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Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988): insegnare il noir ad una generazione

Ho questa stramba teoria per la quale uno può anche essere alla costante ricerca della prossima storia da farsi raccontare che sia essa un fumetto, un film o un libro, ma qualcuna di queste storie, alla fine, ti resta incollata addosso più delle altre, a livello inconscio proprio, senza che nemmeno tu te ne renda davvero conto. Una storia che in alcuni momenti torna a fare capolino, non dico un barometro morale, niente di così tosto, ma per lo meno un metro di paragone con cui affrontare alcune situazioni, ecco, più vado avanti più penso che per me quella storia sia “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Oh, lo so che avrei dovuto dire l’Ulisse di Joyce per darmi un tono, ma ognuno gioca con le carte che si ritrova in mano, ok?

Per espressione facciale corrucciata, poca predisposizione all’umanità e alla parlantina sicuramente ho qualcosa che mi accomuna ad Eddie Valiant, d’altra parte chi mi conosce bene sa anche che per me fare una battuta, specialmente quando non dovrei, è uno sfizio a cui non riesco a resistere, come Roger Rabbit con “Ammazza la vecchia”, ed ora che ci penso la mia Wing-Woman dice che quando m’incazzo sembro Yosemite Sam, quindi vedete, sto continuando a girare attorno al punto.

Il momento in cui realizzi di essere uno strano incrocio tra un detective alcolizzato e un coniglio dei cartoni.

Ora, io non so quante volte nella mia infanzia abbia visto “Roger Rabbit”, perché questo film per me è ancora “Roger Rabbit” che poi è quello che avevo scritto a caratteri cubitali sul bordo della vhs, registrata dalla televisione che nel tempo ho davvero fatto piangere per il numero di passaggi all’interno del mio fidato videoregistratore. Non voglio esagerare, sarà passata quasi una ventina d’anni dall’ultima volta che ho visto questo film, ho deciso di riguardarlo qualche mese fa pensando: beh, magari tiro fuori qualcosa per i suoi primi trent’anni. Oh, ma sapete che ancora ricordavo ogni singola battuta a memoria? Come se fosse passata un’ora da quella vhs, ero ancora lì insieme ad Eddie a dire a quegli stupidi pinguini: «Whiskey “on the rocks”… Ghiaccio! Non rocce!».

Ancora oggi, quando guardo questo film, ho la stessa reazione di Eddie.

Insomma, come ritrovare un vecchio amico, uno di quelli invecchiati alla grande, perché se uscisse oggi identico, “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (scritto così, senza punto interrogativo) sarebbe ancora al passo con i tempi, la sua capacità di avere un piede ben saldo nella tradizione noir ed un altro nel futuro grazie all’uso dell’animazione e ad una certa propensione per un linguaggio cinematografico molto moderno, fa di lui non solo una delle mie fonti preferite di quelle che io chiamo “Citazioni involontarie” (quando usi una frase presa da un film nella vita reale), ma anche una pietra miliare, uno di quelli che qui alla Bara Volante chiamiamo I CLASSIDY!

Tutto comincia nel 1981, con il romanzo di Gary Wolf intitolato “Who Censored Roger Rabbit?”, i cui diritti finiscono al volo nelle mani della Disney che, però, non sa davvero cosa farsene, perché nella storia originale c’è un coniglio antropomorfo che, però, muore subito e il tono è piuttosto cupo per la media dei film del vecchio zio Walt. Gli sceneggiatori Jeffrey Price e Peter S. Seaman si mettono al lavoro per fare le dovute modifiche alla storia, tentandole un po’ tutte, in una delle bozze il cattivo di turno avrebbe dovuto essere Baby Herman (forse per via delle sue voglie da cinquantenne frustrate dall’avere il pisellino di un bambino di tre anni? Boh, chi sa?!) ed in un’altra addirittura Jessica Rabbit.

Posso confessare che avrei sempre voluto sfrecciare al volante di Benny il taxi?

Ma il problema vero è che non si trova nessuno in grado di dirigerlo questo pasticcio con cartoni animati e umani, per un po’ ci pensa addirittura Terry Gilliam a prendere questa patata bollente, poi, però rinuncia considerando l’operazione troppo anche per lui, meglio così, con tutto il bene che voglio a Terry, se lo avesse diretto lui, sarebbe ancora qui a cercare di completarlo oggi, altro che festeggiare i trent’anni del film!

L’unico davvero entusiasta all’idea di dirigere questo film è Robert Zemeckis, allora nemmeno trentenne e con un curriculum tutto da fare, niente! Bob viene rimbalzato, insieme ai diritti del film che finiscono all’allora neonata Touchstone Pictures, divisione della Disney specializzata in commedie e altra robetta così. Ma nel 1985 Bob Zemeckis manda in tilt il continuum tempo spazio con Ritorno al Futuro, a quel punto niente può mettersi tra lui è Jessica Rabbit il suo film.

