Home » Recensioni » Carrie – Lo sguardo di Satana (1976): il ballo della scuola (di cinema)

Carrie – Lo sguardo di Satana (1976): il ballo della scuola (di cinema)

Ci sono tante ragioni per cui il cinema di De Palma ha fatto
scuola, oggi affronteremo una di quelle ragioni in un film… Beh, ambientato a
scuola. Benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Life of Brian!

Qualche settimana fa, nelle librerie del pianeta è uscito il nuovo romanzo di Stephen King,
intitolato “Fairy Tale”, nemmeno una settimana dopo è arrivata la conferma che
ci sarà un adattamento cinematografico, ovviamente già affidato ad un nome
grosso, nello specifico Paul Greengrass, il tutto mentre io il libro devo
ancora acquistarlo. Ora che è più facile contare i racconti di King che NON
sono stati adattati per il cinema o la televisione, ci sembra la normalità, ma
non è sempre stato così e se noi (e zio Stevie) ci siamo abituati a questa normalità, lo dobbiamo anche a Brian De Palma.

Ora, come l’insegnante di lettere Stephen King, sia
diventato uno scrittore di fama mondiale grazie al manoscritto del suo primo
romanzo “Carrie”, gettato nella monezza dal suo autore e recuperato dalla
moglie Tabitha dovreste saperlo tutti, perché ormai King ha raccontato quella
storia così tante volte che se anche non lo fosse, è l’unica verità,
forse anche per questo un regista che ci ha sempre chiesto di dubitare di
quello che vediamo e di quello che ci viene raccontato come De Palma, era
interessato a dirigere la storia di Carrie White.

Come da tradizione della rubrica, i titoli di testa.

Anche se è necessaria una precisazione: De Palma aveva dato
prova di talento, ma Il fantasma del palcoscenico prima e Obsession
dopo non erano certo stati grandi successi al botteghino, quello al regista di
Newark ancora mancava, proprio grazie alle venature horror di Le due sorelle,
il botteghino gli era stato amico, quindi perché non un’altra storia horror al
femminile? Ora sembra una scelta sicura quella di affidarsi a King, tutti i
grandi Maestri (o aspiranti tali) del cinema Horror hanno dovuto esibirsi in un
adattamento Kinghiano, ma tutti sono arrivati dopo Brian De Palma, qui vero pioniere
pronto a fare il primo passo in un filone che nel corso dei decenni si sarebbe
confermato aurifero.

Carrie “voglio una vita tranquilla” White, una di noi stramboidi che sogna solo la pace.

La storia ormai è diventata talmente un classico che non
serve nemmeno raccontarla, la produzione, invece, ha visto De Palma vero protagonista. Prodotto dalla Red Bank Films e distribuito dalla United Artists (che nello
stesso anno avrebbe mandato a segno anche Rocky,
doppietta notevole per successo e popolarità insieme a “Carrie”), inizialmente
la casa di produzione chiese al regista di quanti fogli verdi con sopra facce
di ex presidenti defunti avesse avuto bisogno per dirigere il film, De Palma
preciso come un contabile dichiarò un milione e ottocento mila dollari, la
produzione trattò per un milione e seicento mila, De Palma non si scompose
minimamente e il film finito costò esattamente la cifra indicata dal regista
(storia vera), a quel punto la United Artists sapeva di avere per le mani un
successo garantito e non fece alcuna lamentala sulla differenza di spesa
finale, anche perché al botteghino “Carrie” (da noi appesantito dal solito
sottotitolo italiano che offre particolare attenzione agli occhi fuori dalla
testa di Sissy Spacek) ha portato a casa quasi trentaquattro milioni, il primo
vero successo di pubblico per De Palma e per Stephen King.

Per il ruolo della protagonista De Palma fece un milione di
provini: l’amico George Lucas spingeva per una brava che aveva visto, Carrie Fisher che, in linea di massima, sarebbe diventata famosa altrove, ma il regista del New Jersey era irremovibile,
l’aveva colpito la giovane Glenn Close almeno finché non arrivò Sissy Spacek
che, ammettiamolo, non ha nulla della ragazzotta grassoccia del romanzo
originale di King, però al provino fulminò tutti, anche il regista, mai scelta
di casting fu più azzeccata nel suo tradire il materiale originale.

