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Chernobyl (2019): Memento mori

Il latte e il divieto di uscire fuori a giocare. Chiedete a qualunque “bambino degli anni ’80”, anche quelli che come me erano piccolissimi, il drammatico 26 aprile del 1986 (e negli anni successivi) e state certi che ognuno avrà il suo ricordo della tragedia di Chernobyl. Il mio è questo, il latte e il divieto di uscire a giocare.

Il latte più che altro nei racconti di mia madre, di quanta ansia ci fosse nel reperirlo identificandone il Paese d’origine, mentre il divieto di giocare all’aperto, per via della nube tossica, le piogge radioattive e tutta una serie di calamità apocalittiche che sono diventate minacce costanti nell’infanzia di una generazione, una generazione e mezza.

Trentatré anni dopo, una serie tv americana dedicata al disastro di Chernobyl potrebbe sembrare ridicolmente in ritardo, invece i tempi non potrebbero essere migliori. Ne parlavamo con la mia Wing-Woman mentre ci tritavamo i cinque episodi di questa miniserie, consumati in un tempo ridicolmente breve, visto che uno chiama letteralmente l’altro. Probabilmente prima sarebbe stato troppo presto parlare di Chernobyl, non voglio insinuare un rigurgito della Guerra Fredda, ma quasi, considerando che comunque oggi, anno di grazia 2019, anno del maiale secondo il calendario cinese, la Russia si è dichiarata offesa da questa serie e rifiutandosi di trasmetterla ha già minacciato la SUA serie, pronta a raccontare la verità dal suo punto di vista. Mi sta benissimo, meglio la corsa ai palinsesti che quella agli armamenti.

Scene in grado di evocare un ansia degna dei racconti d’epoca di mia madre.

Eppure, “Chernobyl” non poteva trovare un momento migliore per uscire, perché ci sono generazioni che non hanno avuto una mamma come la mia, con i suoi racconti di latte e nuvole assassine, perché il male che abbiamo fatto a questo pianeta quel giorno di aprile del 1986, è tutto tranne che terminato e sì, ho detto abbiamo non hanno (…sporchi comunisti mangiabambini) perché HBO ha saputo centrare anche questo argomento. Lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo.

Non mi ha stupito più di tanto il fatto che anche un Maestro della paura come John Carpenter, abbia “sprecato” un cinguettio a mezzo Twitter per fare buona pubblicità alla serie di HBO. Oddio, un po’ mi stupisce perché il Maestro ha una fitta attività di videogiochi e partite NBA e l’ultima volta che si è dimostrato così garulo sui Social-Così è quando LeBron James ha firmato per i suoi Los Angeles Lakers. Ma al netto dell’ultima stagione dei Giallo-Viola, questo entusiasmo è più comprensibile, non solo perché uno degli attori principale, il bravissimo Jared Harris ha recitato per Carpenter, ma anche perché il tipo di paura suscitata da Chernobyl è puramente carpenteriana: una minaccia invisibile, ma palpabile, un’ansia in costante crescita, guardare fuori dalla finestra, non vedere niente e di quel niente avere paura, è Carpenter al cento per cento. Vuoi vedere che sono carpenteriano da sempre? Fin dai racconti sul latte di mia madre? Questo spiegherebbe molte cose.
Il Maestro è meglio di Rotten Tomatoes (wink-wink)

“Chernobyl” sorprende per svariate ragioni, ma soprattutto per la sua capacità di ricordare a tutti, quelli che in parte hanno vissuto quel periodo e a chi non era nemmeno nato, quanto la tragedia sia stata sconvolgente. La regia di Johan Renck, che arriva dai videoclip e si è fatto le ossa dirigendo qualche puntata di serie tv popolari (“Breaking Bad”, ma anche i Camminamorti e “Vikings”), riesce alla perfezione a rendere spaventosa quella minaccia invisibile, ma assolutamente presente, come i racconti della nube radioattiva che qui si manifesta nella serie come le gocce di pioggia che cadono dal cielo, un conto alla rovescia di novanta letali secondi, scandito prendendo a colpi un tubo di ferro come se fosse una campana a morto, quella minaccia invisibile, carpenteriana, che i bambini degli anni ’80 ricordano e che dalle parti di Chernobyl non hanno mai dimenticato.

Ci sono momenti di ansia vera nella miniserie di HBO, roba da farvi aggrappare ai braccioli della poltrona invocando subito il prossimo episodio (il “cliffhanger” della seconda puntata è da applausi, se riuscite a
staccare la mani dai citati braccioli), ma anche momenti di sanissimo malessere, davanti a tentativi di contenimento che sembrano gesti inutili come nell’episodio quattro, in cui dei “biorobot” devono fare il lavoro sporco, che sia recuperare grafite oppure contenere l’infezione tra la popolazione animale. In più di un momento mi sono voltato verso la cuccia del cane in cerca di rassicurazioni, a mio rischio, visto che una delle mie belve nel sonno spesso emana “nubi” che richiederebbero la maschera anti gas, mannaggia a lei.
Vi basterà il finale della seconda puntata per capire che questo è un Horror, uno vero.

