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C’era una volta in America (1984): che hai fatto in tutti questi anni?

I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i
vincenti e i brocchi e questa rubrica ormai è arrivata alla fine, l’ultimo capitolo
di… Un mercoledì da Leone!

Lo abbiamo visto nel corso di questa rubrica e di molte di
quelle monografiche dedicate ai registi da questa Bara, ogni autore ha un film
che è la sua Chimera, la storia da raccontare che viene inseguita spesso per
anni, il classico film della vita che spesso diventa un disastro al botteghino, oppure
il punto più alto di una carriera, non credo ci sia un caso più emblematico di
un film inseguito e fortemente voluto da un regista, come “C’era una volta in
America” per Sergio Leone.

Leone aveva questo film in testa fin dall’altro “C’era una
volta” (il West), l’idea di portare
sul grande schermo il romanzo “Mano armata” (1952) di Harry Grey, era
il grande sogno del maestro nel mezzo (per nostra fortuna) si è infilato Giù la testa e una serie di film come
produttore, come Il mio nome è Nessuno
e tutte le prime pellicole del suo protetto Carlo Verdone.

Quei bravi ragazzi. Nella versione di Sergio Leone però.

La gestazione del film richiese quasi dieci anni, passati a
combattere per acquisire i diritti di sfruttamento del romanzo, dell’autobiografia
di Harry Grey (nome d’arte dietro cui celava la sua identità il vero criminale
Herschel Goldberg) e a curare i dettagli di un film che rende omaggio a tutti
i film di genere Gangster, tenendo conto degli elementi che a Leone stanno più
a cuore: il mito degli Stati Uniti d’America e il tempo, l’elemento chiave nell’ultimo
capitolo della sua trilogia a tema. La sceneggiatura cresce diventando sempre
più ricca di dettagli grazie al lavoro degli scrittori con cui Leone firma il
film: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli e
Franco Ferrini.

Tra le ispirazioni di Leone anche il romanzo di Jack London “Martin
Eden” (che non a caso è il libro che Noodles legge quando è… Beh, in bagno) e i
dipinti di Norman Rockwell che fanno da fondamentale ispirazione per
rappresentare New York, nei quasi cinquant’anni lungo cui la storia si dipana e
viene raccontata.

Ci voleva lo stesso romano di Trastevere, che ha raccontato il west agli Americani, a ricostruire in maniera così dettagliata la vecchia New York.

Quando nel 1982 Leone si mette effettivamente al lavoro sul
film dopo la lunghissima pre produzione, può contare sul produttore Arnon
Milchan, ma anche su una fama di regista ormai leggendario che gli permette di
poter scegliere un cast di prima categoria per il suo lavoro più ambizioso. Ma
state pure tranquilli che, malgrado l’interesse di De Niro che da anni
gironzolava attorno alla possibilità di interpretare David “Noodles”
Aaronson, sul set Leone non ha fatto sconti a nessuno, di fatto il regista
Romano era in grado di recitare a memoria le parti di tutti i personaggi e
dagli attori pretendeva solo il meglio (storia vera).

La girandola di nomi per i vari personaggi è da far girare
la testa, oltre all’auto candidatura di Claudia Cardinale, scartata da Leone perché troppo famosa e (aggiungo io) anche
troppo sexy per la giù sbarazzina Carol (ruolo assegnato alla bionda Tuesday
Weld), De Niro prova a giocarsi la carta del suo amico Joe Pesci per il ruolo
di Max, ma il vecchio Joe proprio non convinceva Leone che per la parte aveva altre
idee, ecco perché Pesci è rimasto a bordo nel ruolo comunque chiave di Frankie
Monaldi, lasciando campo libero a quella faccia da schiaffi di James Woods che
arrivava dritto dal successo di Videodrome
e nella stessa carriera, è riuscito a recitare con ben tre dei miei registi
preferiti, sempre con ruoli iconici.

“Cronenberg, Leone e Carpenter. Poi chiedetevi perché Cassidy va pazzo per me?”

