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Cassandra Crossing (1976): un Kolossal mancato e un paio di idee da non sottovalutare

Il treno sta per partire, festeggiamo i cinquant’anni di questa corsa folle grazie alla nostra capo treno, oggi a guidare la Bara lungo i binari sarà Rebel Rebel, buona lettura!

«Treni, perché a me toccano sempre i treni… Almeno oggi divido la fatica con Rebel Rebel»

Una di quelle cose che fa innervosire chi ama il cinema aldilà della, pur indispensabile, funzione d’intrattenimento, è lo spreco. Oggi festeggiamo Cassandra Crossing che compie i suoi primi cinquant’anni. Secondo la rivista Variety del maggio del ‘75, avrebbe dovuto essere il primo di 8 film all’interno di un progetto di collaborazione tra il produttore italiano Carlo Ponti e il governo iraniano, con la clausola che parte delle riprese delle pellicole si svolgesse in Iran. Questo ambizioso accordo però non ebbe mai seguito e il film di oggi fu l’unica opera portata a termine. Cassandra Crossing è un thriller-catastrofico che avrebbe potuto divenire un kolossal per più di una ragione. Un cast ricchissimo sia numericamente che per altisonanza dei nomi; un budget di produzione intorno ai 6 milioni di dollari ripartiti tra investitori tedeschi – che coprirono il 40% dei costi – il produttore britannico Sir Lew Grade e Carlo Ponti; un’idea narrativa alla base che avrebbe potuto svilupparsi in percorsi molto promettenti oltre che premonitori di malattie respiratorie nate in laboratorio, eventualità che tra il 2019 e il 2020 ci sono piombate addosso come una maledizione. E il fatto che il nome del famigerato ponte del film – che esiste realmente, opera di Gustave Eiffel, si trova nel sud della Francia e si chiama Viadotto di Garabit – da cui nasce il titolo sia Cassandra, come la sacerdotessa di Apollo del mito greco che prevedeva il futuro senza mai essere creduta, è giusto un po’ inquietante. Eppure, nonostante le premesse, questo è un film che si lascia guardare senza molto in più da aggiungere. I preziosi ingredienti sul tavolo dello chef non vengono ben valorizzati: non si amalgamano bene, non si procede alla giusta cottura, alla fine si butta via parte del risultato che arriva in tavola. Usiamo la metafora del cibo e dei piatti che ormai in Italia è diventata la chiave di lettura di ogni dimensione dello scibile. Parla di cucina e sarai ascoltato, parla dei morti sul lavoro e nessuno ti si fila, per dire.

Avete presente i casting acchiappa tutto e tutti della Marvel? Ecco, solo cinquant’anni prima.

Cassandra Crossing, come vi accennavo, ha una trama per nulla superata. Siamo a Ginevra, un commando di tre terroristi svedesi s’introduce nella sede dell’OMS cercando di piazzare un ordigno esplosivo in nome della libertà, ma il conflitto a fuoco con le guardie di sicurezza del palazzo provoca la classica rottura di fiale segretissime contenenti una coltivazione di batteri frutto di esperimenti dell’esercito USA (non ce lo aspettavamo!) con scopi militari (non ce lo aspettavamo neanche questo!); armi da guerra batteriologica visto che le bombe non bastano mai. Due terroristi restano a terra ma un terzo riesce a fuggire e giunto alla stazione (scena girata a Basilea) disperato e con i primi sintomi del contagio, decide di nascondersi sul treno in partenza per le capitali nord uropee. I vertici militari statunitensi inviano a Ginevra il colonnello McKenzie (Burt Lancaster perfetto nell’interpretare l’ambiguità del militare ottuso e dell’essere umano tormentato) incaricato di evitare non solo la diffusione del virus mortale, ma prima ancora quella della pubblicità su esperimenti militari svolti all’insaputa della popolazione e degli stessi vertici dell’OMS. Il personaggio della dottoressa Stradner (Ingrid Thulin), scienziata dell’OMS infatti non solo è allo scuro di tutto ma rappresenta per tutta la pellicola il contraltare del militare cercando di riportare su un terreno di umanità e raziocinio la gestione della crisi e della minaccia biologica incombente. Le autorità militari americane decidono di piombare il treno e di dirottarlo verso un ex campo di concentramento in Polonia dove avrà luogo la quarantena dei passeggeri. In un angosciante frattempo, sul versante del treno in corsa si lotta per arginare il contagio e per salvare la pelle in quanto il tragitto prevede l’attraversamento di un ponte, il Cassandra Crossing per l’appunto, pericolante e che rischia di non reggere il peso del treno.

… E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano che George Pan Cosmatos dominava con il pensiero e con la mano (quasi-cit.)

Il convoglio, come ogni treno che si rispetti, è un microcosmo di personaggi e tipologie umane di varia estrazione dove, come ai nostri sfortunati tempi su un pianeta che è diventato piccolo, tutti sono in pericolo senza distinzioni di casta. Scorrendo gli scomparti incontriamo un noto neurochirurgo Jonathan Chamberlain (Richard Harris) ed ex-consorte (Loren), la moglie attempatella, ricca e fedifraga di un produttore di armi (Ava Gardner) con il giovane amante di turno (Martin Sheen) un poliziotto travestito da prete (O.J. Simpson) una bambinaia d’alto bordo (Alida Valli), un gruppo di giovani hippy tra cui spiccano il bel Ray Lovelock e la bellissima, allora moglie di Harris, Ann Turkel, un anziano sopravvissuto all’olocausto, Lee Strasberg, e chi più ne ha più ne metta. Capite da voi che una tale quantità di personalità e personaggi avrebbe richiesto o un film della durata di quattro ore oppure una sceneggiatura più asciutta ma che scavasse con maggiore impegno in profondità nella costruzione dei tipi umani e dell’intreccio delle loro relazioni in una situazione di estremo pericolo e di prevaricazione. Il risultato invece è una dispersione di rivoli accennati che rimangono sempre un po’ superficiali e perfino stereotipati come per esempio il vecchio ebreo che mercanteggia oggetti preziosi, la coppia alto-borghese che si scopre filantropa, il poliziotto sguardo da duro e sigaretta in bocca, gli hippy che limonano ovunque e suonano i tamburelli. É pur sempre un film del 1976 ma di certo abbiamo visto di meglio.

C’è molta Italia in questo film, tanto che secondo alcuni osservatori si sarebbe dovuto intendere come una produzione nostrana. Oltre al grande produttore Carlo Ponti, originario di Magenta che all’epoca era il consorte di Sofia Loren già da dieci anni e lo sarebbe rimasto fino alla morte avvenuta nel 2007, è italiano anche il regista George Pan Cosmatos che a dispetto del nome di origine greca, era nato a Firenze nel 1941, e una volta stabilitosi ad Hollywood dirigerà i film che gli daranno una grande soddisfazione al botteghino, ovvero Rambo II la vendetta e Cobra con protagonista un altro italo-americano di discreto successo, un tale Silvester Stallone. La fotografia è di Ennio Guarnieri (collaboratore fisso di Mauro Bolognini e Franco Zeffirelli, nonché in alcune occasioni di De Sica); agli effetti speciali, scenografia, costumi, trucco, montaggio, altre maestranze italiane ed inoltre, gran parte delle riprese all’interno del treno furono effettuate a Cinecittà con la collaborazione delle Ferrovie dello Stato. E c’è naturalmente la nostra Sofia nazionale, in versione signora dell’alta borghesia americana tant’è che qui da noi il suo personaggio necessiterà della voce e dell’impeccabile dizione della storica doppiatrice Rita Savagnone. E parlando di doppiaggio riconosciamo sempre con grande debito d’affetto la voce di Ferruccio Amendola uscire dalla bocca del personaggio di Martin Sheen. In un ruolo più sacrificato poi troviamo la stupenda Alida Valli, lei no che non è sacrificabile. La quota internazionale del film, di altissimo pregio, risiede nella composizione del cast la cui statura rende il film meritevole, oltre i suoi limiti, di essere visto. Vedendo uno sproposito di divi/dive in un unico film verrebbe da domandarsi quali dinamiche si siano sviluppate dietro le macchine da presa e, per esempio, nella biografia di Sofia Loren ne viene raccontata una. Innocua ma simpatica. Ava Gardner, regina di fascino e bellezza oltre l’inesorabilità del tempo, ebbe a suggerire alla nostra Ciociara (!) di scattare sempre i primi piani al mattino perché “tesoro, il tuo look non durerà tutto il giorno”.

«Minchia è stato più facile avere Charlie come figlio che questo!»

Il soggetto del film prende spunto dal romanzo omonimo del giornalista e scrittore americano Robert Katz che ne firmerà la sceneggiatura insieme allo stesso regista e a Tom Mankiewicz (noto per aver scritto ben tre film di James Bond e un paio su Superman). E l’impronta di Katz è riconoscibile nella trasposizione cinematografica laddove si toccano, mettendole in scena, alcune tematiche a cui egli ha dedicato con grande passione molta della sua attività di studioso e storico. Una passione che lo condurrà addirittura a doversi difendere da una causa di diffamazione intentata contro di lui dagli eredi di Papa Pio XII per l’accusa che lui gli rivolse di essere stato a conoscenza della futura strage delle Fosse Ardeatine e di non aver tuttavia fermato l’eccidio. L’occupazione nazista soprattutto di Roma è stato per lui un terreno di studi che definire di grande interesse è alquanto riduttivo. Basti pensare che oltre a Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine (1967), Katz pubblicherà nel 2003, Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944. I chiari riferimenti ai treni della deportazione nazista sono inequivocabili nella lunga scena della piombatura dei vagoni, con l’angoscia dei passeggeri privati da un ordine superiore spietato e non appellabile della loro umanità, l’annientamento di ogni diritto perfino quello alla sopravvivenza. Il terrore del vecchio ebreo a sottolinearlo. Un altro connotato apprezzabile del film è il dichiarato antimilitarismo incarnato dal personaggio di McKenzie disposto a sacrificare 1000 vite umane piuttosto che rischiare di rivelare al mondo i loschi intrighi dell’esercito. E nonostante tantissimi registi e autori si siano sforzati di dipingere al pubblico il lato distruttivo, corrotto, intriso di menzogna che i vertici militari sono in grado di esercitare senza un potere di controllo che gli si contrapponga, siamo ancora qui ad assistere alla narrazione delle guerre condotte in nome di un bene superiore che non ci è ancora chiaro quale sia e in che modo ci riguardi.

Nonostante abbia parlato di limiti e pochi pregi del film, di sicuro il finale rappresenta un riscatto rispetto ad alcuni scivoloni di banalità disseminati qua e là. Il ritmo e l’azione crescono scena dopo scena serrandosi sempre più come pure l’eroismo dei passeggeri, consci che solo lottando insieme potranno forse sperare di salvarsi, almeno alcuni di loro. Ed è con la spettacolarità, seppur datata, della scena catastrofica finale che la regia acquista a mio parere un certo pregio. Un finale che non è consolatorio e che lascia un retro-pensiero ambiguo. A questa scelta a mio parere va riconosciuta una tacca di valore. I buoni non vincono sempre ma come spesso mi trovo a scrivere su questa amata Bara vale sempre la pena di battersi.

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