
Dopo essere diventato il padrino dei Legacy sequel senza che si sollevasse alcun clamore, il protagonista della rubrica del venerdì della Bara si macchia della grande colpa (che poi che colpa sarebbe, io non lo so) di aver firmato anche un remake, ne parliamo nel nuovo capitolo di… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Malgrado i premi, Quei bravi ragazzi ci ha messo un po’ ad ingranare, con cinquanta milioni di fogli verdi con sopra facce di altrettanti ex presidenti spirati (anche se ne è costato venticinque), il film è diventato il classico monumentale che è con il tempo, perciò attorno ai primi anni ’90, Martin Scorsese era ancora alla ricerca di un sicuro successo al botteghino per rimettersi in carreggiata dopo il suo tanto discusso L’ultima tentazione di Cristo.
Per questo sulla scrivania atterrò il copione di una storia sull’Olocausto che però, Scorsese non sentiva troppo nelle sue corde, finendo idealmente per passarla al suo compare della cricca dei registi della New Hollywood, che per certi versi, era quasi più recalcitrante di lui a dirigere questo soggetto, ma faticava ancora di più ad ingranare con il rifacimento di “Il promontorio della paura” (1962), insomma in questo scambio stile figurine, Spielberg finisce a dirigere Schindler’s List e zio Martin si conquista la regia del suo primo remake, posso dirlo? Risultati alla mano, viviamo nella migliore delle realtà possibili.

Dal mio canto, ho avuto la fortuna di essere stato angosciato due volte dalla stessa storia, mia nonna, fiera sostenitrice del fatto che tutto quello che venisse trasmesso sul palinsesto di Rete 4 era approvato e quindi guardabile anche da suo nipote allora bambino (storia vera), mi aveva concesso di vedere questo vecchio film in bianco e nero, nato sulla falsariga delle pellicole di Hitchcock – che per altro io ho scoperto sempre grazie a mia nonna – diretto da J. Lee Thompson nel 1962 proprio con zio Hitch nella testa, basta dire che la sinistra e iconica colonna sonora, era firmata da Bernard Herrmann, compositore di fiducia del Maestro del brivido e mantenuta quasi identica da Elmer Bernstein nel rifacimento di Scorsese, consapevole di avere per la mani l’oro di una delle partiture più monumentali della storia del cinema, e ricordata sempre troppo poco.
La sceneggiatura del remake, firmata da Wesley Strick, puntava molto di più sulle ombre nelle vite dei personaggi, la famiglia del film di Scorsese ha più dissidi interni e anche l’avvocato e capo famiglia perseguitato, ha delle ombre del suo passato professionale. Da parte sua però Scorsese, da vero professore di cinema qual è, ha adottato un approccio colto, i titoli di testa del suo “Cape Fear” (con al solito, con inevitabile sottotitolo italiano ridondante) sono opera di Saul Bass, anche lui da sempre associato ad Hitch, oltre a giocarsi almeno tre nomi grossi provenienti dal film del 1962, qui in scientifiche apparizioni.

Gregory Peck, l’originale Sam Bowden, qui diventa l’avvocato che assume il patrocinio di Max Cady, Robert Mitchum, il persecutore originale, diventa poliziotto e Martin Balsam, da polizotto diventa giudice, in tutto questo giochino cinefilo messo su da Scorsese, non sfugga il fatto che il nuovo Max Cady impersonato dal pretoriano Robert De Niro, sulle nocche delle dita sfoggia la scritta “Love” e “Hate”, gli stessi tatuaggi dell’altro grande personaggio spaventoso di Robert Mitchum, quello impersonato in La morte corre sul fiume, come sempre, il professor Scorsese ci porta tutti a scuola.

Nella versione firmata al Buon Vecchio Zio Martin, il galeotto Max Cady (Bob De Niro più spaventoso che mai) esce di galera e decide di dedicare la sua vita a rovinare quella dell’uomo che lo ha spedito in gabbia, per quanto colpevole come il peccato, a volte raggirando la legge tramite cavilli legali. Inizia così l’incubo per l’avvocato Sam Bowden (Nick Nolte) e per la sua famiglia, composta dalla moglie Leigh (Jessica Lange) e dalla figlia adolescente e ribellina Danielle, fatta a forma di Juliette Lewis, scelta di casting impeccabile.
Ora forse metterò nero su Bara qualcosa di impopolare, però esistono una manciata di film famosissimi, firmato da grandi nomi e recitati da altrettante Star, titoli che TUTTI hanno visto e che nessuno vuol mai chiamare con il suo nome, ovvero film dell’orrore, perché presso troppo pubblico e troppa critica, non piace che gli Autori con la “A” maiuscola si macchino della colpa di essersi lordati con il cinema di genere. Mi riferisco a Misery, a Il silenzio degli innocenti e ovviamente anche a “Cape Fear”, perché sarà pur vero che dietro al DVD o al Blu-ray troverete scritto, sotto la categoria “Genere”, qualcosa come Thriller, ma il film di Martin Scorsese mette una paura fottuta, in tutti i momenti in cui non ti logora con l’ansia. Solo più avanti nella sua carriera, zio Martino sarebbe tornato a battere questi spaventosi territori, e meno male per le nostre coronarie oserei dire, perché “Cape Fear” non è solo un film terrorizzante, ma ti trascina dentro quella palude salmastra di un’atmosfera malsana che ti resta incollata addosso tipo catrame.