Per la parte di Deborah, invece, è stata presa in considerazione
quasi qualunque bellezza di Hollywood, da Daryl Hannah che rifiutò per stare ugualmente a Manhattan, però a fare la sirena (storia vera) passando per Sigourney Weaver
che, probabilmente, avrebbe sballato tutte le inquadrature a Leone, specialmente accanto al non proprio statuario Robert De Niro. La scelta alla fine ricadde sulla
delicatezza di Elizabeth McGovern, semplicemente perfetta per il ruolo della
donna angelicata desiderata dal protagonista (lo aveva capito anche Walter Hill, altro leoniano di ferro).

La faccia di uno che in questi anni, è andato a letto presto.

Considerando che “C’era una volta in America” copre un arco
di tempo molto ampio, Leone accarezza l’idea di far interpretare i personaggi
da adulti e da anziani a due attori diversi, ma poi giunge alla stessa
conclusione di Martin Scorsese (con trentacinque anni d’anticipo) e opta per il trucco per invecchiare i suoi attori. Con
risultati che possono essere considerati stranianti, solo se hai passato gli
ultimi trentacinque anni non ad andare a letto presto, ma a vedere invecchiare
De Niro sul grande schermo. Ogni elemento del film gioca a favore della visione
di Leone, bisogna tenere conto del fatto che il punto di vista del racconto è
sempre filtrato dai ricordi di Noodles, non credo sia un caso che durante la
scena in cui l’anti-eroe di Leone, incontri nuovamente la sua Deborah, Elizabeth
McGovern, mentre si toglie dal viso il trucco da Cleopatra nel camerino (nel
finale di una scena che nella versione estesa risultava più lunga), quasi non
sembra invecchiata di un giorno, aaah gli occhi dell’ammmore!

Infatti i ricordi in questo film sono fondamentali.

A proposito di attrici, Louise Fletcher accettò una piccola
parte nella scena al cimitero solo per lavorare con Leone, e questo creò più di
un imbarazzo al regista, quando si vide costretto a tagliare completamente la
prova dell’attrice, per sforbiciare un film che con tutto il materiale girato,
poteva arrivare facile a sei ore di durata. Affrontiamo l’elefante nella
stanza, la durata di “C’era una volta in America”.

Per la sua uscita in sala negli Stati Uniti (vietato ai
minori di 14 anni) il produttore troncò brutalmente buona parte del passato dei
protagonisti, roba da niente, solo quasi tutta la parte da bambini, riducendo
il film a 139 minuti malgrado gli strepiti di Leone (lo avranno sentito sbraitare fino
a casa a Trastevere…), ma anche le lamentele di Treat Williams, il cui ruolo del
sindacalista O’Donnell veniva drasticamente dimezzato, con una decisa spallata
alla comprensione del film che, infatti, alla sua uscita nei cinema americani
non andò bene per niente, ignorato anche da tutti i premi più importanti
(storia vera).

“Tu hai detto niente premi, cosa vuol dire niente premi? In che senso?”

Solo per l’uscita Europea del film Leone ottenne il
benestare per reintegrare buona parte del girato, facendo uscire in sala la versione che abbiamo
visto tutti nelle numerose repliche televisive del film (la mia vecchia VHS da 229 minuti con etichetta a lato con titolo del film addirittura stampato, per rispetto
reverenziale nei confronti dell’opera). L’edizione estesa del 2012 disponibile
anche in Blu-Ray, presenta almeno quattro scene lunghe che rendono il film
molto più completo e comprensibile (aveva ragione Treat Williams!), un grosso
lavoro di restauro poiché queste scene sono state recuperate dalla pellicola originale
per anni considerata ormai perduta e conservata solo grazie agli sforzi della
famiglia Leone. Quindi, anche se sono cresciuto con il montaggio voluto da
Leone, libero dalla censura visto che in Italia il film uscì nelle sale “per
tutti” trattandosi del nuovo Sergio Leone (storia vera), consiglio a tutti la
versione estesa, appena riuscite a tenervi 229 minuti liberi, tutto tempo ben speso
davanti a questo Classido!

