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Carabina Quigley (1990): spara ancora lontano, fino in Australia

Visto che mi sono messo in testa di ripassare alcuni film degli anni ’90, un periodo in cui il western è tornato in sella alla grande, non potevo perdere l’occasione di fare gli auguri di compleanno ad uno dei più divertenti e sottovalutati western di quel periodo, Carabina Quigley compie i suoi primi trent’anni!

Magari il nome di John Hill non vi dirà molto, in carriera è riuscito ad essere uno degli sceneggiatori che ha dato una sistemata alla prima bozza di Incontri ravvicinati del terzo tipo, per poi finire a scrivere per la tv, qualche episodio di “In viaggio nel tempo” ma anche “Thunder in Paradise”, una roba con Hulk Hogan che ricordiamo in tredici.

Eppure la sceneggiatura di “Quigley Down Under”, da noi ribattezzato prontamente con il ben più brioso (e azzeccato) “Carabina Quigley” è stato il primo lavoro di Hill, quello che lo ha fatto notare nel 1974, quando decise di scrivere questo atipico western ambientato in Australia, ispirato da un articolo del Los Angeles Times sul genocidio degli aborigeni nel diciannovesimo secolo (storia vera).

«Meglio sedersi, la premessa di Cassidy sarà lunga»

Eppure Carabina Quigley per arrivare al cinema ha fatto un giro ben più lungo e complicato, del viaggio in mare di tre mesi del personaggio per sbarcare finalmente in Australia. La sceneggiatura di Hill inizialmente, era stata presa in considerazione per diventare – con le modifiche del caso –, il seguito di “Il cacciatore di taglie”, film del 1980 con Steve McQueen ed Eli Wallach. Un progetto che non venne mai realizzato per via della malattia che portò via McQueen pochi mesi dopo. La sceneggiatura venne quindi acquistata dalla CBS, che però finì per far scadere il contratto senza realizzare nulla di concreto, se non coinvolgere Tom Selleck. Dopo una serie di passaggi di mano, tra la Warner Bros e la Pathe Entertainment, il film entrò in produzione solo nel 1989, anche grazie alla spallata definitiva di Selleck.

Si perché cosa fa un attore dopo aver rifiutato un grande ruolo che avrebbe potuto regalargli il successo mondiale? Se ne fa una ragione? Naaa! Il più delle volte passerà il resto della carriera a cercare di recuperare, quindi giova ricordare che Tom Selleck era l’uomo destinato a diventare Indiana Jones.

La classe e lo stile di Indiana Jones Magnum P.I. Carabina
Quigley.

Esistono ancora in giro i provini di Tom Selleck, sotto il cappello di Indy, intento a recitare con Sean Young nei panni di Marion Ravenwood, i primi due candidati per i rispettivi ruoli. Ma sapete com’è andata, Selleck era sotto contratto proprio con la CBS, per il suo ruolo in “Magnum P.I.” quindi dovette passare la mano, regalando ad Harrison Ford uno dei suoi più grandi personaggi. Ne aveva bisogno poverino, in fondo in carriera sarebbe finito per essere solo Han Solo e Rick Deckard.

Quindi Tom Selleck ha davvero fatto carte false pur di infilarsi sotto il cappello a tesa larga di Carabina Quigley, una sorta di Indy in salsa western, qui diretto da un Australiano con la predisposizione naturale per il genere, Simon Wincer lo stesso che nel 1991 diresse un altro western atipico, quel gioiellino di Harley Davidson & Marlboro Man e a dirla proprio tutta, sarebbe tornato al genere con i revolver e i cavalli, dirigendo proprio Selleck in altri due western: “Fuoco incrociato” (2001) e “Monte Walsh – Il nome della giustizia” (2003).

“Carabina Quigley” comincia con un classico come la vestizione dell’eroe, ma bisogna dirlo, tra grosso cappello, camicia blu con i bottoni sul davanti e stivali, Tom Selleck fa la sua porca figura. Il western ci ha abituati ad eroi (e anti eroi) polverosi, Matthew Quigley non è da meno, ma il suo look ricercato lo fa immediatamente spiccare come il buono della storia.