Tra le tante sorprese di “Chernobyl” i suoi stessi autori, del regista dei cinque episodi abbiamo parlato, ma lo sceneggiatore, per certi versi è una rivelazione anche maggiore, Craig Mazin arriva a questa serie con un livello di maturità notevole, facendo anche delle scelte abbastanza forti, ma cos’avrà mai scritto questo talento da garantirgli una tale mano ferma? Vai a vedere e scopri che in carriera ha firmato qualche “Scary Movie” e i due “Una notte da leoni”, quelli brutti, però! (Storia vera).

Qui Craig Mazin riesce davvero a riportare in auge la tradizione della HBO che piace a me, quella delle serie che ti prendevano a calci alla bocca dello stomaco, che hanno fatto grande il celebre canale via cavo americano, quindi, se siete tra i delusi del finale di Giocotrono, sicuramente questa miniserie ci ricorda tutto il vero potenziale di un canale che ha contribuito a portare la qualità a cui siamo abituati oggi nelle serie tv.
“Chernobyl” può contare su alcuni attori in grande spolvero. Paul Ritter riesce benissimo nell’infame compito di caratterizzare un personaggio ricordato dalla storia come negativo a tutto tondo come Anatolij Djatlov, senza mai scadere nella macchietta del super malvagio. Emily Watson, invece, con il suo personaggio la fisica Ulana Khomyuk, contribuisce ad indagare sugli eventi di quel giorno, ma i veri protagonisti sono l’uomo del partito, Boris Shcherbina interpretato dallo Svedese Stellan Skarsgård e lo
scienziato Valerij Alekseevič Legasov, il già citato Jared Harris in un’altra grande prova.
“Quanti personaggi devo interpretare? Ma tutti insieme?”

Bisogna dire che Stellan Skarsgård con il suo eterno interpretare “Lo Svedese” nei film americani (ha due figli che portano avanti la tradizione ad Hollywood) si era abbastanza svalutato ultimamente, qui si
riprende un po’ del suo lustro alle prese con un personaggio pesantemente indottrinato dal suo governo, ma non ottuso, qualcuno che riesce ad imparare qualcosa dall’approccio di Legasov, ecco perché nei momenti in cui Skarsgård e Jared Harris recitano insieme, la serie sale ulteriormente di colpi.

Nemmeno dividere lo schermo con il plastico di Bruno Vespa intacca l’ottima prova di Skarsgård.

Il Jared Harris di Harris non è un uomo d’azione, nemmeno uno coraggioso – come gli fanno notare più volte durante la serie – ma ha la perseveranza di sfidare anche il suo governo per cercare di fare la cosa
giusta, da spettatori è molto facile immedesimarsi nel personaggio, Harris condisce il tutto con una prova magnifica.

Il tutto recitando con gli occhiali del ragionier Filini
(colpo di genio di Simone, ciao Simone!)

Difetti? No, perché i pregi di questa serie sono stati decantati da tutti, quindi passiamo ai difetti che incredibilmente sono anche più interessanti. “Chernobyl” è tratto dai resoconti degli abitanti di Pripyat,
raccolti dalla scrittrice Premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich nel suo libro “Preghiera per Černobyl”, per essere una serie così accurata nel suo raccontare gli eventi, Craig Mazin fa alcune concessioni narrative, ad esempio, il personaggio interpretato da Emily Watson è il riassunto di una serie
di scienziati che hanno raccolto dati e testimonianze dirette, ma dal punto di vista drammatico, è chiaro che avere un personaggio femminile impegnato a muoversi nel pantano della burocrazia (e dei pregiudizi) del partito Comunista, sia narrativamente più efficace.

“Bozhe Moi!” (anni passati a leggere i dialoghi di Colosso degli X-Men, sono serviti a qualcosa)

In questo senso, “Chernobyl” in certi momenti si lascia un po’ troppo andare agli stereotipi sull’Unione Sovietica, ma forse il problema che mi è balzato più agli occhi è l’impronta americana insita nella serie: il
cercare un colpevole e la verità a tutti i costi è qualcosa che deriva dal DNA Yankee, lo abbiamo visto in mille mila loro film e serie tv. Ai nostri amici dall’altra parte della grande pozzanghera, nota come oceano Atlantico, piace molto il mito del personaggio che sfida – anche quasi esclusivamente da solo –
il sistema. Anche se è chiara la volontà di mostrare le creme di un impero che ha tenuto in scacco (metà) del mondo, dubito che certe libertà di pensiero e di parola, venissero concesse ad uno come Legasov con tanta leggerezza. Ma è comunque una scelta narrativa che non intacca la qualità di una serie davvero
ottima e, a proposito di scelta narrative, parliamo della recitazione in lingua inglese.

