
Ci sono tre modi di fare cinema, il modo giusto, il mosto sbagliato e il modo in cui lo fa il protagonista della nostra monografia del venerdì, bentornati al nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

I contratti per più film sono spesso una trappola, quello firmato da Scorsese con una grande major pagante gli ha permesso di realizzare il suo film della vita e di sperimentare con tende e costumi, a seguire la prova del remake superata brillantemente dal regista di New York e poi? Poi le aspettative di chi ti finanzia e del pubblico, che tornano a grattare alla porta. Il Buon Vecchio Zio Martin era da tempo interessato a lasciare – artisticamente – la Grande Mela in favore di un’ambientazione diversa, la città del peccato, Las Vegas è da sempre considerata l’altro grande “polo” criminale d’America, nel discorso coerentissimo sul suo Paese, messo su da zio Martino, era inevitabile che qualcuno prima o poi gli proponesse di tonare al cinema dei gangster.
La Universal era molto interessata ad avere Scorsese come nome di punta per il loro nuovo film di criminali che fanno cose da criminali, pronto per completare un’ideale trilogia composta da Mean Streets e Quei Bravi Ragazzi, che in realtà sono tre film dallo stile uniforme ma differente, anche il più vicino a “Casinò”, come abbiamo visto nella puntata del Podcast (non l’avete ancora ascoltata? Recuperatela!) in cui ci siamo dilungati a sottolineare punti di contatto e differenza, ma è chiaro che “Casinò” ha rappresentato un altro salto quantico nel cinema del regista di New York. Questa citazione me la sono giocata spesso, ma lo farò ancora perché Stephen King ha ben riassunto Scorsese quando ha detto che gli altri dirigono storie, lui dirige romanzi, e tra tutta la produzione scorsesiana, “Casinò” è il suo “Guerra e pace”, visto che oggi siamo a Las Vegas, potete scommettere tutto quello che possedete sul fatto che questo film è un Classido!

La sceneggiatura del film è il frutto di una collaborazione tra Nicholas Pileggi e Martin Scorsese, entrambi interessati a scrivere del sottobosco delle attività criminali di Las Vegas, insieme hanno trovato l’occasione giusta partendo dallo spunto reale, di alcuni boss, di Chicago e Milwaukee, processati per le attività illecite dietro ad uno dei tanti casinò della città. Quelli della Universal non potevano crederci, una trama così, sullo sfondo di Vegas con lo stesso cast di Quei bravi ragazzi, senza Ray Liotta ma con la diva più rovente di tutti gli anni ’90, Sharon Stone. Mi immagino gli occhi dei dirigenti della major andare in tilt tipo slot machine che iniziano a sputare fuori monetine.
Una delle ragioni per cui “Casinò” resta un gran film, la possiamo ritrovare anche nella parabola dei personaggi, abbiamo altri protagonisti scorsesiani che affrontano il peccato, ma come in Quei bravi ragazzi, non hanno davvero nessuna voglia di redimersi, sono consapevoli di essere peccatori, ma in qualche caso anche fieri di esserlo, quindi vivono le loro esistenza guidati dai loro istinti, come l’ambizione o la brama di successo, per qualcuno anche la voglia di essere considerato rispettabile, ma i loro percorsi passano dal trionfo al fallimento, la solitudine e in qualche caso la morte, senza che nemmeno i personaggi sembrino davvero consapevoli di aver toccato apici e fondali. Una serie di archi narrativi che si incrociano alla perfezione, in armonia con una fotografia e un montaggio millimetrico, credo che il lavoro di Scorsese in coppia con la fidata Thelma Schoonmaker non sia mai stato più scintillante di così.