Sergio Leone che per dirigere questo film ha rinunciato (un
po’ a malincuore) alla regia di “Il padrino” (1972), con “C’era una volta in
America” ha ridefinito i canoni del genere Gangster, proprio come aveva fatto
in precedenza per il Western, incorporando la storia nella sua poetica fatta di
riflessione sull’America (e il suo cinema), ma anche sulla fine di un’era, l’ultimo
capitolo della “trilogia del tempo” non può che essere il più malinconico e
disincantato di tutti.
Non solo la storia copre un arco di tempo molto lungo,
passando per alcuni momenti chiave della storia americana (il proibizionismo e
la sua fine), ma è tutto raccontato al contrario, la trama comincia in media res, con moderni pistoleri alla
ricerca di qualcuno, ma questa volta non si tratta dell’eroico Armonica pronto ad affrontarli, il
protagonista Noodles si nasconde e cerca conforto per i suoi sensi di colpa nei
fumi dell’Oppio, in una fuga impossibile dalle ombre del passato, nel retro di
un teatro di ombre cinesi.

Because I got high, Because I got high (La da da da da da da)

Se il montaggio sonoro all’inizio di C’era una volta il West era curatissimo, quello iniziale di “C’era
una volta in America” è addirittura espressivo, quasi un’anticipazione del modo
in cui Leone, per tutto il film non farà che mescolare passato e presente,
ricordi e azioni di Noodles a volte senza soluzione di continuità, ma sempre
con enormi capacità narrative. Non c’è mai un momento nelle quasi quattro ore
di film in cui non è chiaro in quale momento della storia ci troviamo e l’incessante
squillare del telefono collega momenti accaduti nel passato recente del
protagonista, giocando anche con le nostre attese.

Il cinema di Leone è immediato perché, malgrado la lunghezza
infinita dei suoi film, non risulta mai verboso, i dialoghi diventano rarefatti,
ma memorabili («Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su te?»,
«Io avrei puntato tutto su te», «Eh… e avresti perso») e un cinema che ti fa
utilizzare tutti i sensi, stimola gli occhi e le orecchie grazie alle musiche
di Ennio Morricone qui più suggestive che mai, anche perché parliamoci chiaro:
niente più delle musica è in grado di farti viaggiare tra i ricordi e i
personaggi di Leone hanno sempre un tema musicale che fa loro quasi da “memento mori” che sia un carillon, oppure il celebre Sean Sean. I personaggi tengono aperte le loro ferite, come faceva Armonica, il cui ruolo qui viene ereditato
da Cockeye (la clamorosa faccia da schiaffi di William Forsythe) che con il suo flauto di Pan suona il tema
musicale del film, proprio come faceva il pistolero di Bronson, solo che in
alcuni momenti risulta allegro e spensierato come i protagonisti durante la
loro infanzia tra le strade di New York, mentre nel corso del film diventa
malinconico, anche tetro, una campana a morto che ricorda a Noodles gli sbagli
di una vita.

Voi lo vedete così, ma questo è in grado di suonarvi Morricone come ridere.

Leone ci racconta il tempo che passa usando le armi del
cinema per portare in scena il flusso dei ricordi (forse drogati) del suo antieroe, una delle mie scene preferite resta l’ellisse narrativa con cui Leone ci
racconta in contemporanea la fuga e il ritorno a New York di Noodles, lo
vediamo ancora negli anni ’30 comprare un biglietto di sola andata per Buffalo mentre
guarda un murales dedicato a Coney Island, poi nella musica fa capolino un pezzo
moderno, però malinconico e che, ovviamente, parla dei tempi andati (“Yesterday”
dei Beatles) e il murales ora è cambiato come la faccia invecchiata di Noodles che
era giovane un attimo fa ed ora è quella di un vecchio che non ha mai vissuto
veramente, uno sconfitto nella New York del 1968, l’anno della rivoluzione
destinata a fare tante promesse, ma a non cambiarle davvero niente come tutte le
rivoluzioni di Leone.

Una delle più belle ellissi temporali mai viste al cinema.

Noodles vive di ricordi, quando Fat Joe (Larry Rapp) glielo
chiede «Che hai fatto in tutti questi anni?», lui gli risponde laconico «Sono
andato a letto presto», poi spiando in un buco nella parete come faceva da
ragazzo, dà il via alla porzione del film dedicata alla gioventù dei
protagonisti, un romanzo di formazione che è quasi un film nel film. Il lungo
flashback comincia con le prove di ballo della giovane Deborah, interpretata da
Jennifer Connelly allora bambina, scelta da Leone perché sapeva ballare e (a
detta del regista) aveva un naso identico a quello di Elizabeth McGovern
(storia vera). Se Claudia Cardinale è
la più bella donna che si sia mai vista in un film, a volte mi sento più
vecchio di Noodles, per aver spiato visto Jennifer Connelly crescere e invecchiare al cinema.