«Certo, sempre meglio che una camicia hawaiana»

Dopo un lungo viaggio via nave Quigley sbarca a Freemantle, nell’Australia orientale e subito si ritrova a dare lezioni di buone maniere ai locali, perché al baffuto eroe non manca la battuta pronta («Sono nuovo di questo Paese, ma qui sono tutti brutti come voi?»), ma nemmeno una spiccata propensione nel mal sopportare i torti e le ingiustizie. Proprio per questo viene alle mani con alcuni buzzurri, nel tentativo di soccorrere una ragazza di nome Cora, meglio nota come Crazy Cora (l’azzeccatissima Laura San Giacomo), che per ringraziare Matthew del suo aiuto, gli si incolla addosso tipo carta moschicida, chiamandolo per (quasi) tutto il film Roy. Inutile provare a spiegare ad una che di nome fa Crazy Cora, che lui non si chiama Roy e di sicuro non è il marito che l’ha scacciata via spedendola dall’altra parte del mondo, per motivi che diventeranno chiari nel corso della pellicola.

«Comincio ad intuire perché tutti ti chiamano Crazy Cora»

Ma Matthew “Carabina” Quigley, non ha certo fatto un lunghissimo viaggio in mare per ritrovarsi “sposato” con Crazy Cora no, la ragione del suo sbarco in Australia è un contratto di lavoro sottoscritto a distanza con Elliott Marston, ricco proprietario terriero che ha contattato i più abili pistoleri del west per un misterioso ma molto ben retribuito compito. Tutti i “fucili” più blasonati del vecchio west hanno risposto a Marston con una lettera, tranne Carabina Quigley, lui al riccone ha spedito un foglio con cinque buchi di fucile, tutti ravvicinati e sparati da 95 yard di distanza, il migliore dei biglietti da visita possibili per il talento di Quigley.

Elliott Marston è un Australiano cresciuto nel mito della frontiera Americana, in fissa con Dodge City e le leggende attorno a Wild Bill Hickok, di cui è un po’ convinto di essere la versione locale («Alcuni uomini sono nati nel secolo sbagliato, io credo di essere nato nel continente sbagliato»), forse anche a ragione visto che con la pistola è un fulmine e beh… Vi ho detto che ad interpretarlo è Alan Rickman?

«Adesso ho la vostra attenzione»

Non ho mai letto i romanzi di Harry Potter e ho visto solo un paio dei film che ne hanno tratto, galoppo anche deciso verso gli ‘anta quindi perdonatemi, ma faccio parte di quella generazione che considera Alan Rickman, oltre uno dei più grandi attori che si siano mai visto sul grande schermo, uno dei migliori ad interpretare il ruolo del cattivo. La “Trilogia Rickman della malvagità” è un triangolo con tre vertici che comprende, lo sceriffo di Robin Hood – Principe dei ladri, sua maestà Hans Gruber e ovviamente Elliott Marston. Quindi se già “Carabina Quigley” non fosse un bel film così facile da consigliare, dovreste recuperarlo – nel caso non lo aveste mai visto -, anche solo per la prestazione di Alan Rickman.

Appena arrivato nel ranch di Marston, il nostro baffuto eroe dovrà subito dare dimostrazione del suo talento, perché lo chiamano Carabina Quigley? Perché il buon Matthew è abilissimo ad utilizzare la sua arma: un fucile Sharps Buffalo Rifle 1874, modificato per avere una gittata di tiro ancora maggiore. Per usare le parole di Marston: «Un’arma sperimentale con cartucce sperimentali… Allora sperimentiamo!»


«Dicono che l’importante è come lo usi», «Si ma anche averlo lungo ha i suoi vantaggi» (questa vince il premio “didascalia ambigua” del giorno)

La scena in cui Quigley da prova della sua mira infallibile è una figata, il baffuto eroe fa posizionare un secchio ad una distanza assurdamente folle, il tutto mentre calmissimo prepara il suo fucile. Il secchio di legno lo colpisce in pieno al primo colpo, ma tanto per stare tranquillo lo centra di nuovo altre due volte, in modo che sia chiaro perché tutti lo chiamano Carabina Quigley. Tranne Crazy Cora, lei lo chiama solo Roy.

Perché Marston ha bisogno di qualcuno in grado di sparare così lontano? Perché gli aborigeni hanno imparato (per la loro incolumità) a tenersi a distanza di tiro dei normali fucili. Il riccone vorrebbe qualcuno in grado di risolvere il problema di questi primitivi, un po’ come gli americani hanno risolvo la questione Indiana dalle loro parte. La risposta di Quigley? Non si lascia attendere: «Non credo che gli indiani la pensino allo stesso modo», il tutto prima di defenestrare Marston.

Il destino dei cattivi di Rickman: finire lanciati fuori dalle finestre dal buono del film.