Ma non mi riferisco alle luci della “Strip” di Las Vegas, perché Scorsese di essere cinematograficamente banale proprio non è capace, sarebbe stato molto più semplice chiedere al suo direttore della fotografia con cui si è ritrovato qui a lavorare per la prima volta, Robert Richardson (che per altro, è quello di fiducia di uno degli allievi di Scorsese, ovvero Oliver Stone), di far brilluccicare ogni singolo fotogramma, invece la città di “Casinò” è piena di luci fredde, angoli bui anche nel sole pieno del deserto, perfetto per scavare buche e far sparire dentro cadaveri. Mancano tutti quei neon abbaglianti da clichè, molti colori sono virati verso l’ocra che annulla la distanza tra interni ed esterni, una scelta logica visto che buona parte del film, è ambientato nel Tangiers, il casinò dove Sam “Asso” Rothstein (Robert De Niro) per un certo numero di anni, sarà l’incontrastato re, non solo per una notte.
Se con Quei bravi ragazzi, Scorsese aveva messo a punto uno stile che poi TUTTI gli avrebbero depredato e imitato, fatto di canzoni che partono apparentemente fuori contesto ma in armonia con le immagini, di monologhi in cui gli stessi personaggi del film fanno da voce narrante alla storia, solo che qui quello stesso stile fa un ulteriore balzo in avanti, pensiamo solo all’uso delle voci narranti: “Asso” Rothstein entra in scena parlando di fiducia che bisogna dare a qualcuno, nello specifico una donna, per farla entrare nella tua vita, mette in moto l’auto e… BOOM! Per chiunque altro sarebbe la scena finale del film, per Scorsese è l’inizio, un modo per smontare la struttura classica dei Noir, con cui il Buon Vecchio Zio Martin mette su uno spettacolo di intreccio dove parole e immagini si sposano alla perfezione, anche quando mentono e si giocano trucchi da giocatori di Black Jack professionisti.

Spesso i dialoghi lasciano spazio alle voci fuori campo, per questo sostengo che “Casinò” è il romanzo più romanzo tra tutti quelli diretti da Scorsese, i due protagonisti/duellanti Sam (Robert De Niro) e Nicky Santoro (Joe Pesci), lottano anche per prendersi il palcoscenico di narratore, offrendo al pubblico un doppio punto di vista, infatti “Casinò” non è tanto un film che racconta di determinati fatti portati in scena, più che altro è un film dove i personaggi ci raccontano le loro azioni, e quello che vediamo sullo schermo è a supporto della loro narrazione, ovviamente universale, ma spesso non affidabile, visto che parliamo di due con noti trascorsi da truffatori. Per questo nel palleggia tra una voce e l’altra, il tono del film prende sottilmente le caratteristiche di chi lo sta raccontando, quando è Sam a narrate, tutto diventa più pragmatico, legato ai tecnicismi della gestione di un casinò, ma anche più drammatico per non dire melodrammatico, visto che il suo punto debole è la bella truffatrice Ginger McKenna (Sharon Stone). Quando invece è Nick a raccontarci la sua versione dei fatti, emerge tutta la vena più grottesca e parossistica del personaggio, un tamarro con la smania di prendersi tutto, specialmente quello che non è suo.

Per raccontarci tutto questo Scorsese enfatizza la sua regia, in un trionfo di dolly e carrelli laterali, di panoramiche e inquadrature lunghe perfette nel raccontare la vita frenetica dei personaggi e la loro smania di arrivare, il ritmo infatti non cala mai fin dai titoli di testa in odore di Hitchcock, visto che a curarli sono stati proprio Elaine e Saul Bass. Tutti i personaggi vivono e in molti casi – letteralmente – muoiono sulla linea della loro narrazione, finché restano all’interno di quelle voci narranti, che spesso si intrecciano passandosi lo scettro di narratore universale, i personaggi hanno un’evoluzione, quando ne restano tagliati fuori è perché non sono più parte del complesso gioco di carte messo su dalla storia.
Questo bellissimo “bluff” narrativo diventa chiaro quando qualche personaggio, riuscirà a chiudere il suo cerchio, mentre altri, ne verranno drammaticamente tagliati fuori, rimanendo così cerchi spezzati, come accade a Ginger, personaggio impersonato magnificamente da Sharon Stone nella sua miglior prova da attrice di sempre, non ho nessun dubbio relativamente a questa mia affermazione. Scorsese chiedendole di esagerare, le ha permesso di costruire un personaggio sopra le righe perché lassù è dove è abituata a vivere Ginger, una prova stupendamente “urlata” (nel senso migliore del termine) che fa sembrare quasi minimalista accanto a lei, uno che di solito si mangia lo schermo come James Woods, qui mai abbastanza citata spalla cinque stelle extra lusso.

