volta si scambiano la pelle. Una strategia interessante.

Ma veniamo al punto cruciale nonché di forza della serie: il cast. La recitazione e i nomi di questa serie sono ai massimi livelli. Amy Adams, l’attrice dagli occhi da cui non puoi sottrarti, è impeccabile e nulla si può obiettare agli altri. Con sommo piacere ritroviamo Juliette Lewis che da ragazzina ingenua del ‘91 diviene la sorella matta di Cady e come sa essere matta lei, cantando sbilenca sulle gambe lunghe e magre, poche altre. Tra parentesi assisterete ad una sorta di rivisitazione della famosa scena del pollice che mantiene, cambiando gli elementi, la stessa dose di disgusto e prevaricazione.
Ora vorrei saltare una riga o cambiare il colore del carattere per parlare del Max Cady 2026. Signore e signori ecco a voi Javier Bardem! Con le lenti a contatto color ghiaccio, che per la verità nulla aggiungono all’inquietudine che suscita il personaggio, egli non ha bisogno di copiare né Mitchum né De Niro. Il suo criminale non è viscido come il Cady del ‘91, è qualcosa di peggio ed allo stesso tempo di più attraente. La sua è una violenza controllata, magnetica, perversamente sensuale, a tratti spirituale. Anche senza esplodere e senza esplicitare la pura cattiveria, sa infondere paura e allerta senza quasi muoversi. Un attore che fuori dal set sa esprimere senza timore un’umanità tanto appassionata è capace, forse proprio in virtù di questa profondità, di creare personaggi di una potenza di violenza e follia ineguagliabili. Eh sì, vale la pena vedere Cape Fear anche solo per questo fuoriclasse. Tanta è la struttura che riesce ad imprimere alla rabbia e al dolore di Cady che come in una formula matematica la circonferenza fa il giro completo e si chiude perché alla fine della storia, pur sollevati per la sua sconfitta, restiamo a domandarci chi sia stata la vera vittima degli eventi e senza andarne fieri tuttavia troviamo qualcosa di noi nel suo risentimento. Morti di paura nessuno avrebbe voglia di incontrare un tipo simile nel corso della propria vita, eppure…eppure… Che attore ragazzi.



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