Beh? Non avete mai visto un regista in posa con il suo attore protagonista?

Ma per un progetto così ambizioso, ci vogliono almeno 50 milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde, la Touchstone ha in saccoccia più o meno un pugno di mosche, quindi torna buono il numero di telefono di Steven Spielberg, mentore e compare di bevute di Zemeckis, che con la sua Amblin Entertainment contribuisce a produrre i film e convince sia la Disney che la Warner Bros a prestare qualcuno dei suoi personaggi, ditemi cosa volete, ma il vecchio Steve, oltre ad avere le mani in pasta in quasi tutti i vostri bei ricordi cinematografici, è uno che ad Hollywood sposta parecchio, non abbastanza da avere anche i personaggi che avrebbe voluto lui, come Braccio di Ferro, Casper e Superman che sarebbe dovuto comparire durante il funerale di R. K. Maroon, in una scena che è scomparsa dalla bozza della sceneggiatura.

Le ambizioni vengono continuamente ridimensionate a causa della mancanza di pecunia, il giudice Doom, in italiano Morton (che mi piace perché suona come “Morte”) avrebbe dovuto avere sette faine come aiutanti, ciccia! Beccatene cinque perché costano troppo, ma nemmeno questo ferma Robert Zemeckis che in poco meno di dodici settimane gira tutto il film sfruttando una tecnica allora innovativa, un misto tra attori in carne ed ossa e disegni realizzati a mano sulla pellicola del girato terminato. Qualcosa che si era già visto in maniera molto rozza in “Mary Poppins”, quello della Disney del 1964, non la versione che avete visto voi su youporn!

«Non ci pensavamo ai bambini nel 1988! Eravamo troppo impegnati a fare un bel film!»

Ma per rendere l’interazione tra attori e personaggi animati migliore, Zemeckis utilizza marionette e attrezzi di scena in modo da dare qualcosa di reale al suo cast con cui interagire, il risultato finale è splendido, si vede nelle scene molto complesse, tipo quella in cui Eddie ancora ammanettato al coniglio, nasconde Roger nel suo lavandino fingendo di stare facendo il bucato, la scena in cui il detective minaccia la faina di lavargli la bocca con il sapone se non la smette con tutte quelle parolacce e su questo argomento lasciatemi l’icona aperta che più avanti ci torniamo.

Quando una faina con la pistola, incontra un uomo con il sapone, quello con la pistola finisce per fare le bolle (che non fa rima non spalle)

Ma se la pre-produzione del film è stata complicata, la post-produzione lo è anche di più, gli animatori della Industrial Light & Magic impiegano un anno e mezzo di lavoro modificando una cosa come 80.000 frame di pellicola, tutti disegnati con le loro manine sante, e se pensate che i più fortunati sono stati quelli che si sono incrociati gli occhi per disegnare le scene con protagonista Jessica Rabbit ricredetevi, perché i luccichii e le ombre del vestito della signora Rabbit (“Quella è la moglie di Roger Rabbit? Ah sì, che ragazza fortun…” Ok, la smetto!) furono l’effetto più complicato da ottenere.

Ma il risultato finale è talmente magnifico che dopo trent’anni “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è ancora all’avanguardia, un film che in un attimo è stato capace di far sembrare immediatamente vecchi i classici film d’animazione, ma che aveva tutto per piacere anche al pubblico adulto e non parlo solo di Jessica… E che cacchio! State in fissa non vedete una donna dal ’92!

Mi sa che Eddie qui, NON sta pensando ai bambini.

Sì, perché la trama, oltre ad essere un’indagine dalla risoluzione tutt’altro che banale, è un riuscito omaggio ai classici del noir anni quaranta, pensateci: l’investigatore privato con problemi di alcool, un omicidio, un innocente creduto colpevole e, ovviamente, una femme fatale. Perché se Spielberg con Indiana Jones ha reso omaggio ai film d’avventura della Republic Pictures, il suo pupillo non è stato affatto da meno, il punto di unione tra i due è proprio il primo nome proposto per la parte di Eddie Valiant, ovvero quello di Harrison Ford che, però, rifiutò, così come Bill Murray, perché entrambi volevano troppi soldi per la parte (storia vera), ironico, visto che anni dopo, Murray è finito davvero a recitare con un coniglio dei cartoni animati, ma questa, è un’altra storia.

