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Chapelwaite (2022): nel Maine di Stephen King non ci si annoia mai

Bisogna essere onesti, gli adattamenti dei lavori di Stephen King ormai non si contano più, sono talmente tanti che in qualche caso, siamo già passati al secondo adattamento fuori dalle pagine.

Proprio per questo ho rischiato di perdermi questo “Chapelwaite” che ha un po’ la sfiga di farmi pensare, solo per assonanza nel titolo, al campo Chippewa della Famiglia Addams. Poco male, mi piace leggere lo zio Stevie, figuriamoci se dico di no ad una miniserie in dieci puntate tratta da qualcosa scritto da lui, si ma cosa esattamente? Perché a parte la pessima estate di Mercoledì Addams, il titolo mi dice pochino.

Inoltre va detto, questa miniserie non è stato molto pubblicizzata, ho fatto ancora in tempo a vederla su Tim Vision, dove è andata in onda in due tronconi, ma forse al momento dovreste ancora trovarla su Rai Play, sempre se non hanno già cancellato tutto dai loro server per far spazio alle nuove puntate di qualche nostrana telenovela.

Adriano interpreta lo sconforto di quando Rai Play ti fa sparire gli episodi che devi ancora vedere.

Ho iniziato a guardare “Chapelwaite” consapevole della sua origine Kinghiana, quando ho realizzavo che stavo guardando qualcosa di tratto dal racconto “Jerusalem’s Lot”, incluso nella raccolta “A volte ritornano” (1978) mi sono chiesto: «Come faranno mai a fare dieci episodi basati su QUEL racconto?»

Una storiella efficace, tutta d’atmosfera, ma striminzita, in cui King rendeva omaggio a H.P. Lovecraft, non solo nello stile ma anche un po’ nella forma, per una racconto che in qualche modo con il tempo, è diventato parte dell’iconografia della cittadina di Salem’s lot, protagonista di uno dei più bei romanzi (citati sempre poco) di King e di un’adattamento televisivo firmato Tobe Hooper.

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L’approccio scelto dai creatori della serie, ovvero Jason e Peter Filardi è interessante, per circa cinque episodi sembra di guardare un “prequel” del racconto, in cui l’unico elemento ricorrente legato alla storia, sono i vermi, una trovata orrifica che va un po’ persa nel corso dei dieci episodi, quando la trama entra nel vivo.

La storia è quella del baleniere professionista, il capitano Charles Boone (fatto a forma di Adrien Brody), che dopo la perdita della moglie, torna nella piccola città di Preacher’s Corners, ovviamente nel Maine trattandosi di un lavoro di King, questa era facile no? Peccato che i Boone a casa loro, siano perseguitati da un passato oscuro.

In lutto su una baleniera, ma non per Moby Dick.

Il maniero di Chapelwaite, ereditato dopo la morte di un lontano cugino, si trova a breve distanza da Preacher’s Corners, ma nemmeno troppo distante dalla famigerata e molto lovecraftiana Jerusalem’s Lot, anche se il problema più impellente per i protagonisti sono i locali, affetti da bigotto moralismo.

I figli di Boone, nati da qualche parte in un isoletta dell’ atlantico sono mal visti, per il classico tema della mostruosità, che si trova negli atteggiamenti degli umani che vivono nella porta accanto. Fino qui siamo in pieno canone, incubi “vermosi” ricorrenti compresi.

«Ma dal cugino non potevano ereditare solo i debiti? No eh?» 

A proposito di “Cose preziose vermose” (quasi-cit.), al centro della trama l’ambito grigorio De Vermis Mysteriss, che svolge un po’ la funzione di MacGuffin ma anche di Deus ex machina, quando all’alba (capito? All’alba perché son… Ok la smetto!) del quinto episodio, fanno capolino gli altri abitanti del luogo. Anzi lo scrivo meglio, gli ALTRI abitanti.

Vi ricordate cosa dicevo di Midnight Mass? Flanagan in quanto Kinghiano di ferro, pur adattando il romanzo di un altro scrittore, sembrava muoversi in territori per affinità e atmosfere, molto simili a quelli di “Salem’s lot”, con il piccolo e non secondario problema che a Flanagan, ma sopratutto ai suoi personaggi, attaccava la logorrea, per puntate parlate, molto parlate, tanto parlate, troppo parlate! Con discorsi filosofici nemmeno scemi, però troppe, troppe parole per un ritmo che latitava.

Se sognavate un adattamento pagina per pagina del racconto originale di King, lasciate perdere, “Chapelwaite” sceglie la via di espandere la trama, a volte con scelte fin troppo convenzionali, ad essmpio un approfondendo dei personaggi che potevano avere qualcosa da dare alla storia, avrebbe fatto comodo. Che senso ha dare al protagonista figli di etnia mista, se poi questo elemento non viene minimante sfruttato? Concessione ai moderni casting? In generale per atmosfere “Chapelwaite” risulta meglio di altri adattamenti kinghiani visti di recente, ad esempio ancora mi chiedo come abbiano potuto sbagliare così tanto “La storia di Lisey” (2021).

La mia reazione davanti a quel disastro di adattamento, come gettare via un bel libro.

Posso dire che “Chapelwaite” è la miniserie che non sapevo di voler vedere, ma che mi sono divertito a guardare, resta una cosina a lenta cottura, ma quando scalda le candelette risulta un adattamento kinghiano più a fuoco di tanta altra roba simile più blasonata. Certo, con tre episodi in meno sarebbe stata un gioiellino, ma anche così funziona, tanto che il canale americano che l’ha prodotta, ovvero Epix, minaccia già una seconda stagione, staremo a vedere.

«Cassidy ha già pronta una bara per me, tanto vale portarsi avanti» 

Una menzione speciale la merita Adrien Brody, specializzato in ruoli tormentati (la sua filmografia parla chiaro no?) qui riesce a caricarsi ancora una volta sulle spalle un personaggio dal destino tragico, insomma i creatori della serie hanno scelto un approccio che paga dividendi. Coloro che camminano dietro i Filardi oserei dire, se mi passate la (quasi) citazione kinghiana.

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