“A volte mi sembra di avere 90 anni e di averla vista crescere” (la Cit. è si Sergio, non Leone un altro amico mio)

Ogni tanto esce una nuova versione di IT e finiamo in tanti a lamentarci su come non sia identica al
romanzo di Stephen King, beh, Leone è riuscito a raccontare un romanzo di
formazione con attori giovani e vecchi (per altro molto somiglianti tra loro)
come su carta è riuscito a fare solo King. Le avventure giovanili di Noodles,
il suo primo incontro con Max e i loro primi passi da criminali di strada sono
uno sguardo privo di morale, ma carico di amore per i protagonisti da parte di
Leone, che questi personaggi li ha avuti tutti nella testa per un decennio
prima di poterli raccontare su pellicola e farlo in questo modo così diretto e
sincero.

Li vediamo in bagno, li vediamo perdere la verginità («La
mia prima scopata me la paga un poliziotto e pure italiano!»), ma anche giocare
a fare i Gangster, almeno finché il loro gioco non richiederà il suo tributo. Sono
ragazzi di strada che sognano in grande, non è un caso se l’immagine simbolo
del film siano loro cinque lungo le strade di Brooklyn, con il ponte di Manhattan
alle spalle.

Beh, questo Sergio Leone aveva un occhio discreto, voi che dite?

Nelle quasi quattro ore del film i potenziali momenti preferiti sono tanti, uno dei miei è l’ennesima
dimostrazione del talento di Leone di comunicare per immagini, quando uno dei
ragazzi porta la charlotte rossa alla panna alla burrosa Peggy, perché sa che
la ragazza in cambio… Beh, diciamo lo farà contento, ecco. Salvo poi finire lui a
mangiarsela sulle scale, in attesa di Peggy, una scena quasi tenera in cui il
personaggio cede ad un vizio di gola quasi infantile, un dolce con la panna,
sacrificando il rito di passaggio nell’età adulta che, purtroppo per loro,
arriverà nel modo peggiore, con Bugsy armato proprio nel vicolo con Manhattan sullo sfondo, mai così lontana.

Meglio della panna oggi, che i dispiaceri dell’età adulta domani.

Altro materiale da romanzo avrebbe detto Balzac, perché
Noodles vive di ricordi belli e brutti, è tormentato dalle parole dell’amico morto
tra le sue braccia («Sono inciampato») e anche i momenti più grotteschi della
loro carriera criminale ci vengono raccontati quasi con un tono da commedia, come
lo scambio dei neonati nella culla per dare una lezione al poliziotto Aiello, di
nome e di fatto visto che personaggio e attore si chiamano nello stesso modo.

A proposito, ciao Danny, ci vediamo nei film.

Noodles paga il suo essere un giusto, uno che agisce spinto
sempre dalla lealtà, badate bene, però, non un buono, perché nel cinema di Leone,
anche IL buono è quello che ti
abbandona nel deserto dopo tutte le volte che ti ha salvato la vita. Noodles è
un personaggio sfaccettato che aveva bisogno anche della cattiveria che il
vecchio (cioè il giovane, vabbè ci siamo capiti) Robert De Niro sapeva mettere
nelle sue prove di recitazione, il vecchio, no cioè il giov… Oh al diavolo! Bob
qui regala una prova dimessa con punte di aggressività sotto pelle, il suo
Noodles è quello che nella stessa sera riesce a prenotare un intero locale per
la sua Deborah, facendole una dichiarazione d’amore che sa di definitiva
(«Nessuno ti amerà come ti ho amata io»), salvo poi violentarla sui sedili
posteriori dell’auto, in un momento di possesso ribadito con la forza, che è
anche il punto più basso mai raggiunto dal personaggio che, scaricato a terra
dalla macchina, resta solo con le sue colpe davanti al mare, come se fosse il bambino di “I 400
colpi” (1959) invecchiato e incattivito dalla vita.

Una sorta di Antoine, ma cresciuto e invecchiato con rabbia.