So che molti hanno storto il naso per la scelta di far recitare tutto in inglese britannico, una decisione che all’inizio ha infastidito anche me, serie come Narcos hanno alzato l’asticella per sempre, quindi fa un certo effetto vedere (perché di leggerle, non ne sono proprio capace) le scritte in cirillico, mentre i personaggi parlano inglese. Sarebbe troppo facile etichettare il tutto dicendo che Svedesi (Stellan), Inglesi (Harris), Italiani, tanto per gli Americani gli Europei (ovvero chiunque non sia Yankee) siano tutti una grande zuppa indistinguibile, ma in realtà la riposta che mi sono dato è un’altra, anzi due.
Per prima cosa, sono cresciuto con uno Scozzese che in perfetto Inglese interpretava uno nato a Vilnius e qui nessuno si pone nemmeno il problema di far cominciare la recitazione in lingua inglese (tra personaggi russi) facendo un primo piano sulla bocca del protagonista come aveva fatto John McTiernan, ma questo non ha mai influito sulla mia passione per quel capolavoro.
Che poi, il terrore sui volti si capisce in tutte le lingue del mondo.

Fatta questa doverosa premessa (che gli appassionati di doppiaggio italiano a tutti i costi potranno tranquillamente ignorare) riportare i dialoghi dei personaggi ad una lingua “nostra” contribuisce al senso di una serie che mette in chiaro come il disastro di Chernobyl sia stato sovietico per luoghi, scelte e persone coinvolte, ma umano al cento per cento ed ecco perché questa serie è oggi più attuale che mai. Vi ero debitore di un’icona lasciata aperta, lo chiudo subito.

L’Unione Sovietica del 1986 e l’indottrinamento del Partito Comunista, sono uno scenario perfetto per rappresentare l’insieme di colpe e di menzogne celate per non apparire deboli davanti al nemico (la grande ossessione Russa, secondo il personaggio di Stellan Skarsgård). La centrale nucleare di Chernobyl
e il suo indomabile reattore che sembra l’occhio di un mostro – in cui puoi guardare, a tuo rischio e pericolo – diventano una metafora nucleare, quasi un Godzilla occidentale che rappresenta ogni sistema in cui la burocrazia tiene banco e il rispondere agli ordini, è più importante di capire davvero se quegli ordini siano poi davvero giusti.
Avete presente quella storia dello scrutare a lungo l’abisso? Ecco, quella.

La centrale di Chernobyl è una cattedrale in rovina costruita sulle bugie e sulla scissione dell’atomo, questa serie con la sua ricerca dei fatti, ovviamente, non dispensa dalle sue colpe l’ei fu Unione Sovietica, ma attenta a diventare un piccolo classico istantaneo delle televisione perché la storia non si limita a dire “Russi cattivi!” di conseguenza facendo apparire immediatamente buoni i loro storici nemici, ma
soprattutto a riportare in auge un problema che per trentatré anni è stato dimenticato dai più, ma che sarà ancora tale per il prossimo centinaio di anni, almeno finché quel nucleo sepolto nel cemento sarà ancora in attività.

“Chernobyl” è un memento mori, una versione espansa dei racconti sul latte e sulle nubi tossiche di mia madre, perché ci ricorda cos’è capace di fare l’umanità al pianeta che la ospita – e in questo senso risulta più attuale che mai – ma soprattutto della velocità con cui rinunciamo alla nostra umanità, se qualcuno ci abbaia addosso degli ordini, oppure, ancora peggio, se l’avidità personale ha la meglio sul buon senso e sulle capacità personali.
La scena migliore per distinguere chi ha creato il casino, e chi deve provare a risolverlo.

Sarebbe troppo facile e limitante etichettare la miniserie di HBO come un semplice j’accuse contro
coloro che per decenni sono stati etichettati come i nemici del mondo, molto più difficile, invece, andare oltre i limiti geografici e politici e rendere il 26 aprile del 1986 un giorno nero per tutta l’umanità e ricordarci che trentatré anni non sono niente, non per un reattore nucleare e di sicuro nemmeno per cambiare il cuore degli uomini.

Questa è l’HBO che piace a me e “Chernobyl” è una miniserie di cui tutti avevamo bisogno, ora anche voi avete la vostra versione della storia del latte e della nube assassina, un po’ di materna angoscia da parte di una casa di produzione che quando muove la coda è ancora un drago che fa paura e non uno in CGI cavalcato da una bionda tinta.
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