L’intuizione geniale di Bob Zemeckis è quella di affidare il ruolo di Eddie Valiant ad uno che sarà pure stato tarchiatello e che dopo sarebbe stato ricordato quasi solo per questa parte, ma che risulta del tutto credibile nei panni dell’iracondo detective, provate a guardarvi Bob Hoskins nel sottovalutato “Quel lungo venerdì santo” (1980) e ditemi se non è uno che poteva giocarsela a pugni e brutto muso con i gorilla (“Non ho mai visto un gorilla vestito da pinguino!”), infatti la sua prova è magnifica, se non fosse che il suo Eddie Valiant è semplicemente perfetto, sarebbe quasi un dispiacere che buona parte del pubblico si ricordi di Hoskins quasi solo per questo ruolo. Ma per lui non è mai stato un problema, almeno dopo aver superato la delusione di sua figlia minore, una settimana di astioso silenzio nei confronti del papà dopo l’uscita del film, il motivo? Suo padre aveva conosciuto e lavorato con Bugs Bunny senza presentarglielo! (storia vera).

Facciamo uno dei cattivi più spaventosi della storia del cinema e non ne parliamo più?

Se dopo trent’anni “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è ancora un film incredibile che non pare invecchiato di un giorno, forse è anche grazie al fatto che la ricostruzione degli anni ’40 è davvero perfetta, grazie alle ottime musiche del grande Alan Silvestri, alla fotografia di Dean Cundey che tira verso il marrone come se fosse tutta una vecchia fotografia, ma anche grazie alla malinconia di fondo della storia, in questo senso la regia di Robert Zemeckis è magnifica, capace di approfondire i personaggi senza mai pesare sul ritmo del film che risulta impeccabile, mai un momento morto, si passa da una gag all’altra procedendo nell’indagine, ma se guardate bene ci troverete anche uno delle mie ellissi narrative preferite di sempre.

«Oh anche una delle mie Cassidy, raccontamela un’altra volta!» 

Avete presente quando Eddie frega a Dolores (Joanna Cassidy) la macchina fotografica da usare per incastrare Marvin Acme? Ecco, facendo sviluppare il rullino, Eddie trova prima le vecchie foto di loro due al mare, poi il sorriso sparisce di colpo dalla faccia di Bob Hoskins quando tra le foto spunta anche suo fratello Teddy, ucciso da un cartone animato, in una morte che risulta doppiamente terribile, perché non solo Eddie ha perso il suo socio, amico e fratello, ma lo ha perso in un modo che non viene preso sul serio da nessuno, da qui tutta la sua rabbia quando ringhia: «Io non lavoro per i cartoni!».

I due caballeros, prima che un cartone rovinasse tutto.

Mentre Eddie perde di colpo la gioia, Zemeckis fa ruotare la macchina da presa, riprendendo prima la scrivania, intonsa e polverosa di Teddy, poi le fotografie che ritraggono i due fratelli, i comici dell’accademia di polizia, gli eroici detective che risolvono casi a Cartoonia perché amano starci, una carrellata che ci spiega senza uso di parole come Eddie ha barattato l’umorismo con una bottiglia, infatti quando l’inquadratura completa l’ellisse, è così che ritroviamo Eddie: ubriaco il mattino dopo alla stessa scrivania. Zemeckis è troppo spesso ricordato per i film che ha fatto e non per la sua eleganza come regista, lo dico sempre.

Il lavoro post-modernista messo su da Robert Zemeckis inizia nella prima fenomenale scena, ricostruzione di un cartone animato che potrebbe essere uno di quelli di Tex Avery, ma interpretato da Baby Herman e Roger Rabbit che, rompendo la parete che separa pellicola e spettatori, si rivelano essere due attori, uno nemmeno troppo bravo, perché il regista (impersonato al mitico produttore Joel Silver, per sottolineare quanto cinema ci sia in questo film) gli chiede di fare le stelle e a lui riescono solo gli uccellini.

«Shane Black! Lui sì che le sapeva fare le stelle, non questo stupido coniglio!»

Ma da qui in poi “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è un continuo omaggio al cinema che passa dalle scope di Fantasia, al cameo di Dumbo, fino al duello al piano tra i due paperi, Daffy Duck e Paperino, un modo riuscito di giocare con i generi che, per certi versi, ha anticipato la mania tutta moderna della strizzatine d’occhio e della malinconia a tutti i costi, ma mai a scapito della storia. Mi verrebbe voglia di chiudere il cerchio citando Ready Player One, più semplicemente sarebbe carino ricordarci tutti che oggi ci esaltiamo perché Spider-Man volteggia accanto agli Avengers, ma ieri anche se ci mettevano Topolino (Disney) e Bugs Bunny (Warner Bros.) nella stessa inquadratura, noi eravamo comunque molto più interessati alle disavventure del coniglio che esclamava «Mannaggia i pescetti!».

Prendetela pure come una metafora della moderna ossessione per il “fanservice”.