Robert Mitchum nel film originale metteva una fifa blu, riusciva ad essere minacciosissimo senza nemmeno dover esagerare troppo, trasmetteva un costante senso di minaccia, anche se il film era più netto, la famiglia minacciata rappresentava il candore di cui Mitchum era il perfetto contro altare. Nella versione del 1991, il Max Cady evocato dalla prova di Robert De Niro è una creatura lasciva che viene dall’inferno, perché già era una essere proto-demoniaco di suo, ma quattordici anni dietro le sbarre ne hanno tirato fuori gli istinti peggiori, lo hanno fortificato nel corpo e affilato nella mente e negli intenti vendicativa. Tutto si è detto della prova fisica di De Niro, il suo aver messo su massa muscolare, il corpo pieno di tatuaggi (finti) e i soldi spesi per farsi limare i denti per apparire – come se fosse possibile – ancora più minaccioso, dico sempre che al vecchio Bob dei tempi d’oro bastava sorridere per raggelare il sangue, qui raggiunge l’apice di quel concetto e non pago, va straordinariamente sopra le righe, come Mitchum non faceva, centrando in pieno un bastardo tutto da odiare.

Max Cady è l’agente del caos che genera l’atmosfera malsana del film, i suoi racconti da prigione snocciolati così al povero avvocato, sono l’antefatto di quello che l’uomo vorrebbe far passare alle donne di casa Bowden, siamo di fronte ad un predatore sessuale laido e totalmente folle, che permette a Scorsese di girare alcune delle scene più violente della sua filmografia, e vi ricordo che stiamo parlando del regista di Quei bravi ragazzi, dove le persone non morivano proprio colpite dai petali di una rosa eh?
La scena di violenza sessuale sulla povera Lori Davis (Illeana Douglas) è dolorosa da guardare, così come lo scontro finale in barca, in cui De Niro letteralmente si trasfigura in una creatura ancora più infernale, che usa la minaccia della violenza sessuale come arma di punizione, infatti per tutto il tempo cerca di tentare la giovane Rachael, che con le sue ribellioni giovanili in più di un momento sembra tentata anche se qui, ci sta uno dei miei aneddoti di produzione più spassosi di sempre, alleggeriamo un po’, che vista l’atmosfera del film ne abbiamo bisogna.

Juliette Lewis, per quanto figlia d’arte, si è messa sulla mappa geografica grazie a questo film, ma anche lei sentiva la pressione di dover recitare con un mostro sacro come De Niro, soluzione? Per non dar troppo a vedere che risentiva della pressione di dover girare una scena di bacio con il più famoso e talentuoso attore vivente dell’anno 1991, Lewis non si lavò i denti, per far capire che non sei tutto ‘sto granché. Risultato, per quanto feroce nel ruolo e alle prese con una scena complicata, a metà del bacio di scena a Juliette Lewis sono venuti i sensi di colpa per il mancato utilizzo dello spazzolino perché comunque il vecchio Bob si è comportato da super professionista (storia vera).

“Cape Fear” è una tortura della goccia, fin dallo scarceramento del protagonista fino al finale molto simbolico, con le mani lavate via dal sangue, si avverte sempre la minaccia, la prova di De Niro sovrasta anche quella di uno più alto fisicamente di lui come Nick Nolte, attore che mantiene la schiena dritta solo perché dopo di lui hanno gettato via lo stampo, che qui riesce ad essere risoluto e nel panico come poche altre volte lo abbiamo visto in carriera.
Il film è uno di quegli esempi virtuosi di remake che viene citato poco, forse dato un po’ troppo per scontato, da parte mia, sono tranquillamente pronto ad aprirgli le porte dei Classidy per la sua capacità di terrorizzare, risultare malsano e imprimersi a fuoco nella cultura popolare.

Anche rivedendolo, devo dire che non perde un colpo nemmeno a trent’anni e passa dalla sua uscita, e sì, nemmeno alla luce di una parodia ultra celebre, che al massimo ha saputo confermarne lo stato di culto, sapete di cosa sto parlando e conoscete la massima: se ti citano i Simpson, vuol dire che sei qualcuno, anche se il film di Scorsese è andato ben oltre questa massima di vita. Il secondo episodio della quinta stagione della serie, “Il promontorio della paura” (Cape Feare) non è altro che il perfetto omaggio e la totale parodia di questo film, quasi scena per scena, con Telespalla Bob che da quel momento in poi, avrà proprio nel tema musical del film di Scorsese, la sua musica ufficiale, anche negli episodi successivi che lo vedranno tornare come protagonista. Un caso di parodia perfetta e di un film, tanto potente da non uscirne intaccato ma al massimo, celebrato e che comunque, continua a fare una paura fottuta, nemmeno Matt Groening è riuscito a stemperarlo.

Nell’andamento circolare del film (inizia a termina con un’inquadratura sugli occhi), diventa difficile ma nemmeno impossibile ritrovare i temi cari a Scorsese, Sam Bowden e la sua famiglia, è il povero Cristo di turno che paga i peccati del suo lavoro come avvocato, vedendosi piombare addosso il peggior diavolo uscito dall’inferno e fatto a forma di De Niro incazzato, fine, non si trovano altri temi scorsesiani qui, vero, ma lo stile, la classe e l’energia con cui il regista dirige tutto questo, fa di “Cape Fear” un film su commissione al 100%, ma a mani basse anche uno dei più famosi del regista, e non solo grazie ai Simpson, loro al massimo sono una conseguenza.
Prossima settimana però, una roba più tranquilla eh? Rilassati, in costume e senza bestie feroci fatte a forma di De Niro, mi serva una pausa alle coronarie dopo questo giretto sul promontorio della paura, ci vediamo qui tra sette giorni, non mancate!


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