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Cell (2016): Per i nonni un documentario sui giovani e gli smartphone (per gli altri un horror)

Da che io
ricordi, ho sempre letto i romanzi di Stephen King, finisce sempre che non ne
perdo neanche uno, “Cell” uscito ormai nel lontano 2006 non fa certo eccezione
ed è da allora che si parla di un adattamento cinematografico.

Il romanzo
uscì con una campagna mediatica mica da ridere, ricordo che ai tempi era
possibile scaricare dal sito ufficiale l’MP3 di “The Pulse”, ovvero il segnale
che all’inizio del romanzo viene diramato in contemporanea da tutti i telefoni
cellulari del mondo, trasformando chi lo ascolta in una belva senza cervello
assetata di sangue e pronta ad uccidere senza pietà. Una comunità
di zombie (Si lo so, tecnicamente non erano Zombie…) con una mente comune che attraverso la solita invenzione linguistica
di Zio Stevie prendono il nome di Phoners o Phonecrazies (da noi cellulati o
telepazzi). 

La copertina del romanzo era ed è ancora fighissima, bisogna dirlo.

Ricordo che un paio di cose del romanzo mi esaltarono moltissimo,
ad esempio la dedica a Richard Matheson e George A. Romero di King che apre il
libro, mettendo in chiaro le origini della storia, un’interpretazione del mito
degli Zombie, che a quei due signori lì deve moltissimo, se non quasi tutto.

Ho letto
“Cell” una sola volta e siccome sono passati un sacco di anni non ricordo
proprio tutti i dettagli lo confesso, quello che mi ricordo bene sono le
sensazioni che ho provato leggendolo: esaltazione per l’inizio, noia e
delusione nella parte centrale e colpo di coda di gioia nel finale.
Una storia
così smaccatamente di genere era roba rara per uno come King, ricordo anche un
certo giubilo per il protagonista, che di mestiere faceva il disegnatore di
fumetti, mi ricordo anche molto bene la solita prosa di Zio Stevie capace di
rendere credibili i suoi personaggi, mi pare di ricordare che il rapporto tra
il protagonista e l’ex moglie non fosse proprio da favola e mi pare ci fosse
anche un personaggio omosessuale nella storia, dimostrando che il Re era già
avanti sui tempi dieci anni fa.



“Di’ “cosa” un’altra volta, di’ “cosa” un’altra volta!” (Cit.).

Quello che mi
ha tolto molta della poesia è stata la parte centrale frettolosa, non ricordo
tutti i dettagli, il finale, invece, che molti fan di King hanno criticato
aspramente, per me è stato uno dei (pochi) finali azzeccati dallo Zio. C’è
un’altra cosa che ricordo bene legata a “Cell”, ovvero, il fatto che Eli Roth era
stato coinvolto nell’adattamento cinematografico della romanzo.

La Dimension
Films aveva già acquistato i diritti per adattare il romanzo di Stephen King
nel marzo 2006 e “Cell” avrebbe dovuto essere il primo film di Roth una volta
terminate le riprese di “Hostel – Part 2” (2007), ma per via delle classiche
“divergenze creative” il buon Elia ha portato le sue labbra ad un indirizzo
nuovo, preferendo storie scritte da lui, come abbiamo visto anche di recente,
con film come Knock Knock.
Pare che la
pietra dello scandalo sia stato il finale, Roth aveva altre idee, insomma, succede
che la sceneggiatura viene riscritta e modificata da… Stephen King, se volte
qui ci sta un drammatico Zan-ZAN! 
Suo primo
grosso lavoro solo per il cinema dai tempi di, beh, penso Brivido.

“Una notizia da restare a bocca aperta!”.
King modifica
il finale, mi verrebbe da pensare, rendendolo più simile a quello del libro, che
a me era piaciuto, invece dopo aver visto “Cell”, ho scoperto che lo Zio si è
inventato tutta un’altra conclusione per la sceneggiatura, mi viene anche da dire, che il
problema di questo film, non è la scena finale, ma i 90 e qualcosa minuti che
lo precedono.
Clay Riddell
fa il disegnatore di Graphic novel (perchè dire fumetti fa brutto) ha il
faccione di John Cusack e viaggia per tornare a casa, dall’amato figlio e dalla
moglie che sparisce presto dal film, ma che non somiglia per niente alla sua
controparte cartacea.
Nel mezzo
dell’aeroporto tutti i cellulari del mondo ricevono la stessa chiamata, chi
risponde si trasforma in una bestia idrofoba pronta ad uccidere tutto quello
che si muove. Era dai tempi delle notizie sulle persone in coda per il nuovo
modello di iTelefono che non vedevo tanta violenza legata ad un cellulare.