Una volta presentato eroe, antagonista e (serissimo) motivo del loro dissidio, “Carabina Quigley” è una lunga cavalcata in vista del loro duello finale, una sfida a distanza sui bellissimi scenari Australiani. Una storia che ha il ritmo del grande film d’avventura, infatti il tema musicale lo sottolinea alla grande, con una partitura musicale epica che ha qualcosa di “I quattro figli di Katie Elder” (1965) e I Magnifici sette. Era un po’ di anni che non rivedevo “Carabina Quigley”, ricordavo che avesse delle belle musiche, ma non le ricordavo così incredibili, poi leggendo i titoli di testa ho capito il perché: sono composte da una leggenda come Basil Poledouris.

«Signora, mi conceda il prossimo ballo, alla musica ci pensa Basil»

Se ci pensate l’Australia si presta benissimo come scenario per il Rock and Roll di tutti i generi, gli spazi enormi, i deserti e le piccole cittadine sembrano fatte dal sarto per il Western. Infatti negli anni non sono mancati titoli del genere proveniente dal continente australe, “L’uomo del fiume nevoso” (1982), “L’indomabile” (1988), giù fino a “La proposta” (2005) gli esempi non mancano. Ma “Carabina Quigley” in più, ha il punto di vista dell’americano in visita, oltre che una spiccata predilezione per l’avventura, infatti malgrado i 119 minuti di durata, il ritmo resta sempre piuttosto alto.

«Ma come faceva Crocodile Dundee a sopportare questo caldo?» 

Tra formiche rosse, branchi di Dingo pericolosi e gli uomini armati di Marston (ancora più pericolosi) sulle piste di Roy Matthew Quigley e Crazy Cora, il film regala personaggi ben recitati e caratterizzati, ma anche momenti memorabili. Ho sempre avuto un debole per l’arco narrativo di Crazy Cora, ma a tener banco sono i momenti avventurosi, come quando Quigley ferma la fuga dell’uomo sul carro con un colpo “al volo” del suo Sharp.

Tom Selleck si è cesellato il suo eroe con la speranza di poter avere finalmente il suo Indiana Jones, ma gli incassi modesti del film non hanno mai permesso a “Carabina Quigley” di avere più di un’avventura, peccato, perché con quella sua aria sorniona Selleck è il primo a divertirsi e noi spettatori insieme a lui. Il suo Carabina Quigley sa essere tosto quando serve, ma per la maggior parte del tempo incarna alla perfezione lo stereotipo del duro dal cuore d’oro. La battuta sempre pronta lo rende simpatico, ma a caratterizzarlo è il tormentone che si porta dietro per tutto il film: ogni volta che qualcuno insiste per dargli una pistola da utilizzare, lui si tiene stretto il suo fucile e risponde: «Non so cosa farmene»

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo senza più il fucile.

Infatti le sparatorie sono tutte ben coreografate e dirette da Simon Wincer, che qui tiene conto di un personaggio che può sparare un solo colpo alla volta, prima di dover ricaricarle a sua arma. Il risultato è veramente notevole, in più di un’occasione Carabina Quigley riesce ad avere la meglio su più avversari, pensate che i cecchini professionisti, ancora oggi chiamano “Quigley” la capacità di abbattere due bersagli con un solo proiettile (storia vera). Uno dei lasciti di questo film alla cultura popolare, l’altro? Beh il suo finale.

Non lo avete visto? Non ve lo voglio di certo rovinare, quindi dovrò trattenermi dall’impeto di descrivervelo inquadratura per inquadratura. Mettiamola così, in un western il duello tra il buono e il cattivo è quasi sempre l’apice narrativo, quello di “Carabina Quigley” non è certo da meno. Anzi vi dirò che per buona parte della mia vita, ho sfruttato tutte le occasioni che mi sono state messe davanti per citare il personaggio di Tom Selleck, durante la sua prima e unica lezione dell’uso di un revolver. Un clamoroso esempio di “frase maschia”, preparata per tutta la durata del film ed utilizzata con tempismo impeccabile solo nel finale.

«Niente male questa Australia, ma ora me ne torno alle Hawaii»

Insomma “Carabina Quigley” pur non essendo diventato il grande successo che Tom Selleck sperava di ottenere, ancora oggi a trent’anni dalla sua uscita è un film invecchiato benissimo, se non lo conoscete vi assicuro che merita la visione, se invece lo avete già visto, sappiate che un “giro in giro” (cit.) in Australia con Quigley e Crazy Cora vale ancora la pena, anche perché non vi serviranno nemmeno mesi di nave per arrivarci.

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