Sergio Leone scopre le carte della sua storia poco alla
volta, seguendo il flusso dei ricordi del personaggio di De Niro, ed utilizza
tutte le armi del cinema per farci arrivare alla stessa conclusione del
protagonista. Noodles torna a New York ormai stanco di scappare e nel momento
della rivelazione, non ci sono dialoghi, l’attore che interpretava Max da
giovane, lo ritroviamo in un altro ruolo chiave, e basta davvero solo quello a
comprendere la svolta chiave nel film. La versione estesa della pellicola (quella che ha fatto storcere il naso a Treat Williams) mette in chiaro i
piani del misterioso senatore Bailey, l’uomo che ha invitato Noodles a tornare.

Il finale di “C’era una volta in America” è il più enigmatico
mai portato in scena da Leone, una scelta che regala ancora più fascino
alla pellicola, un vero trionfo del Cinema su tutto quanto, perché per un
regista che ci ha abituato a duelli clamorosi ed epici, quello tra Noodles e Bailey è volutamente dimesso, il
personaggio di De Niro ha capito tutto ormai da tempo, ma sceglie di continuare
a credere alla sua storia (per questo malgrado tutto, continua a chiamare il
suo interlocutore solo e soltanto Signor Bailey), anche perché quale altre
alternative avrebbe? Cedere ed ammettere che la sua vita sia stata tutta un’enorme
bugia solo per essere stato fedele al suo amico? Noodles sceglie la via
più difficile: restare fedele a quell’amicizia malgrado tutto e così facendo
fa vincere la finzione (quindi il cinema) su tutto il resto.

Per provare a dare valore ai ricordi, e ad una vita passata ad andare a letto presto.

Ecco perché l’ultima scena in strada, quella con il camion
dei rifiuti è forse uno dei più grossi misteri cinematografici (ad Ovest di
David Lynch) ancora irrisolti, Bailey fugge sul camion? Muore tritato dai
rifiuti? Era una visione di Noodles? Nessuno degli attori coinvolti ha mai saputo
dare una spiegazione definitiva, ma meglio così perché è lo stesso Leone a
raccontarci il suo piano per bocca del suo personaggio, «È il tuo modo di
vendicarti?» gli chiedono, «No. È solo il mio modo di vedere le cose» che poi è
anche quello del suo regista.

Il gioco di specchi e di ricordi di “C’era una volta in
America” finisce dove tutto è iniziato, nella fumeria d’oppio, io non sopporto
quelle teorie da fan per cui tutti i film e le storie debbano risolversi come «È
un sogno del protagonista!», scelta banale che copre tutto da “Grease” (1978) a
Lost, il bello di questo capolavoro
di Leone è il modo in cui riesce ogni volta ad invitarci ad entrare nella vita
dei personaggi e poi delicatamente, ma in maniera netta, ci faccia distaccare
da loro. Quando Noodles sceglie di credere alla sua storia, mette un sipario
tra noi e lui, ben rappresentato dal velo che copre il sorriso finale di De
Niro, la conclusione di un’opera d’arte che non deve per forza spiegare tutto, soprattutto non dopo aver già detto così tanto, ma va osservata, il sorriso
della Gioconda, quello di Noodles, sempre di grande arte stiamo parlando.

Questo film dura come una visita al Louvre, ma termina comunque fissando un enigmatico sorriso.

Con “C’era una volta in America” cala il sipario su questa
rubrica e sul cinema di Sergio Leone, il suo film sulla battaglia di
Stalingrado non ha mai visto la luce, anche se il regista romano aveva già
ricevuto i permessi dalla vecchia Unione Sovietica per girare, un progetto
sfumato come nei sogni di Noodles che ci lascia con l’enorme talento di un
regista che ha reso grande il Cinema e con un po’ di malinconia, proprio come
quando arrivi ai titoli di coda di questo grande film. Da parte mia posso solo
aggiungere che senza Leone, nella mia vita non ci sarebbe mai stata la passione
per il Cinema e questo è il regalo più grande che potesse farmi, quindi grazie
Maestro per i ricordi, le sparatorie, i primi piani e la dinamite (soprattutto
la dinamite!). In tutti questi anni io non sono quasi mai andato al letto presto,
ma non ho mai smesso di guardare film di Sergio Leone, questo è poco ma sicuro.

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