«Vi assicuro che lei è perfetta credetemi! Due occhi che non si dimenticano»

Perché questo va ribadito: nel 1976 i film tratti da King
non uscivano strombazzando il nome dello scrittore sulla locandina, non esisteva
un manipolo di Fedeli Lettori adoranti, degni di Annie Wilkes pronti a dare fuoco al mondo ad ogni modifica dei testi
sacri Kinghiani, De Palma era semplicemente più famoso dello sconosciuto
scrittore del Maine, forse anche per questo – e per la sceneggiatura firmata da
Lawrence D. Cohen – De Palma si è permesso di modificare “Carrie” a suo
piacimento, partendo proprio dalla scelta brillante di Sissy Spacek, minuta,
quasi scheletrica, con quel visino che riesce ad essere tenero e respingente
allo stesso modo, saranno quegli occhioni che nel corso del film passano
dall’essere affranti alla modalità “sguardo di Satana”, oppure quegli zigomi
affilati, chi lo sa, ma in un film dove il non detto (ma il mostrato) contano
tantissimo come in tutto il cinema di De Palma, la Carrie White di Sissy Spacek
è perfetta, perché basta guardarla per capire come mai le sue coetanee la
odiano, troppo diversa dal resto del “branco”, ma anche così fragile da
calamitare subito tutta le attenzioni e l’empatia (parola da cinefilo,
concedetemela) del pubblico.

La madrina di tutti i “teen drama” fino al futuro prossimo.

In una classe di compagne, bellissime tanto da mettere su
lunghe carriere proprio a partire da questo film (penso a P.J. Soles oppure ad Amy
Irving), Carrie è l’esatto opposto di… Che so, quella bambolona di Chris
Hargensen che, infatti, la odia per il semplice fatto di esistere anche perché
non riesco a pensare a due più agli antipodi come tipo di bellezza di Sissy
Spacek da una parte e di Nancy Allen dall’altra, ballerina prestata alla
recitazione per evidente capacità di bucare lo schermo, che qui entra in scena
“ciancicando” la gomma come avrebbe fatto per Verhoeven in futuro e che sarebbe diventata la musa di De Palma,
infatti da qui alla fine della rubrica tornerà a trovarci.

La bellissima Nancy Allen, per nostra fortuna sarà una presenza anche nel resto della rubrica.

“Carrie” ad una prima occhiata potrebbe sembrare un libro
che mette in guardia dal manifestarsi del potere femminile, la protagonista
diventa una donna a tutti gli effetti e quindi una minaccia per la società, una
strega da bruciare, ma a ben guardare, in realtà, è una storia molto femminista
perché di fatto parla di cosa può succedere quando quel potere viene represso, inoltre, sono donne tutti i personaggi principali, sia positivi che negativi
della storia. I maschietti in tutto questo, sono oggetti se non proprio dei
MacGuffin semoventi con capelli perfetti, qui ben rappresentati da William “Ralph
Supermaxieroe” Katt e da un giovanissimo John Travolta (anche lui avrà
ancora un ruolo non da poco in questa rubrica). “Carrie” è il soggetto perfetto
per il cinema di De Palma non solo perché comincia con una scena sotto la
doccia (la grande ossessione Depalmiana ereditata da Hitchcock, non manca mai una doccia nei suoi film), ma soprattutto
perché a lungo il cinema di De Palma è stato erroneamente bollato come
misogino, quando, invece, non lo è mai stato.

Prima di “Grease” e “Pulp Fiction”, De Palma metteva già Travolta alla guida di auto rosse con bellissime attrici sul sedile del passeggero.

Ci sono centinaia di interviste del nostro Brian dove
dichiara che tra una bella ragazza in pericolo e un ragazzo nelle stesse
condizioni, lui preferisce inquadrare la prima, ma le sue storie parlano per
lui, i maschietti nei film di De Palma sono vittime delle loro stesse ossessioni, il più delle volte il motore della storia sono
sempre i personaggi femminili, anche se in pericolo, ricoperte di sangue o
minacciate da ogni genere di arma da taglio, ecco perché nelle limitazioni del
budget e nelle differenze con il romanzo, De Palma non solo si conferma il
migliore regista possibile per questa storia, ma anche il migliore a dare
lustro ai testi di Stephen King. Negli anni “Carrie” è diventato talmente un
modello di riferimento oltre che una fetta importante della cultura popolare,
di sicuro più grazie al film che al romanzo, quindi in onore del sangue finto
teatrale (più rosso e cinematografico di quello vero) usato da De Palma per
raccontarci la storia di Carrie White, io mi gioco il logo rosso dei Classidy!

Nel suo pensare per immagini, ragionando in termini di puro
cinema, a De Palma mancava solo un tassello importante una volta assemblato il
cast il regista del New Jersey era rimasto orfano del suo compositore
preferito, Bernard Herrmann era venuto a mancare da poco, ma l’alternativa sarebbe arrivata da Venezia, intesa come laguna, ma anche come film, “A Venezia…
un dicembre rosso shocking” (1973) di Nicolas Roeg, una pellicola che De Palma
non ha mai amato anche se è andato a rivederlo al cinema, tenendo gli occhi
chiusi solo per concentrarsi sulla musica firmata da Pino Donaggio.