Alla faccia delle signore Lovejoy di questo mondo che pensano che gli spettatori più piccoli vadano tutelati al grido di «I bambini! Perché nessuno pensa ai bambini!», “Who Framed Roger Rabbit” non tira davvero MAI via la mano su sesso e violenza e a rivederlo oggi è più chiaro che mai, quindi fatemi chiudere quell’icona lasciata aperta lassù: quando R.K. Maroon viene ucciso, si vedono i fori di uscita dei proiettili sulla sua schiena, le faine parlano come scaricatori di porto e sono certo che se chiedessi a tutti quelli a cui la tristezza ha stretto la bocca dello stomaco, quando il Giudice Morton scioglie quella povera e incolpevole scarpetta a cartoni animati nella Salamoia (un misto di trementina, acetone e benzina, che per altro sono solventi con cui di solito si eliminano i fotogrammi dalla pellicola cinematografica), qui davanti mi troverei una selva di mani in aria!

Solo la morte di Artax il cavallo ha arricchito gli psicologi più di questa scena.

Lo stesso Giudice Morton, interpretato da un Christopher Lloyd spaventoso che non sbatte mai le palpebre per tutta la durata del film (fateci caso) è uno dei cattivi più riusciti della storia del cinema e senza farlo in maniera spudorata, “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è il film che ha insegnato ad un’intera generazione che cos’è il noir, mostrandolo puro, magari un po’ ingentilito da qualche battutina («Di’ un po’, Eddie, hai un coniglio in tasca o sei contento di vedermi?»), ma non privo dei suoi elementi caratteristici, vogliamo parlare del sesso? Insomma, Acme che fa “Farfallina” parla chiaro, no? Dai gente! D’ora in poi il caffè dovrete prenderlo nero perché la crema se la ciuccia Acme! Anzi, visto che siamo in argomento, parliamo della questione che sta a cuore a tutti: Jessica Rabbit.

Violenza! Contenuti sessualmente espliciti! Qui nessuno sta pensando ai bambini!

In un’epoca di moralismo cinematografico, un personaggio estremamente sessualizzato come Jessica Rabbit non sarebbe possibile, ho sempre trovato geniale il modo in cui la sua entrata in scena sul palco del Night “Inchiostro & Tempera”, cancelli dallo schermo l’altra sexy icona dei cartoni animati, Betty Boop, messa in un angolo come il bianco e nero all’avvento del colore. Un personaggio che in teoria dovrebbe essere una parodia delle femme fatale in pratica potrebbe ambire ad essere la parola definitiva sull’argomento, non solo perché ha degli ottimi argomenti (citando Benny il taxi «Eh la peppa mademoiselle! S’il vous plaît»), oppure perché se chiedessi di alzare le mani a chi non vorrebbe “mettersi a giocare con le figurine” con lei, avrei la seconda orda di mani in aria, ma soprattutto perché la sua battuta «Io non sono cattiva, è che mi disegnano così» è la quinta essenza di tutte le femme fatale cinematografiche, mica male per un cartone animato.

Mi sa che nemmeno voi state pensando ai bambini ora…

Eppure, se dovessi dirvi perché per me questo film è speciale, non è tanto per tutti i suoi momenti mitici, sempre in equilibrio tra personaggi riuscitissimi e commedia, tipo quando Eddie rinuncia definitivamente all’alcool, solo che invece di rimetterlo nella bottiglia come faceva Dean Martin in Un dollaro d’onore, gli spara direttamente con la sua pistola a cartoni animati («Vi sentite arzilli, ragazzi!»). No, per me quello che rende “Chi ha incastrato Roger Rabbit” un film magnifico è il suo messaggio di fondo, Roger è il petulante, balbettante e a tratti urticante portatore di una filosofia di vita che forse è stato davvero quello che mi è rimasto incollato addosso dopo tutte le innumerevoli visioni di questo film: Una risata può essere una cosa molto potente. A volte, nella vita, è l’unica arma che ci rimane.

«I sei figli della signora 44 sono velocissimi e riescono a raggiungerti ovunque» (Cit.)

L’umorismo è quello che può aiutarti a conquistare qualcuno («Seriamente, ma che ci trovi in quel tizio?», «Mi fa ridere»), ma anche quello che viene in tuo soccorso quando stai con il culo per terra, ogni volta che qualcuno, la vita o semplicemente la sfiga ti mette spalle al muro con un bagnetto nella Salamoia come sola alternativa, trovo che non ci sia niente di più soddisfacente di sorprendere tutti, facendo roteare tre palle da Bowling e prenderli tutti d’infilata con il senso dell’umorismo.

Quindi, il modo migliore per onorare questo Classi(d)o del cinema è farsi una bella risata e fargli tanti auguri per i suoi primi trent’anni al grido di Roger Rabbit è il suo nome rider sa cos’è, adesso tu lo tiri giù e canterà per te! Cassidy è diventato matto. Io dico di nooo!

Sepolto in precedenza martedì 26 giugno 2018

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