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Cargo (2018): The Walkabout Dead

Ok ci tengo a precisarlo subito, quella merda dei Camminamorti non ha nulla a che spartire
con questo film, però non ho resistito al gioco di parole, che con questa
storia di zombie Australiani era più irresistibile di “Ammazza la vecchia” per
Roger Rabbit.

La terra dei canguri ci regala spesso tante gioie
cinematografiche grandi e piccole, fin da quando George Miller ha insegnato al mondo come sgommare lungo le strade, ho
sempre avuto un debole per quell’enorme deserto attraversato da macchina con in
volante dal lato sbagliato, o dal lato giusto se chiedete a loro.
Anche l’horror australiano ha i suoi bei trascorsi, da Wolf Creek, indietro indietro fino a “Razorback” (1984) come fai a non sfruttare
paesaggi del genere e una densità di popolazione che farebbe la gioia di ogni
buon misantropo? Poi secondo voi possono mancare gli zombie? Proprio no! Se penso
a questa combinazione mi viene in mentre il fin troppo celebrato “Undead”
(2004) e quel tripudio di caciara che era Wyrmwood,
a cui questo “Cargo” non somiglia quasi per niente, se non per la presenza dei
non-morti, che poi a ben guardare sono persone infette, lo dico per amore di
precisione.
“Cargo” è nato come un cortometraggio diretto dai due
esordienti Yolanda Ramke e Ben Howling (complimenti per il cognome che sembra
un omaggio a Joe Dante) uscito nel 2013 che ha fatto il giro di svariati
festival, ma se volete aggiungergli qualche visualizzazione, lo trovate QUI
sotto:
Il passo successivo è quello di diventare un lungometraggio,
e sapete chi recentemente aveva fatto la stessa gavetta di “Cargo”? Proprio Babadook, guarda caso anche quello
prodotto da Kristina Ceyton, una che il suo lavoro lo sa fare come si deve.
Ora, qualche passaggio me lo sono perso di sicuro, ma sta di
fatto che “Cargo” con il suo titolo che ogni volta mi fa pensare ad un film di Sam
Peckinpah e mi ritrovo a cantare la canzone di “Convoy” (lo so, il mio cervello
è un posto strano e pericoloso) mi è cicciato fuori sul paginone di Netflix, con
Martino Uomolibero come protagonista, insomma, zombie, l’australia e il Dottor Watson, mi sono convinto a vedere film per molto meno di così!

Come quando ti si blocca Internet e non puoi guardare Netflix.

Come “The Legend” George A. Romero ci insegna, le invasioni
zombie non si presentano con una spiegazione, né tanto meno i virus che
infettano le persone trasformandole in 48 ore in infetti assetati di carne
umana, ed è proprio così che inizia “Cargo” in media res, con papà Martin Freeman
impegnato a guidare un barcone in fuga verso una zona sicura, per portare in
salvo la moglie e la piccola figlia Rosie, non che abbia mai guidato una barca,
ma poi si dice guidare quando si parla di navi? Ma che ne so, faccio il blogger
(e pure male) mica l’ammiraglio io!

Ma più stringi le dita per tener stretto a te qualcosa, più
dolorosamente ti verrà strappata via, basta un morso e la vita del nostro
risoluto padre di famiglia diventa una corsa contro il tempo, bisogna trovare
un posto sicuro per la figlia, prima di diventare lui stesso un mostro con gli
occhi incollati dal muco virulento e decisamente NON vegano. L’unico aiuto dell’uomo
sarà una ragazzina aborigena di nome Thoomi (Simone Landers), rimasta orfana
del padre e pronta a tutto pur di riunirsi alla sua tribù d’origine.

Segnale che la giornata, non potrò che peggiorare.

Sempre seguendo la lezione Romeriana, gli zombie possono
diventare metafora di altro, “Cargo” si incastra alla perfezione nel filone di
film in cui l’invasione e la carneficina resta un po’ sullo sfondo, in favore
dei rapporti umani. Mi viene da pensare a Maggie
con Arnold Schwarzenegger (mi rifiuto di utilizzare il titolo italiano
truffaldino), ma con tutto il rispetto che ho (tanto) per Arnoldone, Martin
Freeman è un pochino più adatto a recitare il bravo padre di famiglia scivolato
nella peggiore delle situazioni possibili.

Martino Uomolibero si carica figlia e film sulle spalle
(letteralmente!), ed è davvero bravissimo nel sfoggiare un talento d’attore che
gli permette di risultare perfetto quando il suo personaggio è nel panico ma
cerca di mantenere la calma, perché sa di essere l’unica speranza per sua
figlia, oppure quando risulta drammaticamente e goffamente fuori luogo per una
sfida del genere.

“Sono un uomo adulto, non ho certo bisogno dell’aiuto di una
ragazzina come te”…

Non sappiamo molto del personaggio, ma Freeman è così bravo
da farci capire che questo paparino di città in mezzo all’Outback australiano è
a suo agio come potrei esserlo io a tenere una lezione di fisica quantistica, proprio per
questo la sua odissea diventa un po’ la nostra, voglio dire, a meno che voi non
siate Rambo e difficile trovarsi a proprio agio quando sei in mezzo al nulla e
prossimo a trasformarti in uno zombie.

…Cinque minuti dopo, l’orgoglio è già stata ingoiato e digerito.

Gli zombie di “Cargo” non sono in bella vista come quello di
It Stains the Sands Red, sono minacce
sul fondo con cui bisogna comunque fare i conti, e di suo il film qualcosa all’iconografia
dei non morti la porta, ad esempio nessuno aveva ancora pensato che per
neutralizzarne uno, bastasse seppellirlo uno a culo in aria, con la testa sotto
la sabbia come uno struzzo pavido, e non iniziate a fare battute sul fatto che
dopo, possono essere pure comodi per parcheggiare la bicicletta dai!

Ma prima di distrarvi con le mie caSSate, ve lo dico subito,
“Cargo” è un dolente e decadente road movie, su un padre che cerca di tenere
insieme i pezzi quando tutto ormai è andato alla malora, il ritmo è volutamente
lento, ma i 105 minuti del film filano via lisci, e ci si appassiona alla vicenda
affezionandosi ai personaggi.

“Zombie papà zombie!” , “Che carini i bimbi quando fanno questi versi teneri senza senso”.

Bisogna dire che grosse sorprese non ne troverete nella
trama, ma tra paesaggi, il talento di Martino Uomolibero, gli zombie ben
realizzati (e i loro strambi utilizzi) “Cargo” fa il suo dovere, non vi
prometto che vi commuoverete, perché quello sta a voi, ma per essere un corto
trasformato in un film, non è niente male, non vorrei scomodare Cormac McCarthy
e il suo “The Road”, ma l’ossatura di base è la stessa, poi però ricorda più “Walkabout”
(1971) che “The Walking Dead” per nostra fortuna, ma su quello mi sono già
dilungato in partenza.

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