Donaggio con il suo passato da cantautore, era in un momento
morto della sua carriera, accettò di incontrare De Palma anche se lui non
parlava bene l’inglese e il regista non conosceva l’italiano, di fatto Donaggio
proprio come Herrmann veniva dal violino, a differenza di tanti compositori per
il cinema che di base utilizzano il pianoforte, proprio per questo si rivelò
perfetto per le idee che De Palma aveva per il suo film, a cui, però, mancavano
anche delle canzoni che il regista pensava di non poter di certo chiedere ad
un compositore classico come l’italiano che in tutta risposta gli fece
ascoltare la sua “Io che non vivo”, di cui De Palma conosceva, ovviamente, la
versione in lingua inglese di Elvis “You don’t have to say you love me”, la
conosci questa Brian? L’ho scritta io. Fu così che iniziò il lungo sodalizio
artistico da un compositore veneziano e un regista del New Jersey, che a
distanza di anni ancora comunicano a gesti, ma sul terreno comune del cinema,
hanno fatto scintille.

Pino, Brian e un altro che potreste conoscere.

Brian De Palma nel suo essere un regista estremamente
visivo, per adattare “Carrie” ha fatto scelte anche radicali, ad esempio il suo
film inizia (ovviamente sotto la doccia) già con il fuoco tutto puntato sulla
protagonista Carrie White, dimenticatevi il prologo del libro (quello che ci
mette in guardia sulla devastazione finale per poi tornare indietro a
raccontare l’origine dell’apocalisse generata da Carrie). Il film decide di
scoprire le carte una alla volta in maniera cronologica, il che, dal mio punto, di vista è una scelta geniale, fin dall’umiliazione subita dalle compagne da
Carrie (il malefico coro «Metti il tappo! Metti il tappo!») come spettatori non
possiamo che patteggiare per quello scricciolo di Sissy Spacek, una a cui
persino i professori sbagliano il nome, che a casa ha una madre ben peggiore di
quella di Norman Bates che l’ha
cresciuta tra dogmi da Vecchio Testamento.

Con De Palma in giro, scordatevi di fare la doccia in santa pace.

Per tutta la durata del film speriamo costantemente che
Carrie possa ottenere quello che desidera: una normale vita da adolescente come
tutte le sue compagne. Infatti, il bello film del film sta nel suo essere di fatto
un “Teen Drama” (che ha fatto da modello per tanti drammoni con adolescenti,
altra tacca alla cintura di De Palma) almeno fino al suo atto finale, lì
l’orrore esplode, “Carrie” diventa inequivocabilmente un horror solo nel
finale, ma prima è impossibile non sperare che le cose con Tommy Ross non
vadano al meglio, che quel dannato secchio non si blocchi, insomma che vada
tutto bene, per un personaggio come Carrie per cui De Palma ci fa totalmente
patteggiare.

Pensateci: di fatto il nostro Brian ci aveva già portato
dietro le quinte di un palcoscenico, per raccontarci la storia dal punto di
vista del “mostro”, del diverso e dell’emarginato, prima era stato Winslow Leach, qui, invece, tocca a Carrie
White, ma l’attenzione ai personaggi è la stessa, anche grazie all’enorme
talento visivo di De Palma che sottolinea tutti i momenti chiave della vita
della sua protagonista, un esempio? Vado pazzo per la scena in cui
coraggiosamente la timidissima Carrie, trova il coraggio di parlare in classe
per esprimere la sua ammirazione per il tema scritto da Tommy Ross, un momento
in cui i due personaggi sono in connessione l’una con l’altro che De Palma
rimarca utilizzando una delle sue inquadrature simbolo, un doppio primo piano
ottenuto grazie a lenti split diopter, che permettono di mantenere a fuoco
entrambi i volti in contemporanea, una sorta di “split screen” naturale che
ritroveremo in tantissimi altri film del regista, ma visto che l’ho citato
parliamone, tanto lo so che siete qui per quello.

Le inquadrature che ti fanno subito riconoscere il grande regista (e Ralph Supermaxieroe)

Dopo averci tenuto sul filo del rasoio per tutto il tempo,
De Palma in puro stile Hitchcock fornisce a noi spettatori più informazioni che
ai personaggi protagonista della storia, noi sappiamo cosa sta avvenendo dietro
le quinte, siamo testimoni dei voti rimaneggiati per portare Carrie al centro
del palco, sotto quel secchio di cui conosciamo anche la provenienza del
contenuto, eppure ad ogni visione è impossibile non desiderare che tutto
finisca per il meglio, magari in quell’abbraccio (che De Palma aveva giù
utilizzato nella scena finale di Obsession)
tra Carrie e Tommy, con loro due soli al mondo nella folla, mentre ballano
ruotando verso sinistra, mentre la macchina da presa di De Palma gli ruota
intorno girando verso destra, l’ultimo momento felice prima del massacro.