L’arco narrativo circolare dei personaggi, diventa lampante per quello di Bob De Niro, che inizia e termina nello stesso punto, un lungo (finto) flashback che è un trucco di Poker, il narratore non è più universale ma narratore e basta, infatti ci sono due frasi chiave, in due momenti specifici del film, che determinano Asso, quella che prima o poi abbiamo citato e parafrasato tutti, anche io in apertura del post, ovvero ci sono tre modi di fare le cose, il modo giusto, il modo sbagliato e a modo mio, che rappresenta l’assoluto apice del personaggio, e poi il suo «E questo è quanto», cugino del vecchio «Questo è spettacolo» ma molto più dimesso, con cui Asso si congeda dal suo lungo racconto, come a dire, tutto finito gente, il casinò chiude.
Impossibile parlare di “Casinò” senza passare dalle prove attoriali, su Sharon Pietra e Giacomo Boschi mi sono già espresso, passo al solito, micidiale Joe Pesci che qui forse, non ha mai generato il numero di meme di Goodfellas ma per certi versi è anche più cattivo, ci trovo proprio della bastardaggine nel suo personaggio, uno che conosce solo l’atto del prendersi tutto, anche con violenza se necessario, che si incastra nella storia tra Asso e Ginger da spaccone, insomma Pesci al suo meglio, proprio come De Niro.

Tra tutte le grandi prove di Robert De Niro, che in linea di massima, non sono proprio pochine, quella in “Casinò” è la sua più completa, se in Cape Fear aveva sfoggiato tutta la sua cattiveria, qui spesso non ha nemmeno bisogno di eccedere nelle smorfie o negli acuti che lo hanno reso celebre, è come se ad ogni scena il personaggio combattesse, con la stessa identica furia sfoggiata negli altri suoi personaggi, per non esplodere, per non scivolare nelle vecchie abitudini da criminale che tutti vorrebbero per lui, ma che lui esorcizza diventando un personaggio sempre più mediatico, che poi è soltanto un altro modo per assecondare il suo ego.
Forse “Casinò” in termini di popolarità per la prova di De Niro è penalizzato dall’assenza del solito doppiatore storico dell’attore, il che mi sembra un po’ assurdo perché, per gli amanti del doppiaggio, Gigi Proietti fa un lavoro incredibile e basterebbe gustarsi la prova del vecchio Bob in originale per non avere il minimo dubbio.

Malgrado tutto il film non ha raccolto, in termini di premi, quello che avrebbe meritato, oltre al Golden Globe per Sharon Stone, “Casinò” è rimasto incastrato nella nomea del solito film di gangster di Scorsese, sarà che come sapete non mi curo di premi o doppiaggi, ma a trent’anni dalla sua uscita, resta uno dei punti più alti della filmografia di un grande Maestro, e su questo potete scommetterci.
Sono molto, ma molto felice di essere riuscito a pianificare decentemente, tanto da poter aver beccato anche l’ultimo grosso compleanno Scorsesiano dell’anno, ora, causa festività, per un po’ la rubrica andrà anche lei a festeggiare, torneremo con il Buon Vecchio Zio Martin a metà gennaio, per la precisione il 23, anche perché il venerdì prima ci sarà un altro compleanno importante, ma tenetevi pronti, perché la rubrica ripartirà con una grossa sorpresa, non mancate!


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