“Hanno aperto l’apple store! L’ultimo che arriva paga il telefono con la mela per tutti!”.
Nella scena di
apertura il sangue non manca, ma guardando il tutto, la parola che mi viene in
mente è: “Asylum”, anche se quando tra i passanti ignari dell’aeroporto, ho
visto spuntare il leggendario Lloyd Kaufman, ho capito che forse tutto il film,
è un omaggio alla TROMA, ma senza le parti divertenti.



Facciamo un gioco, lo chiameremo: “Trova Lloyd”.
John Cusack
ormai è una specie di macchietta, incastrato in produzioni al limite
del direct-to-video, a cui alterna qualche film con qualche regista famoso,
giusto per far vedere che è ancora nel giro. Ogni volta che interpreta un nuovo
personaggio, non fa altro che scegliere un nuovo tick da appiccicargli addosso
per caratterizzarlo, ad esempio negli ultimi due film in cui l’ho visto
recitare, “Maps to the Stars” di Cronenberg e… Un altro filmaccio di serie Z,
mi pare si chiamasse “Drive hard” (mi pare), il suo personaggio fumava la
sigaretta elettronica e a dirla tutta anche in questo film uno dei
sopravvissuti la fuma… Vuoi vedere che Cusack becca una percentuale per la
diffusione della iSigaretta?
Nello
specifico di questo film, il tick del suo personaggio è quello di infilarsi
compulsivamente il berretto di lana nei momenti più improbabili, tipo durante
l’attacco di aereoporto. Ormai Cusack è diventato una specie di versione a
basso costo di Nicolas Cage, anzi tante volte per i film che scelgono arrivo
quasi a confondermeli.



Nicolas Cage sul set del film nei panni di John Cusack.
Suo degno
compare, un altro che ad un DTV non dice mai di no, Samuel L. Jackson, che
almeno ogni tanto illumina lo schermo con una prova magnifica, di solito in un film di Tarantino. Qui fa il suo
dovere, tutto sommato non si può davvero imputare nulla agli attori, anzi, sono
stato molto contento di rivedere il vecchio Stacy Keach, sempre un piacere
incrociare il suo faccione!



Guarda chi si rivede! Il vecchio Stacy quanto tempo!
Il problema di
“Cell” è che il regista Tod Williams (quello di “Paranormal activity 2”), non
riesce mai ad elevare questa versione informatizzata degli Zombie a qualcosa di
veramente minaccioso, quando uno “stormo” (come viene chiamato nel film) si paralizza
con la bocca aperta (storia vera!) per trasmettere i segnali con cui
comunicano, quella che dovrebbero essere una pericolosa minaccia, scade subito
nel ridicolo involontario, personalmente ho temuto di vedere uno dei Phoners
aprire la bocca per sentir uscire la frase: “… L’utente da lei chiamato non è
al momento raggiungibile”.
Williams, poi,
ha un evidente problema di budget: a metà film c’è una scena con un grosso
incendio, in cui le fiamme posticce fatte in computer grafica fanno tenerezza
per quando sono brutte. Inoltre, la fretta pervade tutta la storia, nel giro di
pochissimo la civiltà viene distrutta, come a dire: “Senza telefoni cellulari
non siete niente!”. In pratica la conferma degli incubi paranoici di qualunque
fanatico di smartphone.
Verso metà
pellicola “Cell” tenta una svolta paranormale, il capo dei Phoners, il
misterioso Red Hoodie (letteralmente “Cappuccetto Rosso”, ma in inglese suona
più figo), sembra la versione giovane del Randall Flagg di “The Stand” (L’ombra
dello scorpione), peccato che il tutto proceda così frettolosamente che anche
un nemico con potenziale come lui, viene sprecato anzitempo.



“Alt! Non si passa con il rosso”.
Il finale, poi,
l’oggetto di tante contestazioni, personalmente l’ho trovato… Stupido! Non è niente più che una manovra suicida del protagonista, il fatto che sia
stato scritto di persona da Stephen King è doppiamente avvilente, per una
volta, una delle poche, in cui era riuscito ad azzeccare un finale ben fatto
nel romanzo, ha dovuto subito sputtanarlo nella versione cinematografica,
l’unica trovata che stempera un po’ la delusione è la scelta musicale, “You
never walk alone” suona veramente satirica combinata con le immagini sullo
schermo.



In soldoni,
“Cell” è bruttarello e deludente, non che mi aspettassi un bel film visto i due
campioni del DTV Cusack e Jackson, ma la delusione arriva tutta dal fatto che
il romanzo, malgrado i difetti, aveva un grosso potenziale che il film non solo
non ha sfruttato, ma ha anche smontato nelle parti azzeccate. Il risultato
finale è qualcosa che sta a metà tra l’Asylum e la Troma, ma senza le trovate
comiche geniali, non è nemmeno un film in grado di fare satira sull’utilizzo
smodato del cellulare che ci affligge, al massimo è una pellicola che conferma
un’antica teoria: “Non rispondete alle chiamate anonime sul telefono!”.
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