Musica, titoli di coda, fine! No eh? Niente lieto fine, capito.

Il nostro Brian ha fatto di necessità virtù, il libro
scatena la furia di Carrie sull’intera cittadina, De Palma affida la vendetta
contro Chris e Billy ad un più semplice (ma coreografico) incidente d’auto, al
regista non serve dare fuoco all’intera città perché il mondo di Carrie White è
il ballo scolastico, ciò che lei distrugge non è tutto il mondo, ma tutto il suo
mondo, aver eliminato il flashback di Sue Snell raccontando tutta la storia
dal punto di vista di Carrie, paga enormi dividendi per tutta la durata del
film, ancora di più nel finale.

L’utilizzo dello “Split screen” oltre che marchio di
fabbrica Depalmiano diventa un modo per costringerci a restare ancora vicini a
Carrie, metà dello schermo è dedicata alla sua furia, la vediamo come una
Madonna imbrattata di sangue, in una versione in grande della scena della
doccia inziale, mentre nell’altra metà dello schermo vediamo gli effetti della
sua furia telecinetica, causa ed effetto, campo e controcampo insieme, il tutto
tenuto insieme dallo sguardo carico d’odio di Sissy Spacek, talmente spaventoso
da risultare ammonitorio anche quando la vedevamo fissarci, dalla copertina del
film in VHS, sulle mensole delle videoteca ai tempi del videonoleggio.

Lo “split screen” raddoppia la furia vendicativa di Carrie.

L’ultimo tradimento di De Palma al materiale Kinghiano
originale, di cui nel 1976 importava davvero a pochissimi? La morte della madre
di Carrie, nel romanzo si accascia e collassa dopo un infarto provocato dai
poteri della figlia, una trovata ben poco cinematografica che tutti gli altri
adattamenti del libro (e nel corso degli anni sono stati davvero tanti, anche
per il piccolo schermo), nel tentativo di risultare più fedeli allo scritto hanno
fatto, optando per qualcosa di meno efficace, meno spettacolare e a fuoco come
l’idea satirica di De Palma, di far morire l’odiosa madre (interpretata da una Piper
Laurie in gran spolvero) letteralmente crocefissa dai coltelli… Ironico per una
che ha impartito un’educazione da Vecchio Testamento per la figlia.

La famiglia tradizionale di una volta, eh? Bella roba.

Ma Brian De Palma stava così in forma che non si è limitato
a questo, quante urla ha strappato nel corso degli anni il finale a sorpresa
(in puto stile horror) quella scena finale muta, girata al contrario per
sottolineare l’effetto onirico e tutta costruita sulle note della musica di
Pino Donaggio? In un tripudio di “Show, don’t tell” (quindi di puro cinema),
basta quella scritta “Carrie White burn in hell” a mettere in chiaro tutte le
conseguenze della tragica notte del ballo scolastico, senza aver bisogno di
raccontarle per filo e per segno, perché una volta conosciuta la Carrie White
raccontata da De Palma, non ci abbandonerà mai più, letteralmente anche grazie
a quell’ultimo brivido finale che il regista ripeterà anche in altri suoi film
(a breve su queste Bare, non vedo l’ora).

Tanti anni ed è ancora un finale da paura (in tutti i sensi)

“Carrie” non è stato solo il primo grosso successo al
botteghino per De Palma, ma il film che ha dato lustro agli adattamenti
Kinghiani, quello che ha dato il via alla corsa agli armamenti per accaparrarsi
tutti i romanzi dello scrittore del Maine da portare sul piccolo e sul grande
schermo, inoltre, posso dirlo? Penso che “Carrie” sia ancora un film
attualissimo, come materiale anti-bullissimo funziona decisamente meglio di
qualunque pubblicità progresso prodotta con soldi statali, oltre ad essere
girato come si fa in Paradiso, mica male per un film nato da un manoscritto
finito nel cestino della carta, no?

La prossima settimana, parleremo ancora di furie
telecinetiche, restare da queste parti, questa rubrica è una maratona e siamo
solo all’inizio!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Fallout (2024): né buoni né cattivi, vince chi sopravvive

    Abbiamo tirato fuori dal Vault il nostro vagabondo solitario Quinto Moro, in rappresentanza di chi ha speso infinite ore giocando ai tanti capitoli della saga ludica, e questa serie un [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing